Ma rendevasi necessario lo scacciare i Francesi dal Castelletto; e siccome mancavano per tale intrapresa l'artiglieria ed il danaro, Prospero e Paolo s'addirizzarono a Francesco Sforza, che aveva fin allora diretta la rivoluzione, e che più ardentemente ancora dei Genovesi desiderava di scacciare i Francesi dalla Liguria. Il duca di Milano poco allora temeva di eccitare in tale occasione la collera del re di Francia, perchè si era guadagnata l'amicizia del Delfino, che fu poi Lodovico XI, il quale faceva causa comune con tutti i nemici di suo padre[138]. Il duca fece dunque passare a Genova artiglieria e danaro, e fu dato vigorosamente principio all'assedio della fortezza. Vedendosi bentosto rinascere l'antica diffidenza e nimicizia tra Prospero Adorno e Paolo Fregoso, il duca chiamò il Fregoso a Milano, per lasciare che Prospero d'altro non si occupasse che della guerra cogli stranieri[139].
Frattanto Carlo VII adunava un'armata nelle province meridionali della Francia, per trasportare la quale furono apparecchiati dieci vascelli lunghi, ed il vecchio re Renato s'incaricò di condurla. Era composta di sei mila soldati quasi tutti gentiluomini, armati di caschetto e di corazza come i cavalieri, ma disposti a combattere a piedi, perchè i cavalli potevano essere poco utili nel paese montuoso in cui dovevano operare. Renato venne in luglio a prendere lingua a Savona, la quale erasi mantenuta fedele ai Francesi, e colà fu raggiunto da quasi tutta la nobiltà genovese che aveva dal canto suo fatti armare i suoi vassalli. L'avvicinamento di così formidabile armata atterrì Genova. Francesco Sforza vi aveva di già mandato Marco Pio, signore di Carpi, con un ragguardevole corpo di cavalleria, e vi fece subito tornare Paolo Fregoso, che aveva saputo riconciliare coll'Adorno. Paolo colla truppa dello Sforza ed il fiore della gioventù genovese, s'incaricò della difesa delle montagne, e Prospero, della città. Questi faziosi magistrati della difesa, per procurarsi danaro in così critica circostanza, fecero imprigionare trenta dei più ricchi cittadini di Genova, loro chiedendo per liberarsi un'arbitraria contribuzione. Ma tra i furori della guerra civile, conservavasi in Genova un così vivo sentimento del rispetto dovuto alle leggi, che fra que' trenta prigionieri non se ne trovò un solo che non si dichiarasse apparecchiato a soffrire ogni cosa, piuttosto che incoraggiare una tale violazione della pubblica libertà, pagando vilmente una taglia[140].
Il re Renato aveva passata la notte a Varagine, di cui si erano impadronite le sue truppe da sbarco; di là si erano avanzate, senza incontrare resistenza, fino a san Pier d'Arena, e la flotta francese stava pure in faccia a questo sobborgo. Se questa avesse forzato l'ingresso del porto, e se l'armata avesse dato un assalto quando arrivò, forse la città, spaventata e scoraggiata, sarebbe stata presa: ma gli emigrati, che seguivano il campo francese, sperando di ricondurre l'ordine nella loro patria per mezzo di negoziazioni, supplicarono il re a non adoperare subito la forza, e questi, che nutriva pei Genovesi affetto e riconoscenza, si lasciò facilmente piegare[141]. Però il terzo giorno, 17 di luglio, quando s'avvide che i suoi nemici accrescevano i loro apparecchi di difesa, ordinò di attaccare le alture. L'armata francese, partendo dal convento di san Benigno, si mosse in tre colonne, per occupare verso il levare del sole la montagna che signoreggia questo convento. La prima eminenza fu dai Francesi forzata con poca perdita, e respinta la prima divisione genovese; ma la disposizione del terreno rendeva facile ai Genovesi la difesa nel ritirarsi, mentre che i Francesi, di già oppressi dal caldo e dal peso delle loro armi, si vedevano sempre innanzi scoscese balze che dovevano superare. Paolo Fregoso aveva avuta la precauzione di far apparecchiare sulle alture rinfreschi e viveri per i suoi soldati, mentre che i Francesi, esposti ad un ardente sole, cominciavano a soffrire la sete. Non pertanto la battaglia fino a mezzogiorno mantenevasi indecisa, quando tre soldati dello Sforza, celebri pel loro valore, giunsero da Milano a Genova, e corsero nel campo di battaglia annunciando l'imminente arrivo di Tiberto Brandolini con un numeroso corpo di cavalleria. I combattenti credettero questa cavalleria di già entro il recinto delle mura: il nome dello Sforza venne ripetuto dai Genovesi con grandi acclamazioni; si credette bentosto di ravvisare questo rinforzo in una truppa di contadini della Polsevera, che si avvicinavano; i Francesi si scoraggiarono, e cominciarono a voltare le spalle. Il loro corpo di riserva tentò invano di sostenerli; perchè tutti i contadini ed i borghesi armati adunati sulle alture, che fin allora non avevano osato di cimentarsi nella battaglia, si precipitarono sui nemici fuggiaschi. I Francesi vennero rovesciati dal pendìo delle colline e spinti fino alla riva del mare. Si dice che Renato, il quale, stando sulla sua flotta, vedeva la loro disfatta, non volle far avanzare i suoi vascelli per riceverli, dichiarando che cavalieri che fuggivano non meritavano nè compassione nè soccorso. La sconfitta fu compiuta, e questa battaglia fu forse la più sanguinosa che siasi data in tutto il secolo in Italia. Si trovarono sul campo di battaglia due mila cinquecento morti, oltre un ragguardevole numero di fuggitivi che si erano annegati gettandosi in mare per raggiugnere le loro navi. Il peso delle armi non permise che un solo si salvasse a nuoto, onde tutti coloro che non perirono furono fatti prigionieri[142].
Ma appena dalle armi riunite di Prospero Adorno e di Paolo Fregoso erasi ottenuta così luminosa vittoria, che la gelosia di questi due rivali scoppiò con nuovo furore. Prospero ordinò alle porte di non lasciar entrare il Fregoso, o i suoi partigiani; questi attraversarono il porto colle barche, e quando furono in città ricusarono d'uscirne. Dalle negoziazioni si venne alle armi, e lo stesso giorno, ch'era stato illustrato da così micidiale battaglia contro i Francesi, i vincitori ne attaccarono fra di loro un'altra entro le mura sotto gli occhi dell'armata milanese, che non volle prendervi parte, dichiarando di avere avuto ordine di soccorrere unitamente gli Adorni ed i Fregosi, e di non sapere quale scegliere fra di loro. Finalmente Prospero Adorno dovette uscire di città con tutti i suoi partigiani, e Paolo, credendo la dignità ducale incompatibile con quella di arcivescovo, la fece dare a suo cugino Spineta Fregoso. Il re Renato, più non potendo difendere il Castelletto, sperò d'avere trovato all'arcivescovo un nemico nella sua famiglia, dando in mano il Castelletto a quel Luigi Fregoso ch'era stato doge dal 1448 al 1450. Ma Paolo, sicuro della sua superiorità, richiamò anche Luigi nel suo partito, facendolo nominare doge invece di Spineta. Renato lasciò il comando di Savona a quello stesso Luigi della Vallée che aveva avuto il comando di Genova, e tornò in Francia, ove la morte di Carlo VII, accaduta il 22 di luglio[143], gli aveva fatto perdere quegli in cui principalmente confidava. Lodovico XI, che succedeva a Carlo, era sempre stato come Delfino l'alleato dei nemici di suo padre; non pertanto dichiarò agli ambasciatori di Francesco Sforza, che oramai, come re di Francia, punirebbe le ostilità che aveva incoraggiate prima di regnare[144].
La ribellione di Genova era sommamente dannosa al partito angioino che combatteva a Napoli, perciocchè lo privava degli annui sussidj, d'una ragguardevole flotta, ed inoltre della cooperazione dell'armata disfatta sotto Genova, che Renato avrebbe condotta a suo figliuolo nel regno di Napoli, se avesse ottenuto a Genova lo sperato successo. Intanto continuavasi la guerra nel regno di Napoli, e Pio II, ausiliario interessato di Ferdinando, prendeva possesso in proprio nome dei feudi che il suo generale, Federico di Montefeltro, toglieva agli angioini. Nello stesso tempo faceva dare a suo nipote, per compensarlo de' suoi servigj, Castiglione della Pescaja in Toscana, tuttavia occupato da una guarnigione napolitana[145].
In tutta questa campagna la guerra si trattò quasi soltanto nella Puglia. Ferdinando era venuto a gittarsi in Barletta; egli possedeva anche Trani; ma tutto il rimanente era nelle mani del duca di Calabria. Questi disponevasi ad assediare in Barletta il monarca arragonese, ma l'arrivo di Alessandro Sforza interruppe i suoi disegni, oltrechè bentosto vide con maraviglia armarsi contro di lui un altro nemico. Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg l'eroe della Cristianità, lasciando le guerre dei Turchi in Epiro, sbarcò in Puglia con ottocento Albanesi per soccorrere il figliuolo di quell'Alfonso d'Arragona da cui era stato più volte soccorso. I soldati francesi del duca di Calabria volgevano con rincrescimento le armi contro questo valoroso campione della fede, e Ferdinando, avendo con questi diversi sussidj ricuperata la superiorità, assediò e prese la città di Gesualdo, indi quella di Nola, sotto gli occhi degli Angioini; poi prese i quartieri d'inverno[146].
Ma sebbene il duca di Calabria non avesse in questa campagna conservati i vantaggi avuti nella precedente, non pertanto sembrava tuttavia in migliore situazione di Ferdinando. Lodovico XI cercava colle promesse, colle minacce, con tutto il credito della sua potente monarchia, di staccare Francesco Sforza dalla alleanza del re di Napoli; nello stesso tempo minacciava Pio II di far adunare un concilio in Francia, se questo papa prodigava al bastardo d'Arragona i sussidj che la Cristianità aveva somministrati per combattere i Turchi. Pio II non sapeva risolvere; scriveva al duca di Milano che la guerra di Napoli era un'idra rinascente; che i tesori della Chiesa erano esauriti dalle stesse vittorie; che il suo dovere non meno che il suo interesse lo chiamavano alla neutralità tra i principi cristiani. Francesco Sforza ch'era il solo appoggio di Ferdinando, trovavasi egli stesso circondato soltanto di partigiani della casa d'Angiò. I Fiorentini e Cosimo de' Medici, suoi più antichi alleati, il senato di Milano e la stessa sua consorte, Bianca Visconti, gli facevano calde istanze, perchè abbandonasse un principe che non poteva sostenersi sul trono, ed assicurasse ai proprj figli la potente protezione della casa di Francia. Queste istanze raddoppiarono quando Francesco Sforza, in principio d'agosto, fu assalito da violenti dolori articolari e da idropisia. Bianca Visconti, che aveva quasi perduta ogni speranza della sua guarigione, lo supplicava a non lasciare la di lui famiglia impegnata in così pericolosa guerra, e di accordare piuttosto la mano di sua figlia Ippolita al duca di Calabria, che nuovamente l'aveva richiesta. La voce della morte dello Sforza divulgatasi ne' suoi stati cagionò un ammutinamento in Piacenza, che potè fargli sentire quali rivoluzioni scoppierebbero alla sua morte[147]. Suo figlio naturale, Sforzino, cercava egli medesimo di sedurre un corpo di truppe per condurlo agli Angioini[148]. Ma Francesco Sforza, irremovibile nel suo piano di politica, e fedele ai suoi impegni, che risguardava come sacri, respinse tutte le istanze de' suoi amici e della sua famiglia, e dichiarò che si conserverebbe alleato di Ferdinando fino alla morte.
Quando il duca di Milano entrò in convalescenza, fece arrestare, in febbrajo del 1462, il conte Tiberio Brandolini, uno dei migliori suoi generali, che sospettava essere stato partecipe della sollevazione di Piacenza, ed avere in appresso trattato col Piccinino e col duca di Calabria per passare ai servigj della casa d'Angiò. Già da sei mesi teneva pure in prigione suo figliuolo Sforzino, cui non fece grazia della vita che dietro le istanze della consorte[149]. Il Brandolini fu condannato a perpetua detenzione; ma il 12 settembre del susseguente anno si tagliò egli stesso la gola, siccome attestarono i suoi carcerieri[150]. Così scomparivano a poco a poco que' famosi condottieri, la di cui mala fede ne rendeva egualmente pericolosa l'alleanza e l'inimicizia. La potenza loro, indipendente da quella dei sovrani, aveva fatto tremare l'Italia, e la loro vita non era protetta dalle leggi sociali, che essi medesimi conculcavano. Francesco Sforza, il più bravo e più fortunato condottiere, ne fece perire molti in forza di accuse che nel sistema di guerra allora in vigore non risguardavansi come criminose nè disonoranti: pare che conoscendoli meglio degli altri per avere lungo tempo vissuto tra di loro, egli fosse più diffidente e geloso de' loro progetti e della loro grandezza.
I ragguardevoli sussidj, che Francesco Sforza mandava a Roma per mantenere di concerto col papa l'armata di Federico di Montefeltro e pagare solo quella di suo fratello Alessandro, non bastavano ancora per procurare un deciso vantaggio al partito d'Arragona. Ferdinando, occupando il 22 aprile la città di Sarno, aveva bensì assoggettata al suo dominio tutta la terra di Lavoro tra il Sarno ed il Volturno[151]; ma la mancanza di danaro lo aveva forzato in appresso a rimanersi inattivo, mentre il Piccinino ed il principe di Taranto occupavano in principio della state Giovenazzo, Trani ed Andria, ed il principe d'Angiò con un'altra armata invadeva tutta la vicina provincia di Montegargano[152]. Non fu che in sul cominciare d'agosto, che Ferdinando si unì ad Alessandro Sforza e passò colla sua armata dalla Campania nella Puglia; dopo tale epoca vide cominciare una serie di prosperi avvenimenti quasi mai turbati da disastri. Egli assediò il castello d'Orsaria, poco lontano da Troja: il duca Giovanni ed il Piccinino, volendo forzarlo a levare l'assedio, si accostarono in modo che il 18 agosto una scaramuccia, cominciata tra le due armate, diventò bentosto una generale battaglia. L'armata degli Angioini, presa due volte alle spalle da Alessandro Sforza, fu all'ultimo disfatta. Soltanto una parte de' fuggitivi potè salvarsi in Troja, e gli altri, inseguiti nella campagna e dispersi, furono fatti prigionieri. Pure il Piccinino, osservando dall'alto delle mura di Troja il disordine dei vincitori sparsi nel piano in traccia di prigionieri e di preda, piombò loro addosso improvvisamente e liberò moltissimi prigionieri[153]. Questo debol vantaggio non bastò a porlo in istato di potersi tenere a fronte del nemico, onde dopo essersi ritirato col duca Giovanni a Luceria, andò a raggiugnere il principe di Taranto, lasciando Troja e quasi tutta la Puglia tra le mani di Ferdinando[154].
Appena questi due capi del partito angioino erano giunti presso al principe di Taranto, quando un vascello vi recò pure Sigismondo Malatesta, che veniva a chiedere i loro soccorsi. Il principe di Rimini, incaricato dal duca di Calabria d'inquietare il papa ne' proprj stati, era stato sorpreso egli stesso a Mondolfo da Federico di Montefeltro nella notte del 13 al 14 agosto, quattro giorni prima della disfatta di Troja, mentre tornava dall'avere occupata Sinigaglia. Il conte d'Urbino, approfittando della sua vittoria aveva conquistate in settembre quasi tutte le fortezze del Malatesta, non lasciandogli che la sola città di Rimini. Sigismondo ignorava il disastro del duca di Calabria, ed il duca di Calabria non era informato del suo; estremo fu il loro scoraggiamento, quando si trovarono pressochè nel medesimo tempo spogliati de' loro soldati[155].