Lo Sforza aspettava con impazienza l'arrivo del re Renato per agire di concerto con lui più vigorosamente; ma questo re veniva trattenuto nelle Alpi dal duca di Savoja e dal marchese di Monferrato, che ricusavano d'accordargli il passo. Renato, mal soffrendo ogni indugio, si recò per mare a Ventimiglia, ed il Delfino, che poi fu Lodovico XI, tanto si adoperò negoziando, che finalmente il duca di Savoja accordò all'armata francese di passare nel mese di settembre in Lombardia[450]. Renato, che ancora nella guerra portava la sua universale benevolenza e lo spirito di conciliazione, si trattenne ancora qualche tempo alle falde delle Alpi per trattare la pace tra il marchese di Monferrato ed il duca di Milano. Le due parti lo lasciarono arbitro, e col suo lodo pronunciato il 15 di settembre terminò le loro liti[451].
L'arrivo di Renato al campo dello Sforza portò la sua armata a più di quindici mila uomini di cavalleria pesante; e dopo circa un mese Alessandro Sforza lo raggiunse pure con quattro in cinque mila uomini d'arme che riconduceva dalla Toscana. Ma il duca di Milano non seppe o non volle approfittare di tanta superiorità di forze per isforzare il nemico ad una battaglia generale. Si limitò a dare il 19 di ottobre un assalto alla fortezza di Ponte Vico, in cui i vincitori entrarono per la breccia. Ma i soldati di Renato non partecipavano in verun modo della dolcezza o della bontà del loro capo; ossia che nelle loro guerre cogl'Inglesi essi si fossero avvezzati alla ferocia, o che la diversità delle costumanze e della lingua loro ispirasse per gl'Italiani quell'odio e quel disprezzo, che sogliono spesse volte rendere le armate più feroci verso i popoli che non conoscono; entrando in Ponte Vico essi uccisero tutti coloro che scontrarono; non risparmiarono nè le donne, nè i fanciulli; nè que' medesimi che di già si erano resi prigionieri ai soldati dello Sforza. Questi, offesi da tanta barbarie, risguardaronsi come insultati ne' loro prigionieri, videro nell'accanimento dei Francesi l'effetto di un odio universale verso la nazione italiana, e lungo tempo non sostennero tanto oltraggio; diedero addosso ai soldati di Renato nelle strade, posero fuoco alle case in cui trovavansi ritirati i Francesi, e gl'inseguirono con tanto furore, che Francesco Sforza ottenne a stento di separare i combattenti[452].
Questa ferocia delle truppe francesi inspirò tanto terrore agli abitanti di tutti i castelli e di tutte le borgate del Bresciano, che s'affrettarono di mandare deputati al campo dello Sforza per offrirgli le loro chiavi e domandargli salvaguardie. Anche que' castelli che trovavansi un solo miglio lontani dal campo del Piccinino parteciparono di cotale panico terrore. In breve si comunicò anche all'armata veneziana, che fuggì disordinata fino alle porte di Brescia che le furono chiuse in faccia[453]. Lo Sforza non ebbe avviso di questa fuga, che quando più non poteva approfittare della confusione dei suoi nemici, i quali si erano di già fortificati sotto le mura di Brescia; ma i territorj, Bresciano e Bergamasco, si assoggettarono al duca di Milano. Il castel di Roate alle falde della montagna di Brescia, e quello d'Orci nel piano, l'uno e l'altro difesi da numerosa guarnigione, furono i soli che sostenessero un regolare assedio. Dopo essersene impadronito lo Sforza ridusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[454].
Frattanto gli uomini d'armi francesi, che avevano accompagnato Renato in Italia, vi avevano appena passati tre mesi, che già premurosamente domandavano di essere ricondotti ne' loro focolari. Si erano disgustati per la loro contesa cogli uomini d'armi dello Sforza a Ponte Vico; altronde sentivansi umiliati dalla loro inferiorità; vedevano che nelle guerre d'Italia la destrezza era sempre avantaggiata sul valore, e che la tattica italiana era in allora incontrastabilmente superiore alla francese. Dal canto suo Renato, di già vecchio ed omai fuori di speranza di conquistare Napoli, malvolentieri sopportava le fatiche della guerra, e divideva l'impazienza de' soldati. Francesco Sforza andò a trovarlo a Piacenza per trattenerlo; ma a tutte le sue istanze Renato opponeva un'invincibile risoluzione, che per altro accompagnava colle proteste di attaccamento e di confidenza. Promise soltanto che nella susseguente primavera suo figlio Giovanni, che aveva il titolo di duca di Calabria, e la di cui età era più atta agli avvenimenti delle spedizioni militari, scenderebbe in sua vece in Italia. La partenza di questo vecchio pretendente al trono di Napoli, rendendo debole lo Sforza, accrebbe in esso il desiderio di fare la pace, e di godersi una volta tranquillamente i suoi nuovi stati[455].
Uno spaventoso avvenimento, che colpì di terrore tutta la cristianità, rendeva generale il desiderio della pace, ed esponeva ai rimproveri di tutta l'Europa coloro che vi mettevano qualche ostacolo. Costantinopoli era stata presa da Maometto II il 29 maggio del 1453; l'ultimo imperatore de' Greci, Costantino Paleologo, era stato ucciso con quaranta mila Cristiani; moltissimi mercanti italiani ed in particolare veneziani, che soggiornavano in quell'antica capitale dell'Oriente, avevano nel saccheggio perduta ogni loro proprietà, ed erano stati fatti schiavi[456]; ed i Turchi, la di cui arroganza era cresciuta a dismisura, minacciavano di assoggettare all'impero della mezza luna tutta la cristianità. La città imperiale, risguardata come il baluardo de' paesi ridotti a civiltà, pareva effettivamente che aprisse colla sua caduta l'Occidente ai barbari. Quando questa notizia fu portata ai due opposti campi dello Sforza e del Piccinino, eguale fu la costernazione; i capi dei soldati si rimproverarono inique guerre, che invano tutte consumavano le loro forze, nel momento in cui le loro armi avrebbero dovuto essere soltanto consacrate alla difesa de' loro fratelli. Il cardinale di sant'Angelo, nunzio di papa Niccolò V, loro rammentò i soccorsi per così lungo tempo implorati dai Greci e così crudelmente rifiutati dai Latini, e rigettò sull'ostinazione di quest'ultimi la vergogna di questa grande calamità. Si adunò sotto la presidenza del papa un congresso in Roma, e tutti gli stati manifestarono egualmente il loro desiderio di fare la pace, per rivolgere tutte le forze d'Europa contro i Turchi[457].
Ma questo così vivo pentimento, quest'obblìo de' più vicini interessi, non ebbero lunga durata; ognuno conobbe, che la crociata, cui rimproveravasi ognuno di non avere intrapresa, era fuori di stagione; deboli soccorsi avrebbero difesa Costantinopoli, mentre sarebbero abbisognate immense forze per riconquistarla. Ognuno adunque, portando al congresso parole di pace, vi palesò così esagerate pretese, che rendevano la pace impossibile. Voleva Alfonso che i Fiorentini gli rimborsassero le spese della guerra, questi per lo contrario chiedevano che Alfonso restituisse loro Castiglione della Pescaja in Maremma. I Veneziani ripetevano dallo Sforza la restituzione di tutto quanto egli aveva conquistato nel Bresciano e nel Bergamasco, la cessione di Cremona, e le rive del Po e dell'Adda per confine dei due stati. Lo Sforza invece d'acconsentire a tale cessione, ridomandava Crema, Bergamo e Brescia, che i Veneziani più non potevano difendere, e che avevano in addietro tolte ai suoi predecessori senza giusti motivi[458]. Finalmente papa Niccolò V, che il primo aveva invitati i Cristiani a deporre le armi, non procedeva neppure egli di buona fede. Se dobbiamo dar fede al Simonetta ed allo stesso Giannotto Manetti, suo panegirista, «la di lui prudenza gli aveva insegnato che le guerre tra i principi d'Italia assicuravano la pace della Chiesa, e che per lo contrario la loro concordia ne minacciava la tranquillità.» Cercò adunque soltanto di piacere a tutto il mondo, a non rendersi sospetto a chicchefosse, ed a protrarre le negoziazioni[459].
I Veneziani finalmente si avvidero, che nelle conferenze di Roma perdevasi il tempo ascoltando vani discorsi, che il papa nulla faceva per conciliare gli spiriti, e che il re Alfonso, che stava per la guerra, cercava di sventare ogni trattato. Spedirono dunque in qualità di segreto messaggiero a Francesco Sforza certo monaco, chiamato Simone da Camerino, per trattare direttamente con lui, e fargli ragionevoli proposizioni[460].
I Veneziani rinunciavano ad ogni pretesa sopra Cremona, e domandavano la restituzione del Bergamasco e del Bresciano. Lo Sforza domandava ancora la cessione di Crema, che poteva diventare in mano dei suoi nemici un posto avanzato troppo per lui pericoloso. Il consiglio dei dieci, che voleva la pace era di già determinato a lasciare sorprendere questa città dal Coleoni, onde il trattato non parlasse di restituzione. Ma quando ne fu fatta l'apertura al Coleoni, si trovò che questo generale, di già sollecitato da altro istigatore, meditava di passare dallo Sforza ai Veneziani, di modo che egli gagliardamente dissuase il consiglio dei dieci da una cessione, a suo credere, non necessaria.