Qualunque si fosse l'incertezza de' consigli il popolo di Firenze mostrò la più sincera gioja per la vittoria di Francesco Sforza. Egli vedeva sottentrare alla casa Visconti, sua acerba nemica da oltre un secolo, una casa che in certo modo gli doveva la propria grandezza, e sua antica alleata. Lusingavasi di trovare finalmente de' fedeli amici in que' Milanesi, le di cui forze tutte e tutte le ricchezze erano state costantemente impiegate a danno suo. Per ciò vollero i Fiorentini presentare con magnifica ambasciata le loro felicitazioni a Francesco Sforza; e gli vennero deputati gli stessi capi della repubblica. Furono scelti Pietro, figlio di Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Lucca Pitti e Diotisalvi Negri. Tranne Cosimo, questi quattro uomini erano i più riputati cittadini di Firenze; l'accoglimento loro fatto da Francesco Sforza corrispose a così onorevole scelta. Egli espresse loro con vivacità la costante sua intenzione di vivere e di morire amico dei Fiorentini, e di mostrar loro una riconoscenza proporzionata agli ajuti che nel corso di vent'anni aveva ricevuti dalla repubblica[402].

Francesco Sforza stava in allora occupato a celebrare il suo coronamento con feste e tornei, a sorprendere il popolo, ad affezionarsi la nobiltà coi favori che le accordava, a rialzare le fortezze, ed in particolare quella di Porla Zobia ch'era stata atterrata in tempo della libertà, finalmente ad assicurarsi coll'esilio o colla prigione di coloro che si erano mostrati più affezionati al governo da lui distrutto[403].

Il nuovo duca era stato senza difficoltà riconosciuto da tutti gli stati d'Italia; ma gli oltramontani parevano più disposti a contestargliene i diritti. L'imperatore Federico III riclamava la prerogativa sua propria di creare i duchi nelle terre dell'impero: a' suoi occhi il ducato di Milano aveva cessato colla linea dei Visconti, i di lui stati erano ricaduti alla diretta dell'impero, e lo Sforza era un usurpatore: dal canto suo Carlo VII, re di Francia, non conosceva altro duca di Milano che suo nipote, il duca d'Orleans, figliuolo di Valentina Visconti[404]. Per altro veruno di questi sovrani sembrava apparecchiato a far valere le proprie ragioni colle armi, nè lo Sforza prevedeva alcun movimento militare per parte della Francia o della Germania. Propriamente parlando non trovavasi l'Italia nè in pace nè in guerra. L'armata veneziana aveva ripassata l'Adda, ed afforzava il ponte conservato a Rivalta, senza però commettere veruna ostilità[405]. Una stanchezza, uno spossamento generale, forzavano al riposo queste potenze, che avevano così lungo tempo combattuto. Altronde una calamità d'un altro genere bastava in allora per opprimere i popoli, ed occupare i governi; la peste, conseguenza di tanti patimenti e privazioni, era scoppiata in Lombardia. Manifestassi prima a Milano, ove la fame avevale apparecchiata la culla[406]; ed il giubileo, accordato pel 1450 da Niccolò V, fu cagione che i pellegrini la diffondessero di città in città. Il contagio fece perdere a Milano trenta mila abitanti; a Lodi venne di buon'ora fermato dalla vigilanza del governo; ma Piacenza rimase pressochè diserta; altre città soffrirono egualmente assai, e non fu risparmiata Roma, dove i pellegrini portavano il suo veleno. Il papa si ritirò prima a Spoleti, poi a Foligno, indi a Fabriano, ma i suoi sudditi, che non potevano imitarlo furono vittima di una immatura divozione[407].

Prima di ricominciare la guerra, gli stati d'Italia avevano inoltre bisogno di conoscere quali fossero i veri loro interessi, di sapere quali alleanze loro fossero più utili, quale sistema di politica dovevano seguire dopo che le precedenti loro combinazioni erano tutte mutate. Per lungo tempo le due repubbliche avevano fatto testa al re di Napoli ed al duca di Milano; ma dacchè Firenze, abbandonando il suo antico sistema, si associava al duca, la repubblica di Venezia doveva accostarsi al re di Napoli. Ne' precedenti anni però avevano avuto luogo alcune ostilità tra Alfonso ed i Veneziani a cagione di qualche vascello mercantile predato dai corsari di Napoli. Luigi Loredano, ammiraglio della repubblica, incaricato di vendicarsi, aveva bruciate quarantasette navi nel porto di Siracusa in sul finire del 1449, ed aveva guastate le coste della Sicilia e di Napoli[408]. Ma un odio comune contra lo Sforza riconciliò queste due potenze, mentre i Veneziani perdonare non sapevano ai Fiorentini il loro rifiuto di ajutarli nell'ultima guerra, nè i secreti sussidj che sospettavano essere stati da loro mandati a Francesco Sforza. Lo stesso popolo che aveva ajutato Venezia a conquistare Verona, Brescia, Bergamo, e tanta parte della Lombardia, mostravasi ormai geloso della sua grandezza e si era scopertamente rallegrato dei vantaggi del suo nemico. Il senato de' Veneziani, profondamente offeso da tale abbandono di un'antica alleanza, mostrava verso i Fiorentini tant'odio, e tanta diffidenza, quant'era stata in addietro la sua confidenza in loro.

Le potenze che occupavano in Italia il secondo od il terzo rango non erano meglio stabilite nelle loro alleanze. Il marchese di Mantova, i di cui stati erano quasi da ogni banda circondati da quelli della repubblica di Venezia, mostravasi sconcertato nella sua politica. Luigi III era succeduto nel 1444 a suo padre Giovan Francesco di Gonzaga. Vittorino da Feltre, chiarissimo professore di belle lettere, aveva educato questo principe il di lui fratello e la sorella in una scuola, dal maestro intitolata la casa del piacere, nella quale aveva ricevuti sufficienti alunni per mantenere fra loro l'emulazione[409]. Luigi III mostrossi degno della fama del suo maestro coi progressi che fece nell'antica letteratura, e colla protezione che accordò ai dotti. Ma le sue pubbliche e private virtù non corrisposero alle sue cognizioni ed ai suoi talenti. Spogliò il fratello Carlo della sua parte della paterna eredità; e si videro questi due Gonzaga, nemici l'uno dell'altro, abbracciare opposte parti in tutte le guerre d'Italia. Carlo, alternativamente attaccato allo Sforza ed ai Milanesi, aveva spesso dato prove della sua mala fede. Era di nuovo ai servigj dello Sforza, quando questi occupò Milano, e venne fatto comandante della piazza da quello stesso principe, contro al quale pochi mesi prima aveva difesa la stessa città; in premio de' suoi servigj ricevette dallo Sforza il governo di Tortona: ma nello stesso tempo all'incirca Luigi Gonzaga, o perchè fosse scontento de' Veneziani, o per servire alla propria incostanza, cominciò a trattare col duca di Milano. I due fratelli non vollero trovarsi sotto le medesime insegne. Troppo difficile cosa sarebbe oggi lo scifrare a traverso delle reciproche loro accuse da qual parte stesse la ragione, se pure stava da qualche parte. È noto soltanto che Carlo Gonzaga fu arrestato il 15 novembre del 1450 per ordine di Francesco Sforza, e chiuso nella fortezza di Binasco; che gli furono tolti nello stesso tempo Tortona ed il comando delle truppe; che in appresso fu posto in libertà pel prezzo di 60,000 fiorini d'oro, e relegato nella Lumellina; ma che quando potè fuggire, lasciò il luogo del suo esilio per passare a Venezia, ove prese servigio contro il fratello e contro il duca di Milano, mentre Luigi Gonzaga erasi alleato collo Sforza contro i Veneziani[410].

I marchesi di Ferrara erano più potenti che quelli di Mantova, ma erano di più pacifica natura. I figli di Niccolò III erano stati educati da Guarino di Verona, e questo dotto grecista aveva saputo ispirar loro il gusto delle lettere e della poesia, la passione pei monumenti dell'antichità, per l'eleganza, per il lusso. Sebbene Lionello, il maggiore di questi principi, avesse in seguito, uscendo dalla scuola del Guarino, imparata l'arte della guerra nella milizia di Braccio, portò nel suo governo disposizioni affatto pacifiche, quando regnò dal 1441 al 1450. Fece fiorire gli stati di Ferrara e di Modena col commercio e coll'agricoltura, si circondò, non di soldati, ma di dotti e di poeti, coi quali rivalizzava egli medesimo, e cercò di ridurre i principi suoi vicini a godere, com'egli, dei beni della pace[411]. Aveva adunato in Ferrara il congresso che pareva in sul punto di pacificare l'Italia, quando Filippo morì, e Lionello vi aveva con imparzialità e con moderazione sostenute le parti di mediatore. L'ambizione de' Veneziani, cui si apriva un nuovo campo, rendette allora vane le sue fatiche; ma nel 1450 si offerse di nuovo per mediatore tra i Veneziani ed il re Alfonso, di cui aveva sposata la figliuola Maria. Gl'interessi di queste due potenze cominciavano ad essere gli stessi; le vicendevoli offese vennero facilmente dimenticate, e Lionello ebbe la soddisfazione di far loro sottoscrivere il 2 di luglio un trattato di pace[412]. Non sopravvisse lungo tempo a questa negoziazione, essendo morto a Belriguardo il primo ottobre del 1450. Ebbe per successore suo fratello Borso, come lui illegittimo, a preferenza di Niccolò suo figlio, ancora fanciullo, e de' suoi fratelli Ercole e Sigismondo nati di legittimo matrimonio. Borso, non meno di Lionello affezionato alle scienze ed alle arti della pace, si mantenne alleato dei Veneziani senza però prendere parte nella guerra che stavano per cominciare; ed accettò la mediazione dei Fiorentini, nemici de' suoi alleati, per troncare alcune ostilità scoppiate tra i suoi sudditi delle montagne Modenesi, ed i Lucchesi[413].

Il duca di Milano confinava all'occidente col marchesato di Monferrato e col ducato di Savoja. Lo Sforza aveva offesa la casa di Monferrato, facendo imprigionare Guglielmo, che aveva lungo tempo militato sotto le sue insegne, ed era fratello del principe regnante. Lo rilasciò il 26 maggio a condizione che questo generale gli restituirebbe la signoria d'Alessandria. Egualmente aveva fatto imprigionare Carlo Gonzaga, cui avea resa la libertà mercè la cessione di Tortona. Una tale condotta tenuta verso due capitani, cui il duca aveva donate due città come prezzo de' loro servigj, dà motivo di credere che il solo loro delitto fosse quello d'avere richiesti troppo ricchi compensi. Ma tostochè Guglielmo trovossi negli stati di suo fratello, egli protestò contro una cessione estorta colla violenza, e persuase il marchese di Monferrato ed il duca di Savoja ad allearsi coi Veneziani, prendendo di concerto le armi contro il loro ambizioso vicino.

Mentre le pratiche degli ambasciatori, secondati dall'irritamento degli spiriti, gettavano ovunque i semi di una nuova guerra, altre negoziazioni tendevano altresì a ristabilire la pace. Ve n'ebbero di dirette tra lo Sforza ed i Veneziani; il primo domandava soltanto la restituzione dei due castelli di Brivio e di Rivalta, che la repubblica voleva conservare per aprirsi l'ingresso nel Milanese, in caso che si riaccendesse la guerra[414]. Altre si trattarono alla corte di Napoli da due ambasciatori fiorentini, Franco Sacchetti, renduto celebre dalle sue novelle, e Giannozzo Pandolfini. Parve che ottenessero un felice esito, essendosi firmata la pace tra il re Alfonso ed i Fiorentini il 29 giugno del 1450, a condizione che il signore di Piombino pagherebbe al re un annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro[415]. Ma nel tempo medesimo altre negoziazioni di ben diversa natura si continuavano tra la repubblica di Venezia ed il re di Napoli, cui il desiderio di vendicarsi delle loro precedenti disfatte, acciecava ugualmente sul vantaggio de' loro stati e de' loro popoli. I Veneziani non ebbero appena firmata la nuova loro alleanza col re, che cominciarono a far conoscere ai Fiorentini il loro irritamento, aggravando di grosse gabelle i mercanti forastieri che trafficavano nella loro città, e le stoffe che importavano[416]. Matteo Vettori, ambasciatore veneziano, passò in appresso a Firenze con Antonio di Palermo, il celebre segretario di Alfonso, ed il 6 marzo del 1451 comunicarono alla signoria la nuova alleanza dei due stati. Dichiararono che lo scopo loro non era stato quello di riaccendere la guerra, ma bensì il desiderio di conservare la pace d'Italia. Per altro il Vettori si valse di quest'opportunità per rinfacciare ai Fiorentini il passaggio accordato ad Alessandro Sforza a traverso alla Lunigiana nella precedente guerra, ed il danaro sovvenuto a suo fratello. Cosimo de' Medici rispose a queste imputazioni, e rintuzzò con molta nobiltà le indirette minacce che il Vettori aveva frammischiate al suo ragionamento. Ricordò i soccorsi prestati dai Fiorentini ai Veneziani dopo la rotta di Caravaggio, a quei medesimi Veneziani che rifiutato avevano pochi mesi prima di soccorrerli contro Alfonso; rinfacciò loro di avere strascinati i Fiorentini, senza consultarli nella guerra collo Sforza, e d'avere, senza consultarli, pure fatta col medesimo la pace. Per altro i Fiorentini avevano accettata questa pace, colla quale si era rinnovata l'amicizia da lungo tempo esistente fra essi e lo Sforza, e che il solo bisogno de' Veneziani aveva potuto far loro dimenticare; egualmente senza interpellarli, e senza neppure avvisarli, Venezia erasi in appresso disgustata con questo generale. Ma l'incostanza de' consigli di san Marco, o le variazioni della loro politica, che nemmeno erano state notificate a Firenze, non bastavano ad alienare i Fiorentini dal loro antico capitano, diventato duca di Milano[417]. Parve che l'ambasciatore veneziano ammettesse la verità di queste allegazioni, e ch'egli si ritirasse soddisfatto. Per altro il 20 giugno susseguente tutti i Fiorentini ed i loro sudditi ebbero ordine di uscire dal territorio di Venezia[418]; e lo stesso giorno si pubblicò in Napoli un'eguale notificazione. I Veneziani tentarono di far emanare un somigliante ordine da Costantino Paleologo, l'ultimo imperatore d'Oriente; ma questo sventurato principe, omai vicino a vedersi tolti dalle armi turche l'impero e la vita, non era disposto a crearsi nuovi nemici[419].

I Veneziani si provarono altresì di sollevare contro Firenze le due repubbliche più vicine. Cercarono prima l'alleanza de' Sienesi per aprirsi la porta della Toscana, ma i Sienesi non accettarono la loro alleanza che a condizione che non accorderebbero il passaggio ad alcun'armata destinata a turbare il riposo di Firenze. Per istaccare Bologna dai Fiorentini, i Veneziani credettero necessario di ricondurvi la fazione dei Canedoli contraria a quella dei Bentivoglio. Fecero gustare la loro alleanza ai signori di Coreggio e di Carpi, che s'accostarono a Bologna il sette di giugno con circa tre mila cavalli. Un rastrello, destinato a chiudere un canale, venne di notte aperto ai Canedoli, i quali entrarono in città ed occuparono la piazza maggiore. Ma mentre i medesimi magistrati abbandonavano il palazzo pubblico, Santi Bentivoglio, postosi alla testa dei partigiani della sua famiglia, caricò vigorosamente i ribelli, li rispinse fuori delle mura, e mostrò con questo primo fatto ch'era degno del nome che gli si era fatto prendere. Spedì subito dopo un'ambasciata a Firenze per rinfrescare la sua alleanza e quella di Bologna con questa repubblica[420].