Un terzo avvenimento ancora più importante fu in sui punto di ruinare l'armata dello Sforza; fu questo la diserzione dei due Piccinino, che, incaricati di ricominciare l'assedio di Monza, abbandonarono Guglielmo di Monferrato, cui si erano associati, e si gettarono in città con tre mila cavalli. Giacomo, il più giovane, voleva sortire all'istante per un'altra porta, attaccare Guglielmo, e, approfittando della sua sorpresa, disfarlo affatto. Credeva di giustificare questa doppia perfidia col carattere di colui contro al quale l'esercitava. Non è egli per un tradimento, diceva, che Sforza rivolse contro Milano un'armata pagata dai Milanesi? i suoi progetti per ridurre in servitù l'Italia non sono forse conosciuti? si crede egli legato nella loro esecuzione dalle leggi della buona fede? Francesco Piccinino, cui spettava il comando, non lasciossi traviare da questi sofismi suggeriti dall'odio. «Nel nobile mestiere del soldato, rispondeva egli, il sentimento dell'onore non deve assoggettarsi alle sottigliezze della dialettica. Se in ogni guerra io dovessi giudicare i potentati, a pro o contra de' quali io servo, forse non ne troverei giammai un solo di giusto, un solo contro il quale io non potessi, per la stessa ragione, autorizzare una perfidia. In mezzo ai risentimenti ed agli odj che risveglia, il soldato non dorme tranquillo che perchè non crede possibili le azioni infami. Io senza dubbio non ispingo fino all'esagerazione lo scrupolo intorno alle leggi della guerra, e la mia diserzione ne è una prova; ma se sullo stesso campo di battaglia, ove sono stato posto dallo Sforza tra le sue squadre, e nel giorno medesimo, io rivolgessi contro di lui le armi che mi aveva affidate, se io abusassi della sua confidenza per iscannare i suoi soldati, che si credevano miei fratelli, quand'ancora io ne fossi applaudito a Milano per avere tradito un traditore, la posterità più imparziale mi giudicherebbe, ed il nome di Piccinino non si purgherebbe da questa macchia.» Questa discussione salvò il luogotenente dello Sforza, che ritirassi, mentre il più giovane fratello disputava col primogenito[358]. I Piccinino dopo essersi mostrati a Milano, ove furono ricevuti con trasporti di gioja, marciarono contro una armata veneziana che nello stesso tempo aveva cinto d'assedio Crema, e la forzarono a ritirarsi. Tornando da questa spedizione sorpresero nel castello di Melzi l'artiglieria che lo Sforza teneva colà apparecchiata per l'assedio di Monza, e se ne impadronirono[359].

Il popolo di Milano, sentendo da questi avvenimenti rilevarsi il suo coraggio, formò compagnie di milizie più numerose di tutte quelle che da lungo tempo si erano vedute nelle guerre d'Italia. Lo Sforza aveva assediato Marignano, e la fortezza di questa terra dovevagli essere consegnata il 1.º di maggio, se non era prima soccorsa. Per fargli levare l'assedio i Piccinino ed il Gonzaga uscirono da Milano con sei mila cavalli, e quasi tutta la milizia. Si dice che non avevano meno di venti mila uomini armati di fucile. Quest'arma ancora poco in uso ispirava grandissimo terrore anche ai più provetti corazzieri, mentre i generali delle due armate sapevano egualmente che potevano cavarne poco frutto. In fatti i fucili erano in allora fatti in maniera che abbisognava quasi un quarto d'ora per caricarli, ed in tutto questo tempo i fucilieri erano inabilitati ad agire o a difendersi dopo una scarica. Non si erano per anco inventate le bajonette, che dovevano trasformare queste bocche da fuoco in formidabili armi bianche; non erasi nè meno inventato il fuoco non interrotto della colonna, e l'evoluzione che, facendo passare le prime file in sul di dietro dopo di avere tirato, oppone sempre nuovi fucilieri al nemico. I generali milanesi, imbarazzati da tanta folla di soldati, avrebbero voluto far levare l'assedio col solo terrore. Facevano circolare esagerate notizie intorno al numero dei loro soldati, ed alla portata delle palle, contro le quali, essi dicevano, la corazza non resiste. I corazzieri dello Sforza, avvezzi a battaglie poco sanguinose, erano spaventati dall'idea di un pericolo, contro il quale non giovavano nè il valore, nè la destrezza. Invano il loro generale cercava di far loro comprendere che una sola carica della cavalleria rovescierebbe questa truppa poco agguerrita prima che potesse far fuoco. Difficilmente potè ispirare alla sua armata sufficiente risoluzione perchè restasse al suo posto; ciò era tutto quanto egli le chiedeva; in fatti i Milanesi non osarono avanzarsi, e Marignano si arrese[360].

L'ingresso de' Savojardi in Lombardia non aveva cagionati importanti avvenimenti. Bartolomeo Coleoni era stato incaricato di tenerli di vista, e perchè trovavasi al soldo della repubblica di Venezia, allora in pace col duca di Savoja, non volle passare la Sesia, che separava il Piemonte dalla Lombardia. Dal canto loro i Savojardi non facevano che rapide scorrerie al di là dei confini, non si allontanavano mai, e le frequenti loro scaramucce non erano mai decisive. In una di queste, gli è vero, che fu fatto prigioniero Giovanni Compeys, generale dei Savojardi, ma in molte altre il Coleoni, inferiore di numero, ebbe qualche svantaggio; all'ultimo le due armate vennero a battaglia, il 20 aprile, presso Borgo Mainero. I Savojardi rinnovarono molte brillanti cariche e sempre accompagnate da buon successo, ma perchè si erano persuasi esservi qualche imboscata nella vicina macchia, non uscivano dal campo di battaglia, e non approfittavano del loro vantaggio. Così timida condotta rese arditi i nemici, i quali erano furibondi perchè questi barbari, com'essi li chiamavano, non davano quartiere. Il Coleoni, di già celebre per un'antecedente vittoria sugli oltramontani, ricondusse i suoi corazzieri ad un'ultima carica ch'ebbe pieno effetto. I Savojardi furono sbaragliati con grave perdita e posti in piena rotta. Quelli che fuggirono ritiraronsi in Piemonte, e più non recarono molestia alla Lombardia. Il campo di battaglia, coperto di morti, fece non pertanto sugl'Italiani una profonda sensazione. I Savojardi, più accostumati alle guerre della Francia che a quelle dell'Italia, combattevano con un accanimento sconosciuto in quest'ultimo paese. Non perdevano tempo nel fare prigionieri, uccidevano coloro che rovesciavano da cavallo; ed i soldati dei condottieri, che nelle guerre ordinarie credevano appena di arrischiare la vita, fremevano ancor dopo la battaglia d'aver avuto a fare con tali nemici. Essi non temevano l'arte militare, nè il valore de' Francesi, ma la loro ferocia, e conservarono delle guerre francesi un cotale terrore, che, passato d'una in altra generazione tra queste razze effemminate, apparecchiò le vittorie degli oltramontani in sul finire del secolo, e le conquiste del re Carlo VIII[361].

Un'altra diversione recò ancora maggiore sollievo ai Milanesi, e fu la ribellione di Vigevano, grossa borgata della Lomellina, che cacciò il comandante mandato dallo Sforza, e spiegò le insegne della repubblica. Gli abitanti, dopo avere ottenute dalla metropoli alcune squadre di cavalleria, cominciarono a guastare le campagne di Pavia, ed obbligarono lo Sforza a ripassare il Ticino per venire ad assediarli. Nello stesso tempo questo generale ricevette una segreta denuncia contro Guglielmo di Monferrato, uno de' suoi luogotenenti, che si pretendeva apparecchiato a passare dalla banda del nemico. Senza potere giustificare quest'accusa, lo Sforza fecelo arrestare il 13 di maggio e sostenere nella cittadella di Pavia; ma conservò sempre per lui tali riguardi, che manifestavano la sua intenzione di riconciliarsi colla casa di Monferrato[362].

L'assedio di Vigevano fu uno dei fatti militari in cui gl'Italiani mostrarono maggior valore e costanza. Desideravano i Milanesi che questo tenesse lungamente occupato lo Sforza, per dar loro tempo di fare il raccolto del frumento, che cominciava allora a fiorire. Ma lo Sforza, che non isperava di prendere Milano che colla fame, desiderava di avanzarsi a tempo per guastare la campagna. La guarnigione milanese e gli abitanti di Vigevano gareggiavano di zelo e di attaccamento. In pochi giorni consumarono tutta la polvere da cannone, ma impiegarono con altrettanta bravura che buon successo le antiche armi per resistere alle nuove. Quando l'artiglieria dello Sforza ebbe fatto nel muro una breccia praticabile, vide alzato in sul di dietro un nuovo trinceramento formato di terra e di concime, e legato con grosse travi. Impiegò di nuovo l'artiglieria per rovesciarlo, ma tutt'ad un tratto le mura ed i baluardi furono coperti di balle di lana, che ammorzavano i colpi delle pietre lanciate dalle bombarde. Finalmente questo nuovo trinceramento venne ancor esso aperto, e lo Sforza risolse di dare l'assalto il 3 di giugno.

Conoscendo l'ostinazione ed il coraggio de' suoi nemici, s'avvide che non potrebbe vincerli che colla fatica e lo spossamento. Divise la sua armata in otto corpi; il primo cominciò a battersi all'alba del giorno, e quando fu respinto dagli assediati, gli succedette un altro, poi un altro ancora, sicchè l'attacco, rinnovato sempre con truppe fresche, non fu mai interrotto. Dal canto loro Jacopo di Rieti, Enrico di Carreto, e Ruggero Galli, che comandavano nella piazza, avevano a tutto preveduto. I borghesi erano distribuiti lungo le mura, e sui terrapieni, oggetto principale dell'attacco, la brava guarnigione; le donne della terra, poste dietro i soldati, loro distribuivano i rinfreschi, o le pietre da lanciarsi contro gli aggressori, mentre che i preti, radunati nella chiesa principale con tutte le fanciulle, pregavano per i loro concittadini che combattevano. Per altro tutta la guarnigione era stata costretta fino dal principio ad opporsi tutt'intera al nemico, e mentre vedeva avvicendarsi gli assalitori per combatterla, non poteva nè sperare straniero soccorso, nè avere un istante di riposo. Malgrado il vantaggio della sua posizione, ella andava pure facendo qualche perdita, e le sue file diventavano sempre più rare; ma quando veniva rovesciato un soldato, una donna si copriva subito colle insanguinate sue armi, e prendeva il suo luogo. Gli assalitori, vedendo ricomparire guerrieri caduti morti sotto i loro occhi, mentre il suono delle campane e le processioni di immagini mischiavano la religione alla battaglia, credevano di provare in questa resistenza qualche cosa di soprannaturale, e si lasciavano abbattere da religioso terrore.

Finalmente dopo un assalto che aveva durato una lunga intera giornata di giugno, i soldati dello Sforza all'avvicinarsi della notte si stabilirono sul terrapieno. I borghigiani spaventati abbandonavano le mura, e già la città era presa, quando sdrucciolando tre o quattro degli assalitori cadono sul terreno in pendìo bagnato di sangue; coloro che li seguono danno a dietro, tutta la colonna si rovescia spaventata, ed i soldati precipitano uno sopra l'altro nelle fossa, seco strascinando masse di ruine che gli schiacciano. Essi sono compresi di terrore innanzi a quelle mura che credono incantate, e lo Sforza per non compromettere di più la gloria della sua armata, fa suonare la ritirata.

Ma Vigevano più non poteva difendersi. Durante la notte gli assediati proposero, ed a stento ottennero dal vincitore una capitolazione. Fu ancora più difficile il farla rispettare dai soldati; risguardando questi il saccheggio come un loro diritto, diedero ancora un assalto alle mura dopo soscritto il trattato, e furono richiamati al loro dovere con molta fatica da Francesco Sforza, il quale rinfacciò loro d'avere rinculato in faccia alla breccia in tempo della battaglia, e di volervi salire adesso contro la data fede. La città fu salva, e soltanto obbligossi a ristabilire a sue spese il castello, ch'era stato distrutto in nome della libertà[363].

Dopo la sommissione di Vigevano, lo Sforza, secondo il suo progetto, cominciò a far tagliare le biade ancora verdi sul territorio di Milano. Nello stesso tempo ricondusse all'ubbidienza gli abitanti delle rive dei laghi, e quelli di varie terre che si erano contro di lui ribellati. Dall'altro canto i Milanesi, che rifacevano ogni due mesi la signoria, scossero per breve tempo il giogo del popolaccio, che opprimeva la loro repubblica, e che doveva essere cagione della sua ruina. Giovanni d'Ossa e Giovanni d'Appiano, due plebei che avevano così crudelmente abusato della loro autorità come capitani del popolo, furono imprigionati il 1.º luglio, quando uscivano di carica, e loro furono surrogati uomini superiori assai per nascita e per educazione, Guarnieri Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscani. Questi, nella breve loro magistratura, cercarono la sola risorsa che ancora poteva restare alla repubblica. Incaricarono Enrico Panigarola, mercante milanese, stabilito in Venezia, d'entrare in trattato coi Veneziani; e trovarono il doge Francesco Foscari ed il consiglio de' dieci più disposti per la pace di quello che avevano sperato[364].

Finalmente i Veneziani cominciavano a sentire quanto in politica era grande l'errore d'avere voluto abbandonare il ducato di Milano ad un principe guerriero ed ambizioso, piuttosto che lasciarlo sussistere in repubblica. Marcello, il procuratore di san Marco, che seguiva le armate, aveva da lungo tempo cercato di far sentire ai suoi commettenti il pericolo di questo sistema. Il trattato, agevolato da questo ritorno alla moderazione, si continuò tra Milano e Venezia con profondo segreto, per non lasciarlo traspirare al conte Sforza. Non era per anco terminato al primo di settembre, quando una nuova signoria entrò in carica a Milano, e tolse ogni potere al partito moderato per renderlo a feroci demagoghi. Il senato di Venezia aspettava, per dichiararsi, il risultamento di una pratica, di cui lo Sforza teneva il filo, e questa scoppiò l'undici di settembre. Le città di Crema e di Lodi gli furono date per tradimento. La prima spiegò l'insegna di san Marco, e l'altra quella del conte. Questo fu il termine che i Veneziani pensarono di porre alle sue conquiste. Siccome egli conduceva la sua armata sotto le mura di Milano, il consiglio dei dieci gli partecipò di essere stato sottoscritto un armistizio coi Milanesi; e richiamò nello stesso tempo Bartolomeo Coleoni e la sua armata[365].