Giammai non erasi dispiegata, dopo il rinnovamento delle lettere, tanta eloquenza latina. Pio II con varj discorsi, pronunciati intorno all'infelicità di Costantinopoli ed ai pericoli del cristianesimo cavò le lagrime a tutti gli uditori. Fu ammirato Francesco Filelfo, allorchè parlò pel duca di Milano, e più ancora Ippolita Sforza, figlia di Francesco, e promessa sposa d'Alfonso, allorchè complimentò il papa con un discorso latino. I deputati del Peloponneso fecero una profonda impressione sopra quest'augusta assemblea col racconto dell'invasione dei Turchi, e col quadro dell'orribile schiavitù in cui erano caduti i Greci; e i deputati di Rodi, di Cipro, di Lesbo, d'Epiro, dell'Illiria, fecero sentire che senza i pronti soccorsi dei Latini i loro stati non potevano sottrarsi alla sorte che minacciava tutto il Levante. Quasi tutti i principi d'Italia assistevano personalmente a questa dieta, ove trovavansi pure gli ambasciatori di quasi tutti gli stati della Cristianità. Da molti secoli non erasi veduta in Italia un'adunanza più solenne e più imponente; nessun'altra era stata chiamata a discutere più grandi, più immediati, più universali interessi. Il papa accordò la pace a Sigismondo Malatesta, attaccato e quasi spogliato dal Piccinino e da Federico di Montefeltro; fece accordare l'onore del comando di tutte le forze della Cristianità a Filippo, duca di Borgogna, che si era consacrato alla crociata; fece decidere dalla dieta, che l'armata che si spedirebbe contro i Turchi sarebbe levata in Germania, e pagata dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia. Le contribuzioni di quest'ultimo paese vennero ripartite in proporzione della ricchezza degli stati, ed i deputati di Firenze, di Siena, di Genova e di Bologna si obbligarono in nome delle loro città al pagamento della tangente, che loro verrebbe assegnata. Borso d'Este, duca di Modena e signore di Ferrara, forse di già prevedendo che veruna di queste risoluzioni avrebbe effetto, sorprese l'assemblea colla smisurata offerta di 300,000 fiorini. Tutto pareva preventivamente regolato per la guerra che la Cristianità stava per muovere di comune consentimento[116]; ma questi apparecchi della crociata vennero tutt'ad un tratto sospesi dalla notizia delle ostilità che scoppiavano dovunque tra i popoli latini. Le galere, che si erano armate alle rive del Rodano, e che credevansi destinate contro i Turchi, erano state cedute dal re di Francia a Renato per tentare la conquista di Napoli; erano giunte alle foce del Garigliano, ed il duca Giovanni di Calabria aveva invasa la Campania. Nella stessa Roma i Savelli, e nello stato della Chiesa il Piccinino e Sigismondo Malatesta avevano ricominciata la guerra. Le rivoluzioni d'Inghilterra, di Castiglia, di Boemia, di Ungheria, distruggevano le speranze fondate su questi diversi popoli; e la dieta di Mantova, che aveva avuto così imponenti principj, e che pareva animata da tanto zelo, si divise senza veruna fondata sicurezza di recare soccorso ai Cristiani del Levante[117].
Pio II sentì vivamente questo totale sovvertimento delle sue speranze e de' suoi progetti; ed il tentativo della casa d'Angiò contro il re di Napoli sembrandogli la causa immediata dell'abbandono della crociata, il di lui risentimento si confuse ai suoi occhi collo zelo per la Cristianità. Altronde Francesco Sforza, nelle frequenti conferenze avute con questo pontefice, accrebbe ancora la sua parzialità per la casa d'Arragona. Per quanto sia grande lo zelo pel pubblico bene che nutre un papa quando acquista la tiara, gl'immediati interessi della sua sovranità di Roma vincono bentosto nella sua mente quelli della repubblica cristiana. Francesco Sforza fece sentire a Pio II, che l'ingrandimento de' Francesi in Italia lo ridurrebbe in un'assoluta dipendenza. Dietro questa considerazione risguardò la difesa di Ferdinando e la guerra di Napoli come un affare personale, e consacrò alla difesa della casa d'Arragona i tesori e le armi che aveva raccolte per la guerra contro i Turchi.
Il duca Giovanni di Calabria, giugnendo sulle coste del regno di Napoli in ottobre del 1459, aveva contato sull'ajuto d'Antonio Centiglia, conte di Catanzaro e marchese di Cotrone, ma seppe non senza inquietudine che Ferdinando l'aveva fatto arrestare pochi dì avanti[118]. Fu per altro in breve riconfortato dalla insurrezione degli altri feudatarj, suoi alleati, che si manifestò in ogni lato. Marino Marzano, duca di Svessa, fu il primo a spiegare l'insegna d'Angiò e ad accogliere il duca di Calabria, a favore del quale si dichiarò tutta la Campania. Negli Abruzzi, Antonio Candola o Caldora, figlio di Giacomo, diede un esempio simile, e fu bentosto imitato da Pietro Gian Paolo Cantelmo, duca di Sora, e da Niccolò, conte di Campo Basso[119]. Il principe d'Angiò, allontanandosi dalla sua flotta, visitò tutti questi feudi, passando prima all'Aquila, che gli aprì le porte. Dall'Abruzzo si recò nella Puglia, ove venne ad unirsi a lui colle sue truppe Ercole d'Este. Ercole, legittimo erede della signoria di Ferrara e del ducato di Modena, era venuto a cercare servigio nel regno di Napoli, mentre che i suoi due fratelli naturali regnavano successivamente in sua vece; egli era stato da Ferdinando incaricato dì comandare nella Puglia di concerto con Alfonso d'Avalos; ma si lasciò come gli altri strascinare dall'entusiasmo generale per la casa d'Angiò. Luceria, Foggia, san Severino, Troja e Manfredonia avevano a gara aperte le porte ai Francesi; e la strada di Taranto più non essendo chiusa al duca di Calabria, il principe Giovanni Antonio Orsini, che fin allora aveva dissimulato con Ferdinando, abbracciò il partito d'Angiò. Avendo questi adunati sotto i suoi ordini tre mila cavalli, attaccò contemporaneamente in più luoghi le truppe di Ferdinando e costrinse i feudatarj, suoi vicini, a dichiararsi pel partito ch'egli aveva abbracciato[120].
Spargendosi per l'Italia le notizie dei prosperi avvenimenti del principe d'Angiò, esse vi cagionarono un generale fermento. Renato e suo figlio Giovanni erano conosciuti dagl'Italiani, e dovunque avevasi avuto qualche relazione con loro, si conservava per le persone loro un affettuoso rispetto. La bontà, la semplicità, la lealtà, la sincerità formavano il fondo del loro carattere, e vantaggiosamente li distinguevano da tutti gli altri principi. Alfonso d'Arragona non aveva al certo risvegliato il medesimo interessamento a suo favore. Si era temuta la di lui politica, il di lui orgoglio aveva dato luogo a lagnanze, e tutte le potenze d'Italia, Venezia, Firenze, Genova, il duca di Milano ed il papa, erano stati la volta loro in guerra con lui. Pure sapevasi quanto questo principe era superiore a suo figliuolo; sapevasi che questi era maligno e crudele, che aveva inspirata una insuperabile avversione a tutta la nobiltà napolitana, e ch'era l'odio concepito contro di lui, non già l'illegittimità de' suoi diritti, che rendeva la ribellione universale. Altronde diversi stati d'Italia erano, in forza d'antica alleanza, uniti alla casa d'Angiò. In particolare i Fiorentini risguardavansi come i perpetui alleati della Francia in Italia. Da circa dugent'anni e fino dai tempi di Carlo il vecchio avevano consacrati le loro fortune ed il loro sangue per istabilire il suo dominio nel regno di Napoli; ed udirono colla più viva gioja le vittorie di Giovanni, cui credevano che dovesse in breve tener dietro la conquista di tutto il regno.
Ferdinando, che coll'avviso dell'invasione del suo rivale, era subito tornato dalla Calabria a Napoli, mandò, dietro i consiglj di Francesco Sforza, ambasciatori a Firenze ed a Venezia per domandare i sussidj che gli stati coalizzati si erano vicendevolmente promessi per venticinque anni nella lega d'Italia del 1455. Il duca Giovanni, avuta notizia di questa ambasceria, ne mandò ancor esso un'altra simile per chiedere gli stessi soccorsi in virtù dell'antica alleanza della casa di Francia colle due repubbliche. Il diritto dei trattati stava apertamente a favore di Ferdinando, ma tutti i cuori inclinavano verso Giovanni. Altronde siccome si suppone che tutti i governi vengono sempre trattati a nome dei popoli, le due repubbliche si credevano obbligate verso il regno di Napoli, non già verso la casa d'Arragona, e pretendevano che l'alleanza loro col re e col regno di Napoli non poteva obbligarle a dare per forza a questo regno un re detestato. I Veneziani, siccome i Fiorentini, cercarono di più una scusa nella guerra che Alfonso aveva fatto fare in Toscana dal Piccinino; pretesero che questo monarca avesse in tal maniera derogato egli stesso alla lega d'Italia, e ch'egli aveva perduto ogni diritto ai soccorsi stipulati, poichè lungi dal darne allora alla repubblica egli erasi apertamente collegato col suo nemico. I Fiorentini, più zelanti nel loro attaccamento alla casa d'Angiò, risolsero di accordare al duca Giovanni un annuo sussidio di ottanta mila fiorini, finchè avesse terminata la conquista del regno. Pure avanti di prendere un pubblico impegno vollero concertarsi col duca di Milano. Cosimo dei Medici gli scrisse caldamente, nulla dimenticando di ciò che credeva utile per fargli sentire quanto egli stesso doveva alla casa d'Angiò e quanto poteva sperarne, enumerandogli d'altra parte tutti i torti che la casa d'Arragona aveva verso di lui e verso tutta l'Italia. Gli rappresentò la fortuna di Ferdinando di già affatto in fondo, e lo supplicò a non ostinarsi, se non altro per prudenza, nel voler risuscitare un morto; gli offriva di trattare a nome del duca di Milano col duca di Calabria, e prometteva d'ottenergli le più onorate e vantaggiose condizioni. Ma Francesco nella sua risposta, dopo di avere allegati i suoi obblighi, che dichiarò sacri, mostrò che Ferdinando, tuttavia padrone della capitale e delle principali fortezze, trovavasi in migliore situazione che non il duca Giovanni. Aggiunse che il primo, non avendo altri stati che quello di Napoli, non potrebbe mai dipartirsi dagl'interessi degli Italiani, e rendersi formidabile a tutta la penisola, come lo era stato suo padre che governava nello stesso tempo molti regni barbari[121]; o come lo diventerebbero Renato e suo figlio, che terrebbero Napoli in dovere coi soccorsi dei Francesi. Se i principi della casa d'Angiò erano di troppo superiori pel loro carattere ai principi arragonesi, Cosimo non poteva d'altra parte negare che i Francesi, loro sudditi, non fossero vicini assai più pericolosi. Lo Sforza gli rammentava la loro petulanza, l'insolenza loro nella prosperità, l'insaziabile loro ambizione, il disprezzo per le costumanze e per le leggi straniere, e l'ingratitudine loro verso quelli che gli avevano fatti grandi. Li mostrò di già avere bloccata l'Italia colle loro guarnigioni d'Asti e di Genova; mostrò le loro alleanze in Romagna, le conquiste in Calabria, e fece vivamente sentire a Cosimo tutto il pericolo di renderli ancora più potenti. Pio II, al suo ritorno dalla dieta di Mantova, ebbe una conferenza con questo illustre capo della repubblica fiorentina, e insistette intorno agli stessi motivi di politica, e le sue insinuazioni, unite a quelle dello Sforza, persuasero Cosimo a far rivocare dalla repubblica il decreto de' sussidj a favore del duca di Calabria. Allora i Fiorentini ed i Veneziani dichiararono di comune consentimento, che osserverebbero una stretta neutralità fra i due pretendenti, o che, per quanto potesse dipendere da loro, accorderebbero all'uno ed all'altro la loro amicizia, ed i loro buoni ufficj[122].
Dietro domanda di Pio II e di Francesco Sforza, Ferdinando aveva accordata la pace a Sigismondo Malatesta, e richiamato il Piccinino; ma questi, che vedevasi preclusa la strada al compimento delle sue vittorie, e strappate di mano le conquiste promessegli in feudo come premio della sua attività, che di più vedeva il tesoro di Ferdinando esausto nel cominciamento della guerra, e che non poteva avere da lui il pagamento del suo soldo arretrato, si guardò come sagrificato da questo trattato, ed entrò in trattato con Giovanni d'Angiò per passare al suo servigio. Invano, per rimoverlo da questa risoluzione, Francesco Sforza gli mandò il padre dello storico Corio coll'offerta di dargli in matrimonio Drusiana, sua figlia naturale[123]. Quando, a fronte di queste pratiche, il Piccinino si pose in movimento con un'armata di sette mila uomini per passare nell'Abruzzo, il duca di Milano scrisse a suo fratello, Alessandro Sforza, signore di Pesaro, ed al conte di Montefeltro di chiudergli il passaggio; ma nè l'uno nè l'altro volle esporsi a trattenere la guerra nei suoi stati, ed il Piccinino arrivò senza combattere fino ai confini del regno[124].
Tutte le forze dell'Italia radunavansi in queste province. Alessandro e Bosio Sforza, fratelli di Francesco, vi condussero l'armata del duca di Milano, il Simonetta quella di papa Pio II, e dall'altro canto la flotta Genovese era nuovamente comparsa sulle coste della Campania, ed il duca Giovanni erasi avvicinato a Nola per assediarla. Ferdinando gli si fece incontro, dopo avere ingrossata la sua armata con quella che gli mandava il sommo pontefice. All'avvicinarsi del re molti castelli, ch'eransi dichiarati per gli Angiovini, rialzarono le insegne arragonesi. Il duca Giovanni ed il principe di Taranto, sperimentando di già l'incostanza attribuita ai popoli del mezzodì dell'Italia, sentirono il pericolo della loro posizione; perciò ritiraronsi in una specie di penisola formata da due fiumi che, sboccando da montagne impraticabili, dopo il corso di due miglia in sul piano si uniscono per gettarsi nel mare. Questa naturale posizione, appoggiata ancora dal castello di Sarno, era formidabile; ma d'altra parte sarebbe stato facile a Ferdinando il chiudere Giovanni in questo luogo con istretto assedio[125]. In fatti aveva da principio presa tale risoluzione, e, se avesse continuato in questo genere d'attacco, avrebbe forse terminata la guerra nella pianura di Sarno; ma gli mancava il danaro per pagare le truppe, e di già dugento fucilieri erano passati nel campo nemico, allorchè si erano veduto ricusato il pagamento[126]. Altronde gli si era fatto credere che il papa stava per richiamare le sue truppe e dichiararsi neutrale. Onde pensò di venire a battaglia per incoraggiarlo con una vittoria, o per risvegliare il suo risentimento con una disfatta. Un prigioniero, rilasciato dagli Angioini, gl'indicò una strada a traverso le montagne, per la quale potevasi penetrare nella penisola; vi entrò di fatti nella notte del 7 luglio 1460, e sorprese i suoi nemici. I soldati di Ferdinando, credendo di già il duca di Calabria affatto perduto, si sbandarono per saccheggiare il campo; molte migliaja di contadini, che avevano seguito il re per partecipare alla sua vittoria, diedero l'esempio del disordine; e quando i capitani angioini, rinvenuti dalla prima sorpresa, cominciarono ad attaccare gli assalitori, questa truppa di saccomani terminò di spargere la confusione nelle truppe arragonesi. La cavalleria, chiusa in angusto spazio, non poteva spiegarsi da verun lato[127]; intanto era venuto il giorno, e bentosto il caldo crebbe a dismisura. Gli Arragonesi, ammucchiati nello stesso ricinto dove avrebbero potuto chiudere i loro nemici, rotti senza potersi riordinare, signoreggiati dalle fortificazioni rimaste in potere degli Angioini, furono tanto più compiutamente rotti, quanto più lunga era stata la loro resistenza. Ferdinando si salvò a stento seguito da una ventina di cavalli, e la maggior parte della sua armata fu fatta prigioniera. Si trovò tra gli estinti Simonetta da Campo san Piero, generale della Chiesa, sul cui corpo però non si rinvenne veruna ferita. Si suppose che fosse stato rovesciato da cavallo e calpestato, e che per essere vecchio ed assai pingue non avesse avuto forza di rialzarsi[128].
Dopo la rotta di Ferdinando a Sarno, tutte le terre murate della Campania e del principato si arresero agli Angioini; i Sanseverini e tutti i gentiluomini, che si credevano i più affezionati agli Arragonesi, abbandonarono il loro partito per quello del duca di Calabria. Onorato Caietano, conte di Fondi, fu quasi il solo che si conservasse in questa provincia fedele al re: Ferdinando si era rifugiato a Napoli coi deboli avanzi della sua armata, e perchè non aveva alcun mezzo di resistere, se Giovanni d'Angiò fosse venuto colla sua armata sotto le mura della città subito dopo la sua vittoria, è probabile che la guerra sarebbesi terminata in pochi giorni. Ma il principe di Taranto, il di cui potere era cresciuto a dismisura in tempo della guerra civile, non desiderava che avesse subito fine. Era zio della regina Isabella, moglie di Ferdinando, e raccontasi come cosa indubitata, che questa, travestita da frate francescano, penetrasse nel di lui campo, e, gettataglisi ai piedi, lo supplicasse a non farla scendere da un trono sul quale l'aveva egli medesimo innalzata. Giovanni Antonio Orsini parve commosso, ed allora cominciò a spingere la guerra con minor vigore[129]. Egli persuase il duca Giovanni di attaccare le piccole città della Campania, piuttosto che Napoli, facendogli così perdere la state senz'alcun frutto, indi mettere le sue truppe ai quartieri d'inverno nella Puglia quando appena cominciava l'inverno[130].
Nello stesso tempo il Piccinino trovavasi negli Abruzzi a fronte dell'armata milanese, comandata da Alessandro e da Bosio Sforza, ed a fronte di Federico, conte di Montefeltro e d'Urbino. Il Piccinino stabilì il suo campo sopra un poggio in faccia a san Fabbiano, un solo miglio distante dai Milanesi. Una larga fossa terminava il pendio del colle, e presso a questa i cavalieri delle due armate solevano frequentemente scaramucciare. La scaramuccia, cominciata quattr'ore avanti notte il 27 di luglio, diventò bentosto una battaglia generale. I soldati dello Sforza volevano impedire a quelli del Piccinino il passaggio della fossa, e questi per lo contrario vi si ostinarono in tal maniera, che la battaglia si protrasse al lume delle fiaccole fino a tre ore di notte. Veruna battaglia italiana non era per anco stata nè così ostinata, nè così micidiale, e non eransi ancora veduti i soldati di due armate mantenersi sette ore nello stesso luogo senza avanzare o ritirarsi. Finalmente il Piccinino, disperando di superare la fossa, fece suonare la ritirata; ma la perdita era stata assai maggiore nell'armata dei fratelli Sforza, che in quella del Piccinino, avendo soprattutto sofferto assai i cavalli, quasi non essendovi più un solo corazziere che potesse valersi del suo. Grandissimo era il numero de' feriti, ed i capi, quando videro la zuffa sospesa, invece di rientrare nel loro campo, ad altro più non pensarono che alla ritirata. Quando fu giorno fecero partire i feriti sui muli dell'equipaggio, che lasciarono in balìa dei nemici, e nella seguente notte presero quietamente la strada della Marca, e non si fermarono finchè non ebbero passato il Tronto[131].