1447 = 1454.

Milano mai non sarebbesi conquistata da Francesco Sforza, nè la Lombardia sarebbe diventata la preda di un ambizioso capo di mercenari soldati, se la repubblica di Firenze, quella che aveva fatte fiorire le arti, le lettere antiche, la filosofia e la poesia, non avesse antecedentemente mutato governo. Per lo spazio di cinquant'anni si era veduta quest'illustre città diretta da uomini di stato patriotti, che risguardavano il mantenimento della libertà italiana, come il nobile ufficio della loro repubblica. Giammai non avevano temporeggiato a porsi nella prima linea per opporsi alle usurpazioni di Barnabò e di Galeazzo Visconti, di Ladislao di Napoli, e di Filippo Maria. Maso degli Albizzi e Nicolò d'Uzzano credevano fermamente che la libertà fosse la sola guarenzia della pace e della prosperità d'Italia; che sollevandosi un tiranno non solo schiacciava i proprj suoi sudditi, ma minacciava tutti i vicini; che i vizj e la bassezza di una corte corrompevano col loro fatale esempio i cittadini di uno stato libero chiamati a trattare con lei. Si credevano per dovere obbligati e per coscienza ad abbracciare le difese di un popolo che prendeva le armi per mantenere o per ricuperare la libertà; essi calcolavano meno l'interesse della loro repubblica, di quello che si affidassero alla nobiltà de' loro proprj sentimenti; e perchè non erano meno illuminati che giusti, avevano sentito e fatto riconoscere ai loro concittadini che la più alta prudenza si trova nella più alta virtù, e che una condotta nobile e generosa conduce alla grandezza ed alla gloria.

Sgraziatamente questa memorabile aristocrazia, una delle più brillanti per i talenti, delle più commendevoli per le virtù, delle più scrupolose a favorire la libertà dei popoli, provò, siccome tutto ciò che s'avvicina alla perfezione, la fatale influenza de' tempi. Rinaldo degli Albizzi, meno abile e più prosontuoso di suo padre, abusò di un'autorità che i suoi rari talenti più non rendevano benefica. Venne esiliato co' suoi vecchi amici della libertà, che in tempo della loro amministrazione avevano dato un così nobile carattere alla loro repubblica. Cosimo de' Medici aveva ereditata la loro gloria e la loro autorità: egli raccolse i frutti di tutto quanto essi soli avevano fatto pei progressi dello spirito umano, per lo sviluppo del pensiere e dell'immaginazione, sebbene egli fosse lontano dall'uguagliarli. Eppure Cosimo de' Medici è il solo conosciuto dalla posterità; mentre sono dimenticati gli Albizzi, perchè noi siamo più tocchi dallo splendore che circonda un grand'uomo, che da quello di cui egli stesso è la causa, o perchè possiamo ancora leggere le adulazioni di coloro che incensarono il primo Medici, di Ambrogio Traversari, di Poggio Bracciolino, d'Argirogilo, di Lapo da Castiglionchio, di Benedetto Accolti, di Flavio Biondo, di Giannozzo Manetti e di Leonardo Aretino, che tutti vissero a lui famigliari, che vennero sostenuti dalla sua borsa, e gli dedicarono le scritture colle quali maggiormente contribuirono al rinnovamento delle lettere; ma il governo virtuoso che fece nascere e che formò tutti quegli uomini distinti, e lo stesso Cosimo con loro, non trovò alcuno che lo celebrasse, perchè fu rovesciato nell'istante in cui questi scrittori, di già arrivati al perfezionamento delle loro facoltà, potevano rendere gloria in ricompensa della ricevuta protezione, e perchè la riconoscenza anche tra i più celebri autori sopravvive poche volte al credito dei loro benefattori.

Cosimo de' Medici era non per tanto un grand'uomo, e non ha usurpata la riputazione con cui attraversò i secoli futuri. Questo mercante di Firenze, che in mezzo alla luminosa sua carriera non abbandonò mai il traffico de' suoi padri, che sparse intorno a sè il ben essere ed animò l'industria coll'immensa sua ricchezza, questo mercante era uno de' più destri politici d'Europa, un uomo di squisito gusto nelle arti, d'una vasta erudizione letteraria, di un giusto e profondo giudizio in filosofia, di cui fu uno de' principali ristauratori.

La ricchezza di Cosimo de' Medici, prima cagione della sua potenza e della sua gloria, non apparve senza limiti che perchè questo grand'uomo ebbe la saviezza di rimanersi sempre cittadino. Anche calcolando, non solo le sue entrate, ma i profitti del suo commercio al maximum; egli non dispose mai di più di cinquanta mila fiorini all'anno, circa 600,000 italiane, ed il suo capitale non oltrepassò mai i dugento cinquanta mila fiorini. Questa somma sarebbe stata ben poca cosa pel bellicoso suo amico Francesco Sforza, che ancora prima di essere duca di Milano spese diverse volte più di trecento mila fiorini all'anno. Ma i calcoli degli ambiziosi gl'ingannano sempre; il danaro, che prodigalizzano ai loro soldati per innalzare la loro potenza, li renderebbe veracemente più grandi se lo erogassero nelle arti della pace. Cosimo de' Medici non conobbe il lusso nè nella pubblica nè nella privata sua vita, e nell'una e nell'altra fu veramente grande. Non profuse il suo patrimonio nell'assoldare armate, o nel fomentare intrighi presso le straniere potenze, non cercò d'abbagliare i suoi concittadini nè collo splendore delle vesti e degli equipaggi, nè colla magnificenza della tavola, nè con numerosi servi riccamente vestiti; ma innalzò monumenti alle arti non uguagliati da verun principe d'Europa, estese le sue beneficenze a tutti gli uomini illustri del suo secolo, e coi capi d'opera creati col di lui favore, e coi monumenti dell'antichità ch'egli ci ha conservati, farà sentire i benefici effetti delle sue ricchezze fino alla più lontana posterità[383].

Cosimo de' Medici illustrò la sua munificenza, aprendo al pubblico vaste raccolte di preziosi manoscritti in un'epoca in cui ogni libro era considerato quasi come un tesoro. In occasione del suo esilio a Venezia lasciò per pegno della sua riconoscenza allo stato, che gli avea dato asilo, una pubblica biblioteca nel convento di san Giorgio, che vi si mantenne fino al 1614[384]. Uno de' suoi compatriotti, Niccolò Niccoli, poco ricco cittadino, aveva adunati ottocento manoscritti latini, greci ed orientali, molti de' quali erano stati da lui copiati ed arricchiti di utili commenti. L'aveva, morendo, legata al pubblico sotto la cura di sedici deputati; ma fu Cosimo che procurò ai Fiorentini il godimento della liberalità del Niccoli, pagando tutti i suoi debiti, e stabilendo a sue spese questa biblioteca nel convento di san Marco, che aveva fatto magnificamente fabbricare[385]. Nello stesso tempo la privata sua collezione fu il primo fondo della biblioteca, che da suo nipote ebbe poi il nome di Laurenziana[386].

Cosimo de' Medici, alzandosi tra i primi contro il primato che la filosofia d'Aristotile aveva ottenuto nelle scuole, seguì le lezioni di Gemistio Pleto, uno dei greci teologi del concilio di Firenze; acquistò da lui un vivissimo gusto per la filosofia platonica, e destinò uno degli scolari di Pleto, Marsilio Ficino, ad essere il ristauratore dell'accademia. Gli fece dare un'educazione tutta diretta a questo scopo, ed egli, più ancora che l'allievo da lui scelto, fu il padre dei nuovi Platonici[387]. Le sue immense ricchezze, le sue corrispondenze, che abbracciavano tutto il mondo conosciuto, erano costantemente impiegate in servigio dell'erudizione; dietro inchiesta del Poggio o del Traversari egli incaricava i commessi delle sue case di commercio di comperare, o di far copiare i manoscritti che altri dotti avevano scoperti in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Grecia ed in Siria. Palazzi, conventi, chiese, venivano innalzati a sue spese in ogni città nel territorio, ed egli faceva in tal modo godere del lusso delle belle arti i poveri cittadini d'uno stato libero, mentre incoraggiava il genio del Michelozzi e di Filippo Brunelleschi. Egli fu l'amico ed il protettore di Donatello e di Masaccio, ai quali la scultura e la pittura devono i rapidi loro progressi. In mezzo alla protezione ch'egli accordava a tutti i lavori eleganti o utili, non dimenticò l'agricoltura, ed i suoi due poderi di Careggi e di Caffagiuolo, di cui tanto amava il soggiorno, vennero arricchiti dalle cure e dall'intelligenza di questo agricoltore consolare.

Non pertanto è come uomo di stato che Cosimo de' Medici ottenne la più grande riputazione, ed in questa carriera, in cui sparse così luminosi raggi, la sua gloria non va esente da ogni rimprovero. Conoscendo profondamente gli uomini e l'arte di guidarli, egli si mostrò in particolar modo fermo ne' suoi progetti, paziente, coraggioso, irremovibile; ma la di lui politica, invece di essere mossa da superiori considerazioni, tutta si riferiva a lui solo; e le viste del personale interesse sono più corte di quelle dell'amore della patria o della libertà. Cosimo, volendo internamente ed esternamente assicurare il poter suo e quello della sua famiglia, fece perdere a Firenze ciò che formava la sua gloria e la sua grandezza; volendo farsi al di fuori un potente alleato, che gli fosse personalmente affezionato, ruppe le antiche alleanze della sua patria, e la fece rinunciare a massime, che non erano state meno savie che generose. Cosimo de' Medici conservò Firenze libera, senza mostrare troppo attaccamento per la libertà. Sotto colore d'impedire le sommosse popolari ristrinse l'oligarchia tra le mani del minor numero possibile; nel 1452 fece attribuire il diritto di nominare la signoria a cinque soli cittadini, non senza eccitare la diffidenza e le lagnanze degli amici della patria[388]. Impiegò contro i suoi nemici severe e violenti misure, che scossero dai fondamenti la costituzione, ed egualmente ferirono gl'individui; sostituì allo spirito di corpo, che animava gli Albizzi, uno spirito di famiglia che riferitasi soltanto ai Medici; si sforzò d'uscire dall'eguaglianza repubblicana, mentre i suoi concittadini sforzavansi di mantenervelo. Cercò nell'amicizia di Francesco Sforza un appoggio di cui conoscevasi bisognoso, assai più per sè stesso che per la repubblica; talvolta, se dobbiamo prestar fede al Simonetta, diede a questo amico tali consiglj, che ben dimostrano che la sua politica non era frenata da verun principio di lealtà[389]. Persuase all'ultimo Firenze a secondare lo Sforza nell'oppressione dei Milanesi, mentre le inclinazioni non meno che l'interesse de' Fiorentini dovevano preferire in Lombardia uno stato libero, che servisse di contrappeso all'ambiziosa oligarchia veneziana, ed alla militare monarchia di Napoli.

Vero è che i Fiorentini non erano rimasti oziosi durante la guerra di Milano, nè affatto liberi nella scelta del partito cui dovevano appigliarsi. In sul cominciare della state del 1447, mentre ancora viveva Filippo Maria, e che i Fiorentini, uniti ai Veneziani, cercavano di terminare nel congresso di Ferrara la loro guerra con questo principe, Alfonso, re di Napoli, fece ribellare la piccola fortezza di Cennina, in val d'Arno di sopra, e vi mandò guarnigione per aprirsi l'ingresso della Toscana, qualunque volta vi volesse condurre l'armata che in allora aveva adunata a Tivoli. Per altro non prese le opportune misure per difendere questo castello, lasciando che i Fiorentini lo ripigliassero dopo quindici giorni[390]. Le rivoluzioni di Lombardia e la morte di Filippo lo tennero senza dubbio incerto per qualche tempo intorno alla condotta che doveva tenere; per altro seppesi alla fine di settembre, che aveva sotto i suoi ordini sette mila cavalli, quattro mila fanti e quattro mila foraggeri; che si era innoltrato fino a monte Pulciano, ai confini dello stato di Siena, e che aveva cercato di guadagnarsi quest'ultima repubblica. Gli ambasciatori Giannozzo Pitti e Bernardo Medici, che gli furono mandati, riferirono che voleva staccare i Fiorentini dall'alleanza di Venezia, e difendere così la Lombardia, al di cui possedimento aspirava essendovi chiamato dal testamento di Filippo Maria[391]. Entrò in fatti nel territorio fiorentino per la provincia di Volterra; colà come pure nelle Maremme di Pisa occupò alcune castella di non molta importanza, e fermossi in dicembre innanzi a quello di Campiglia, che gli oppose un'ostinata resistenza. Dal canto loro i Fiorentini avevano nominati i decemviri della guerra; avevano chiamato al loro soldo Federico, conte di Montefeltro, ed in appresso Sigismondo Malatesta; gli avevano rappattumati l'uno coll'altro, e non avevano perduto tempo nel levare un'armata, e porsi in istato di difesa[392].