Il pericolo raddoppiavasi per le due parti per la slealtà di tutti i capitani, che, non pensando che ad arricchirsi, mettevano continuamente all'incanto l'onore e la fedeltà loro. Il Ventimiglia era entrato in trattati coi Veneziani nello stesso tempo che il Piccinino collo Sforza; ma il primo di cui fu scoperto l'intrigo, venne imprigionato dal conte, e mandato a Pavia; il secondo, non osando di porsi in mano del suo nemico sebbene lusingato dalle più larghe promesse, ruppe il trattato, già condotto molto avanti, e fece morire come falsario il deputato che aveva trattato con lui[375].
Intanto Milano trovavasi in preda a tutti gli orrori della fame: di già i più ricchi avevano mangiati i loro cavalli, i muli ed i cani chiusi con loro, mentre il popolo strappava le radici e le erbe che crescevano lungo le mura, senza che avesse sostanze untuose per cucinarle. Migliaja di poveri erano periti in mezzo alle strade, altri in maggior numero tentavano rifugiarsi nelle campagne; ma lo Sforza, che aveva riposta ogni speranza d'avere Milano nella sola fame, li faceva rientrare di nuovo in città. Le fanciulle sole erano sottratte a così rigoroso ordine, non dalla compassione, ma dall'incontinenza de' soldati[376].
L'armata di Sigismondo Malatesta era più numerosa di quella dello Sforza, ma credesi che questo generale, il quale non mancava nè di abilità, nè di coraggio, non osasse di venire ad una battaglia necessaria alla liberazione di Milano, per timore di soggiacere, quando rimanesse perdente, alla meritata vendetta dello Sforza. Egli aveva in addietro sposata Polissena, figliuola di Francesco, e poco dopo l'aveva fatta perire per isposare un'amica; temeva la sorte d'una battaglia, che poteva esporlo a restar prigioniero di suo suocero mortalmente offeso[377].
I capi del governo di Milano, disposti a tutto soffrire piuttosto che venire sotto la tirannia dello Sforza, si adunarono nel tempio di santa Maria della Scala, e proposero di assoggettare la città al governo di Venezia, onde muovere questa repubblica a difenderla più potentemente. Era questo da lungo tempo l'oggetto della segreta ambizione de' Veneziani e dell'ambasceria del Venieri. Ma mentre stavano deliberando, la sera del 25 febbrajo cominciò un gravissimo tumulto tra la plebe affamata del quartiere di Porta nuova. Il podestà, Domenico da Pesaro, e Lampugnano Birago, uno dei magistrati, furono respinti a sassate. Gaspare da Vimercate e Pietro Cotta si posero alla testa degl'insorgenti, ed attaccarono il palazzo. Un'ala di questo edificio era occupata dalla signoria, un'altra dalla duchessa Maria, vedova dell'ultimo duca. Gl'insorgenti, respinti dalla guardia del primo corpo dell'edificio, entrarono per il secondo e si precipitarono a traverso ai suoi lunghi andatoj per giugnere alle sale del governo. Leonardo Venieri, ambasciatore de' Veneziani, si presentò loro, cercando di trattenerli, ma venne ucciso da que' furibondi. Allora i magistrati fuggirono dal palazzo, che venne occupato dal popolaccio, e l'insurrezione si estese ad altri quartieri della città. Ambrogio Trivulzio, che comandava a porta Romana, cercò invano di resistere, e togliere la patria dalle mani della plebe; all'ultimo si sottomise ancor egli, per non accrescere i mali di Milano coi disastri d'una guerra civile[378].
Il tumulto aveva cominciato la sera, e si era continuato tutta la notte. La mattina del 26 febbrajo i cittadini si adunarono nuovamente in santa Maria della Scala per deliberare intorno a ciò che conveniva di fare; perciocchè quegli stessi insorgenti, che avevano rovesciato il governo, e manifestato tanto furore contro coloro che continuavano la guerra, non avevano verun piano determinato, veruna speranza intorno ai mezzi di farla finire. All'odio contro lo Sforza, radicato in tutti i cuori, aggiugnevasi quello contro i Veneziani, de' quali i Milanesi erano sempre stati gelosi, e che adesso accusavano di essere la cagione d'ogni loro male. Piuttosto che cadere sotto il loro giogo, o sotto quello dello Sforza, alcuni proposero in quest'assemblea tumultuosa di darsi al re Alfonso, altri a quello di Francia, altri al papa, altri al duca di Savoja; ma Gaspare da Vimercate, che prese la parola dopo tutti gli altri, e che avendo lungo tempo servito sotto Francesco gli era segretamente affezionato, non ebbe difficoltà a dimostrare, che il re di Napoli, il re di Francia ed il papa erano così lontani, che il popolo di Milano perirebbe di miseria, prima che potesse essere soccorso. Aggiunse che il duca di Savoja era troppo debole per salvarli, come era stato dimostrato dalla precedente campagna; all'ultimo dichiarò, che, volendosi far cessare all'istante la fame e la guerra, non eravi che un solo spediente possibile, quello cioè di darsi a Francesco Sforza, di cui vantò la clemenza e la bontà, e di riconoscere il genero ed il figliuolo adottivo dell'ultimo duca quale legittimo successore dei Visconti. Questa speranza di così vicina pace, dell'immediata cessazione d'insoffribili mali, produsse nella moltitudine una sorprendente rivoluzione. Quegli che poc'anzi era oggetto di esecrazione, parve a tutti il solo salvatore dei Milanesi, ed il Vimercate fu subito incaricato di portare al conte Sforza le offerte ed i voti di tutto il popolo[379].
Lo Sforza, avvisato di questa rivoluzione, si era posto in cammino da Vimercate, ov'era il suo quartiere, ed avvicinavasi a Milano alla testa della cavalleria. Aveva ordinato ai suoi corazzieri di prendere seco tanto pane quanto ne potevano portare. A sei miglia dalla città trovò la folla dei Milanesi che gli si faceva all'incontro, e senza sospendere la marcia fece dai soldati distribuire il pane che portavano agl'infelici che soffrivano la fame, onde contrarre con loro un legame d'ospitalità col primo beneficio. Giunto a Porta Nuova trovò Ambrogio Trivulzio con un piccolo numero di fedeli cittadini, che prima di lasciargli libero l'ingresso della città volevano imporgli alcune condizioni, e fargli giurare l'osservanza delle leggi della libertà della loro patria; ma più non era tempo di resistere, nè alla soldatesca insolente, nè al medesimo popolaccio, che ad altro non pensava che al cibo ed alla pace di cui voleva godere. Lo Sforza, incoraggiato dal Vimercate e da coloro che lo seguivano, passò avanti senza volersi legare con veruna promessa[380]. Spinto e quasi portato col suo cavallo tra le braccia de' cittadini, venne prima nel tempio di santa Maria a rendere grazie a Dio di questo felice avvenimento, indi passò nella pubblica piazza, ove fu salutato tra mille acclamazioni col nome di principe e di duca. Dispose guardie in molti luoghi della città, occupò le mura e le porte, poi tornò fuori di Milano immediatamente, onde affrettare l'arrivo d'altri convoglj di vittovaglie. Fece pubblicare in tutte le campagne che tutti i commestibili sarebbero ricevuti nella nuova sua capitale senza pagamento di gabella, ed in pari tempo fece a proprie spese trasportare da Cremona e da Pavia grandi convoglj di frumento e di pane da distribuirsi ai poveri. Ne' due susseguenti giorni Monza, Como e Bellinzona, sole piazze forti rimaste in potere dei Milanesi, gli aprirono le loro porte. Sigismondo Malatesta, avvisato della seguìta rivoluzione dai fuochi di gioja che vide farsi in città, ripassò l'Adda coll'armata veneziana; e Francesco Sforza in possesso di tutto il ducato di Milano, pose, finchè durò la cattiva stagione, le sue truppe ne' quartieri d'inverno[381].
Se nell'istante in cui Francesco Sforza conseguiva l'oggetto della sua ambizione, delle sue guerre e della sua politica, egli avesse potuto prevedere l'avvenire, non v'ha dubbio che la sua gioja sarebbesi turbata, paragonando il valor reale dell'acquistato trono col prezzo che gli era costato. «La corona, dice il Ripamonti storico milanese del diciassettesimo secolo, non doveva arrivare fino al sesto erede, e le cinque successioni, per le quali doveva trasmettersi, essere dovevano accompagnate da altrettante tragiche vicende nella sua famiglia. Galeazzo, suo figliuolo, fu, per i suoi delitti e per la sua dissolutezza, ucciso da alcuni gentiluomini contro di lui congiurati in presenza del popolo, innanzi agli altari, in mezzo alle feste consacrate; e l'intera città fu in appresso insanguinata dall'uccisione de' cospiratori. Giovanni Galeazzo, che gli successe, morì avvelenato da Lodovico il Moro, e fu vittima dei delitti dello zio. Questi, fatto prigioniere dai Francesi, morì di dolore in prigione. La sorte d'uno de' suoi figli fu simile alla sua: l'altro, dopo un lungo esilio ed una misera vita, ristabilito già vecchio e senza figli sopra un trono vacillante, vide finire ad un tempo il suo impero e la sua vita. Tale fu la ricompensa del tradimento che soggiogò Milano; e per questo Francesco Sforza passò tutta la sua vita tra gl'inganni, le privazioni ed i pericoli»[382].
CAPITOLO LXXIV.
Politica di Cosimo de' Medici. — Guerra di Piombino tra il re di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi de' Veneziani e di Alfonso contro lo Sforza sostenuto dai Fiorentini. — Pace di Lodi.