I deputati di Venezia, annunciando al conte Sforza che il loro senato accettava la pace e che lo invitava ad accedervi, erano incaricati di fargli sentire quanto fosse ancora incerto il fine della guerra, e quanto doveva ancora credersi lontano da una piena vittoria, di modo che avrebbe dovuto ritenersi ben fortunato di accettare le vantaggiose condizioni, che i Veneziani gli avevano procurate. Per lo contrario egli ben sapeva, che le rapide sue conquiste erano quelle che avevano risvegliata la gelosia del senato, e che non gli si proponeva la pace che per timore di vederlo in breve padrone di Milano. Le sue speranze venivano rinforzate dall'arrivo al suo campo di moltissimi emigrati che il governo rivoluzionario aveva cacciati di città, e dall'arrivo dello stesso Carlo Gonzaga, fin allora comandante della piazza[366]. Frattanto lo Sforza aveva dal canto suo fatte dolorose perdite, ed in particolare di ufficiali generali: il conte del Verme, alla cui figlia aveva dato in isposo un suo bastardo, era stato ucciso sotto Monza. Roberto di monte Albotto, Cristoforo di Tolentino, Jacopo Catalani, ed il conte Dolce dell'Anguillara gli erano stati tolti da una febbre pestilenziale, che aveva travagliato il suo campo e quello de' Veneziani, ed in pari tempo lo aveva privato di moltissimi soldati. Aveva ancora pianto di più Manno Barile, vecchio capitano di settant'anni, che lungo tempo aveva militato sotto suo padre, indi lo aveva costantemente servito con somma fedeltà, ed erasi annegato nel Lambro[367]. Altronde Alfonso d'Arragona pareva che volesse prendere la difesa dei Milanesi; egli aveva mandati in diversi tempi due piccoli corpi d'armata, ch'erano entrati nello stato di Parma, e colà poi dispersi da Alessandro Sforza. Queste medesime disfatte potevano agli occhi d'Alfonso essere motivi per mandare in Lombardia più imponenti forze.
La pace fra le due repubbliche era stata sottoscritta in Brescia il 27 settembre, ed il 30 Pasquale Malipieri venne a parteciparne le condizioni allo Sforza. Questa pace lo innalzava al rango de' primi sovrani d'Italia, onde non poteva lagnarsi d'essere stato sagrificato dalla sua alleata. Il territorio della nuova repubblica di Milano doveva stendersi soltanto fra i tre fiumi Adda, Ticino e Po, senza nemmeno comprendere la parte di questa penisola che un tempo appartenne ai Pavesi. Lo Sforza doveva restituire Lodi, e rinunciare ad ogni pretesa sopra Milano, Como ed il loro territorio; del rimanente veniva riconosciuto sovrano di Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Piacenza, Parma e Cremona, colle fertili loro province. Pasquale Malipieri soggiunse soltanto, che accordava venti giorni al conte Sforza per accedere ad un trattato che gli assicurava tanti vantaggi[368].
Ma l'ambizione dello Sforza era andata crescendo colle conquiste, e non potev'essere soddisfatta che collo stato posseduto già da suo suocero; soltanto egli sentiva la necessità d'opporre l'astuzia a questo cambiamento di politica. Accordò ai Milanesi la tregua di venti giorni che gli erano stati domandati, la quale loro non permetteva d'approvigionare la città, e siccome propriamente arrivava alla stagione delle semine, egli accortamente calcolava, che nella speranza di certa pace, gli assediati affiderebbero alla terra quasi tutto il grano che loro rimaneva. Mandò nello stesso tempo tre ambasciatori a Venezia, uno de' quali era lo stesso suo fratello Alessandro, per recarvi la sua adesione al trattato di pace; ma segretamente loro commise di tirare in lungo il trattato, evitando, se possibile fosse, di apporre al trattato le loro firme. In appresso allontanò da Milano le sue truppe, ma conservando tutti i passi che potevano agevolarne il pronto ritorno[369].
Mentre ancora durava questa ingannatrice tregua, morì a Milano d'idropisia il 16 ottobre 1449 Francesco Piccinino. Questo generale aveva cagionato ai Milanesi più mali che beni. Inferiore al padre ed al fratello di talenti, di coraggio, ed ancora di forza di corpo, perdeva talvolta nell'ubbriachezza l'uso delle sue facoltà. I suoi falli avevano apportato alla milizia di Braccio frequenti rotte, che l'avevano umiliata e scoraggiata. Il comando in capo di questa milizia passò dopo la sua morte a suo fratello Giacomo, capitano assai più rapido in ogni movimento, e più valoroso in battaglia. Giacomo fu dai Milanesi riconosciuto generalissimo, e proclamato dalle truppe. Queste per altro, confessando la superiorità dell'ultimo, non lasciavano di sospirare Francesco, il quale si affezionava il soldato colla sua prodigalità e colla sua ingenuità, mentre il secondo veniva notato d'avarizia[370].
Era appena spirato il giorno della tregua, e terminate le semine del Milanese, quando Francesco Sforza dichiarò che non ratificava la pace segnata in di lui nome dai suoi deputati. Per altro, per mettere il suo onore e la sua coscienza in riposo malgrado la sua mala fede, fece ciò che ancora generalmente si fa in Italia, quando vuolsi riconciliare l'opinione pubblica ad un'azione immorale[371]; indusse de' teologi, che ne fanno professione, a scrivere dissertazioni, che sparse in ogni luogo, onde provare che non era tenuto ad osservare un trattato che la sola forza delle circostanze gli avevano fatto conchiudere. Non trasse per altro fuori le sue truppe dai quartieri d'inverno, i quali erano così avvedutamente disposti, che senza abbandonarli poteva continuare il blocco di Milano; ma fece uscire numerose squadre di cavalleria, che guastavano le campagne, e che rompevano ogni comunicazione tra l'armata veneziana e gli assediati.
Il senato veneto, ricevendo questa notizia, risolse di forzare colle armi quest'ambizioso condottiere a stare alle condizioni accettate dai suoi ambasciatori. La signoria ordinò a Sigismondo Malatesta, generale in capo della sua armata, di aprirsi a forza una comunicazione con Milano, e di vittovagliare quella città. Sigismondo passò l'Adda presso Lecco, ed entrò in mezzo alle ridenti colline che separano il lago di Como da quello di Lecco, dette monti di Brianza; colà doveva recarsi il Piccinino, che infatti partì da Milano per raggiugnerlo. Ma lo Sforza colla sua rapidità prevenne la loro unione; battè il Piccinino il 28 di dicembre, respingendolo in Milano, e si portò subito dopo sopra Sigismondo, cui costrinse a ripassare l'Adda dopo avergli fatti molti prigionieri; e così terminò l'anno con una importante vittoria[372].
Cominciò il seguente con un trattato non meno vantaggioso. I suoi ambasciatori, uno de' quali era Bartolomeo Visconti, vescovo di Novara, segnarono per lui il 20 gennajo con Luigi di Savoja un trattato di pace, in forza del quale i due sovrani si guarentivano le vicendevoli loro conquiste. Lo Sforza rinunciava a molti distretti e castelli, che il Piemontese gli aveva tolti ne' territorj di Pavia, di Novara, e di Alessandria; ma era troppo contento di liberarsi a tale prezzo da un formidabile nemico, che avrebbe potuto fare contro di lui una potente diversione, finchè trovavasi impegnato nella presente guerra[373].
La situazione dei Milanesi e quella dello Sforza erano egualmente difficili e pericolose; l'uno e gli altri mancavano di vittovaglie; più non trovavasi grano nelle esauste campagne, e quello che lo Sforza faceva venire da Lodi, appena bastava al mantenimento del terzo della sua armata. I Milanesi trovavano tuttavia de' contadini, che, sedotti da un immenso guadagno, avventuravansi a portar loro vittovaglie con pericolo della vita, mentre le sottraevano accortamente ai soldati dello Sforza, che, le avrebbero prese senza pagarle. Niuna sanguinosa azione affrettava la conchiusione della guerra; l'armata di Sigismondo Malatesta e quella dello Sforza non tenevano la campagna, e gl'Italiani, educati nella mollezza, non supponevano che in mezzo ai rigori dell'inverno si potesse agire alla scoperta. Frattanto i due generali si facevano ne' loro accantonamenti una guerra di scaramucce. Le truppe dello Sforza, alloggiate nelle borgate del Milanese, battevano la campagna per fermare i convogli di viveri; dall'altro canto il Malatesta ed il Coleoni avevano adunati in Bergamo ragguardevoli magazzini, di dove sforzavansi di approvigionare Milano.
Bartolomeo Coleoni, sperando d'aprirsi una comunicazione, passò di nuovo l'Adda, e si avanzò fino a Como. Giacomo Piccinino vi si recò dalla banda di Milano, ed altro non restava da farsi al Piccinino che di tornare per la già fatta strada a Milano coi convogli che il Coleoni gli aveva condotti a Como. Tutti i luogotenenti dello Sforza consigliavano il loro capo a ritirarsi, ed a non ostinarsi a guardare accantonamenti così pericolosi tra una grande città assediata ed un'armata nemica. Lo Sforza si ostinò solo ne' suoi progetti, e senza trar fuori dai quartieri tutta la sua cavalleria, seppe tagliare al Piccinino la strada di Milano. Le ricche borgate del Milanese gli offrivano comodi alloggiamenti, e la sua armata era non meno concentrata che se fosse stata in un campo[374].