I Fiorentini conobbero facilmente per così manifeste animosità, che sarebbero attaccati tostocchè spirasse la loro alleanza con Venezia, val a dire in principio del seguente anno. Si apparecchiarono perciò dal canto loro a vicine ostilità; il 12 giugno nominarono i decemviri della guerra, e posero tra questi magistrati Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Angelo Acciajuoli, e Luca degli Albizzi. Erano questi i più riputati politici dell'Italia. Strinsero col duca di Milano un'alleanza, colla quale guarentivansi reciprocamente i loro stati; assoldarono Simoneta di Campo Sampiero, ch'era stato altre volte al loro servigio, ed aspettarono gli avvenimenti[421].

Il cominciamento delle ostilità venne inoltre ritardato da una circostanza che ne' precedenti secoli avrebbe potuto essere cagione d'importanti rivoluzioni. Era il viaggio in Italia di Federico III, che veniva a cercarvi la corona dell'impero. Sigismondo, l'ultimo degl'imperatori coronato dal papa, aveva mal sostenuta la dignità dell'impero nelle ultime sue spedizioni d'Italia; pure vi era stato aspettato e temuto come un potente monarca; ed i due suoi viaggi eransi associati a grandi avvenimenti. Sigismondo aveva avuto per successore il 18 marzo del 1438 suo genero, Alberto II d'Austria, re d'Ungheria e di Boemia[422], che i Tedeschi contano tra i loro migliori monarchi, ma che non figurò in verun modo nella storia d'Italia. Alberto, occupato dalle contese del concilio di Basilea col papa, persuase la Germania ad un'esatta neutralità. Scacciò dalla Boemia, dalla Slesia e dalla Lusazia il principe Casimiro, fratello di Ladislao V, re di Polonia, ch'era stato elettore dagli Ussiti; ma non fu egualmente fortunato contro Amurat II, che avendo conquistata la Servia, minacciava l'Ungheria. Fu in mezzo ai suoi disastri in una campagna contro i Turchi, che Alberto II morì a Langendorf tra Gran e Vienna il 17 ottobre del 1439[423], lasciando la sua vedova Elisabetta gravida di Ladislao, in appresso re d'Ungheria e di Boemia, che venne conosciuto sotto il nome di Postumo[424]. Il 2 febbrajo del 1440 gli elettori nominarono suo successore il di lui cugino Federico III, nato il 23 dicembre del 1415, da Ernesto duca d'Austria e di Stiria. Questo debole principe, cui il suo segretario Enea Silvio, che poi fu Pio II, cercò invano di dare qualche celebrità, veniva nel dodicesimo anno del suo regno a chiedere al papa la corona d'oro conservata a Roma, per aggiugnere il titolo d'imperatore a quello di re dei Romani. Era sceso in Italia senz'armata, sebbene risguardasse come suo nemico Francesco Sforza, il più potente sovrano di quella contrada. Per non riconoscerlo come duca di Milano non volle andare a Monza a prendere la corona di ferro di Lombardia. Passò da Venezia a Firenze, ove fu ricevuto con grandissime onorificenze.

Federico III aveva dato appuntamento in Toscana alla principessa Eleonora di Portogallo, figlia del re Odoardo, e sorella d'Alfonso V, che aveva chiesta per sua sposa. Questo parentado, proposto tra le famiglie sovrane d'Austria e del Portogallo, era un indizio dei progressi dell'incivilimento, e delle relazioni che il commercio cominciava finalmente a stabilire tra i diversi membri della repubblica europea. Pure i paesi non Italiani erano ancora molto lontani dalla civiltà e dall'ordine sociale che regnano nell'età nostra in Europa. Niccolò Lanckman di Falkenstein, cappellano dell'imperatore, era uno degli ambasciatori mandati in Portogallo per isposare Eleonora, e si è fino al presente conservato il giornale del suo viaggio[425]. Non si crederebbe, leggendolo, che appartenga al secolo dei Medici, perchè ci rappresenta l'Europa così poco sicura pei viaggiatori, quanto lo sembrarono pochi anni dopo agli ambasciatori Veneziani presso Ussum Cassan la Turchia e la Persia. Questi ambasciatori recavansi, travestiti da pellegrini, dalla Germania, passando per Ginevra, il Delfinato e la Linguadocca, nella Catalogna, nell'Arragona, nella vecchia Castiglia e nella Galizia. Nè il diritto delle genti nè la polizia li proteggevano dagli assassini che spogliavano i passaggeri, o dai comandanti delle città che li taglieggiavano. Soltanto dopo il loro disastro trovavano in ogni luogo banchieri fiorentini, che loro somministravano danaro.

Per altro i paesi abitati dai Mori conservavano tuttavia l'antica loro civiltà. Formavano questi la più industriosa porzione della popolazione di tutte le grandi città della Spagna, e queste città erano ancora fiorenti. Dopo il suo matrimonio Eleonora s'imbarcò per passare in Toscana, ma dovette dar fondo a Ceuta in Africa, città in allora, al dire di Lankman, due volte più grande e più popolata che Vienna d'Austria.

Eleonora arrivò dal Portogallo a Livorno il 3 febbrajo del 1452, e per un singolare accidente era entrato quattro dì prima in Firenze Federico il 30 gennajo. Essi si riunirono il 19 di febbrajo a Siena. I Toscani osservavano con estrema curiosità un altro non meno illustre ospite che viaggiava coll'imperatore. Era questi Ladislao il Postumo, figlio d'Alberto II, che Federico III conduceva seco, dopo averlo ingiustamente spogliato della sua eredità. Gli Ungari, che domandavano il loro re, avevano formato il progetto di farlo rapire a Firenze; ma i Fiorentini credettero di mancare ai doveri dell'ospitalità, se permettevano entro le loro mura una violenza contro il loro ospite, sebbene tendente a riparare un'ingiustizia. Per altro fecero presso l'imperatore nobili rimostranze a favore di un re oppresso e di un pupillo tradito dal suo tutore. Le loro istanze non ebbero effetto, ma non lasciarono d'ispirare a Ladislao sentimenti di riconoscenza verso i Fiorentini.

Dopo avere attraversata la Lombardia e la Toscana come viaggiatore non come monarca, senza riclamare sul governo le prerogative della sovranità imperiale omai andate in dissuetudine, Federico III proseguì la sua strada alla volta di Roma, ov'entrò colla sua sposa l'otto marzo; furono sposati il 16 da Niccolò V, e coronati il 18[426]. Il 25 di marzo partirono alla volta di Napoli, ove furono ricevuti da Alfonso, zio della nuova imperatrice, col più splendido lusso. L'antica diffidenza, che teneva d'occhio tutti i passi degli imperatori d'Italia, aveva fatto luogo al desiderio di ostentare, in faccia ad un monarca che più non era temuto, tutti i prodigi di questa contrada incantatrice. Tra le feste celebrate a Napoli dalla magnificenza d'Alfonso la più sorprendente fu una caccia illuminata coi fanali nel recinto della Solfatara, ove la disposizione dei lumi in quel circolo fatto dalla natura, il numero degli animali, la musica, e la vaghezza degli abiti de' cacciatori, parevano realizzare i prodigi della magia. Il 20 aprile Federico III lasciò Napoli per riunirsi a Roma a Ladislao il Postumo, dal quale non separavasi senza inquietudine. Intanto l'imperatrice Eleonora imbarcossi a Manfredonia per Venezia, ove fece il suo ingresso il 18 di maggio. E soltanto il 19 di giugno arrivò coll'imperatore a Newstad, nella diocesi di Salisburgo, luogo di sua residenza.

Mentre Federico III tornava da Roma a Venezia, passando per Ferrara diede con grande cerimonia il titolo di duca di Modena e di Reggio, e di conte di Rovigo e di Comacchio, al marchese Borso d'Este[427]. Questi feudi dipendevano dall'impero; lo stato di Ferrara, che spettava all'alto dominio della santa sede, non venne eretto in ducato a favore della medesima famiglia che dopo altri diciannove anni[428].

Questa decorazione data alla casa d'Este, decorazione che per la medesima diventò l'epoca di una nuova grandezza, non era dovuta che alla venalità del monarca che attraversava allora l'Italia. Trovando tuttavia in questo paese un popolare rispetto pel potere ch'egli aveva perduto, egli pose all'incanto gli estremi avanzi della sua dignità. Vendette al maggior offerente tutti i titoli e tutte le prerogative imperiali che si vollero da lui comperare. Si moltiplicarono con profusione i diplomi di nobiltà, di notariato imperiale: i diritti di legittimare i bastardi, e quelli del perdono de' falsarj furono offerti a chiunque volle pagarli; e la bassa venalità della camera imperiale terminò di distruggere tutto quanto restava ancora in Italia di rispetto per gl'imperatori.

Il 16 maggio, giorno in cui l'imperatore lasciava Ferrara ed entrava nello stato della repubblica veneta, questa dichiarava la guerra al duca Francesco Sforza, e l'11 giugno il re Alfonso dichiarò la guerra ai Fiorentini[429]. Quest'ultimo, che destinava suo successore nel regno di Napoli suo figlio naturale Ferdinando, volle procurargli un'occasione d'illustrarsi. Gli diede per consigliere e per guida Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, uno de' più esperti guerrieri e de' più gentili sovrani dell'età sua: pose sotto i suoi ordini un'armata di otto mila uomini d'armi, e lo mandò in Toscana, persuaso che questo principe ne occuperebbe una gran parte. Ma, o sia che per qualche accidente l'artiglieria non potesse tener dietro all'armata, come dice lo storico d'Agobbio,[430] o sia che Ferdinando non avesse talenti per la guerra, nè docilità pel suo Mentore, questa spedizione non ebbe felici risultamenti. L'armata napoletana assediò da principio Fojano, piccolo castello posto in val di Chiana, che chiudeva la comunicazione tra lo stato di Siena e quello di Firenze. I suoi bravi abitanti, secondati da una guarnigione di dugento uomini, fermarono Ferdinando per trentasei giorni, e diedero tempo alla repubblica di raccogliere la sua armata sotto gli ordini di Sigismondo Malatesta. Due case di campagna della famiglia Ricasoli, Brolio e Cacchiano, che secondo l'usanza degli antichi tempi erano circondate da alcune fortificazioni, fecero una difesa ancora più sorprendente, poichè Ferdinando non potè impadronirsene. Finalmente Ferdinando andò ad assediare Castellina, piccolo castello lontano dieci miglia da Siena all'ingresso della valle di Chianti, e vi stette quarantaquattro giorni senza rendersene padrone. Finalmente le piogge dell'autunno lo costrinsero a levare l'assedio il 5 di novembre; ed allora uscì dal territorio fiorentino, dopo avere incagliato con tutta la potenza del re di Napoli contro piccoli castelli, che appena credevansi capaci di difesa[431].