Il Piccinino per approfittare di questa vittoria inseguì i suoi nemici nello stato della Chiesa, e sparse il terrore e la desolazione intorno a Roma. Ma Francesco Sforza, che risguardava la guerra del regno come un affare suo proprio, quand'ebbe notizia dei vantaggi degli Angioini, mandò danaro, artiglieria e soldati ai suoi due fratelli, al papa, ed a Ferdinando, e li pose in istato di rifare l'armata. I partigiani arragonesi rinvennero dal loro terrore, il Piccinino tornò ai suoi quartieri d'inverno in Puglia, i fratelli Sforza si accantonarono nelle vicinanze di Roma, e terminò la campagna, senza che la sorte della guerra fosse decisa[132].

Durante l'inverno Ferdinando, trovandosi affatto privo di danaro, fu forzato di ricorrere all'affetto de' suoi sudditi per rimontare l'armata; nel che gli riuscì utilissima la popolarità e la naturale eloquenza della regina, che a questi pregj aggiugneva quello di una singolare bellezza. Isabella di Clermont, quarta figlia di Tristano, conte di Copertino, e di Catarina, sorella del principe di Taranto, univa il coraggio, la presenza di spirito e la costanza nelle avversità alle più dolci virtù femminili, alla modestia, alla grazia, e ad una divozione forse alquanto superstiziosa. Fece portar seco nelle chiese, nelle strade, nelle pubbliche piazze i suoi figliuoli, il maggiore dei quali non aveva più di dodici anni; e colà domandava con dignitosa confidenza ai cittadini di contribuire alla difesa dei nipoti d'Alfonso, il benefattore del regno, alla difesa di principi nati Italiani e loro concittadini, la di cui signoria doveva loro esser cara, all'espulsione di que' francesi rinomati per la loro arroganza, i quali vorrebbero introdurre fra di loro lingua e costumanze straniere. Niuno poteva resistere a così nobile interceditrice; e perchè rimaneva poco danaro ne' forzieri de' privati, tutti affrettavansi di mandare ai regj commissarj, cavalli, muli per le bagaglie, armature, abiti pei soldati, cuoj per gli equipaggi, tele per le tende, infine tutto ciò che adoperarsi poteva in un grande pubblico bisogno[133]. Isabella non visse abbastanza per vedere Ferdinando rendersi indegno di quell'affetto del popolo ch'ella cercava di riconciliargli. Gli aveva già dati sei figli, quando morì in sul finire della guerra.

CAPITOLO LXXVIII.

La repubblica di Genova, sollevata dalle pratiche dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio de' Francesi, ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. — Disastro del partito angioino nel regno di Napoli. — Tirannide di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo de' Medici.

1460 = 1464.

Finchè la repubblica di Genova si tenne ferma nell'amore del partito d'Angiò, questo poteva facilmente ricevere soccorsi dalla Francia; le galere della repubblica erano sempre apparecchiate a trasportare soldati e munizioni dalla Provenza in Calabria, ed i porti della Liguria offrivano ai Provenzali un comodo scalo. Genova pareva soddisfatta del dominio della Francia, e Luigi della Vallée, che vi era stato mandato per governatore quando era partito il duca Giovanni, non aveva in verun modo ecceduti i suoi diritti, od offesi gli spiriti tanto irritabili di questa repubblica. Pure la lontananza di tanti cittadini aveva considerabilmente scemate ne' precedenti anni le pubbliche entrate; i flagelli della guerra e della peste avevano esausto il tesoro, e le frequenti spedizioni nel regno di Napoli richiedevano nuove spese, cui non sapevasi come supplire. Si ricorreva a prestiti forzati, a contribuzioni arbitrariamente imposte sui più agiati cittadini; e tali imposte, che mettevano il privato interesse in immediata opposizione coll'autorità, erano cagione di grandissimo malcontento. I consiglj più volte trattarono dei mezzi di rimettere l'ordine nelle finanze. Proponevano i nobili di accrescere le gabelle sui generi di consumo; i plebei all'opposto di assoggettare alle imposte generali tutti coloro che avevano ottenuti privilegj d'esenzione. Queste contese tra i privilegiati ed il popolo riaccesero bentosto gli antichi odj. Il governatore francese piegava a favorire i nobili, e fu questo per i plebei un motivo di far rivivere le parti degli Adorni e de' Fregosi, i di cui capi erano stati esiliati. Il re di Francia aveva chiesto ai Genovesi di armare alcune galere contro gli Inglesi, ed aveva con ciò cagionato un nuovo malcontento. Molti ricchi mercanti genovesi erano stabiliti in Londra, e la repubblica non voleva comprometterli[134]. Ogni giorno si adunavano nuovi consigli, ed interminabili erano le loro dispute, quando in un'assemblea del 9 marzo del 1461 un uomo oscuro, di cui non si seppe nemmeno il nome, gridò doversi colle armi e non con vane discussioni sostenere i diritti del popolo; uscì nello stesso tempo furibondo dal consiglio, e trascorrendo il sobborgo di santo Stefano chiamava i cittadini alle armi[135].

Coloro che si adunarono a bella prima a queste sediziose grida non furono molti; ma il comandante ed i magistrati credettero di poterli ridurre colla dolcezza, e mentre negoziavano altri malcontenti si unirono ai corpi di già formati. La notte incoraggiò i ribelli; tutta la città fu in armi, e Luigi della Vallée ritirossi senza combattere nella fortezza del Castelletto, incaricando i magistrati di continuare le pratiche che parevano promettere felice esito. Ma intanto Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, entrò in città con una truppa di contadini addetti alla sua fazione. Paolo era fratello di quel Pietro Fregoso, ch'era stato ucciso due anni prima; nè meno questi di lui violento, nè meno ambizioso, nè meno sanguinario, non aveva potuto, essendo ecclesiastico, compensare i suoi vizj con un'alta riputazione militare. In pari tempo, ma per un'altra porta, entrò in città Prospero Adorno con altri contadini devoti alla sua famiglia. I plebei avevano appena ottenuta la vittoria, che già si dividevano tra le due antiche fazioni; e lo stesso giorno in cui i Francesi eransi rifugiati nel Castelletto, vi fu più d'una zuffa tra gli Adorni ed i Fregosi in diversi quartieri della città[136].

All'ultimo il partito degli Adorni pareva omai riconciliato coi Francesi per l'intromissione degli Spinola e della nobiltà; ed omai vedevasi il popolo generalmente disposto a cacciare fuori di città Paolo Fregoso, che credevasi non respirare che il desiderio di vendicare suo fratello. Ma i segreti agenti del duca di Milano, e quelli del Fregoso si sparsero tra il popolo, esortandolo a diffidare delle pratiche della nobiltà, ed a non perdere l'occasione di ricuperare la sovranità, scacciando gli stranieri e ricostituendo la repubblica. Con questi loro maneggi la sedizione si rinnovò con maggior furore che mai, ed il basso popolo prese ad assediare il Castelletto. In pari tempo Paolo Fregoso approfittò di questo rinascente favore per trattare coll'Adorno; gli rappresentò che uguali erano i loro interessi, essendo capi l'uno e l'altro del partito popolare, e perciò perpetuamente in guerra col partito dei nobili, o con quello de' forestieri; che uguali essendo le forze loro, sarebbe stato prudente consiglio l'avvicendare fra di loro l'autorità ducale, anzichè disputarsela più lungamente colle armi alla mano. Non solo propose di alternare in tal modo la magistratura, ma poichè era pur forza che l'uno o l'altro cedesse al suo rivale l'onore di regnare il primo, dichiarò di essere apparecchiato a dare l'esempio della moderazione, portando Prospero Adorno sul trono ducale, ed a contentarsi del credito che gli dava la sua dignità di arcivescovo di Genova. Durante questo trattato, Prospero e Paolo erano stati forzati ad uscire di città, dove otto capitani del popolo, nominati da un'assemblea popolare, esercitavano temporariamente la sovranità. Ma da che la convenzione proposta dal Fregoso fu da loro sottoscritta, i due rivali rientrarono assieme in Genova, i capitani del popolo abdicarono la loro magistratura, e Prospero Adorno, spalleggiato egualmente dalle due fazioni, venne eletto con unanimità di suffragj; cosa in Genova assai infrequente[137].