I baroni napolitani respinti dal re di Navarra, si volsero a Giovanni, figliuolo di Renato, duca di Calabria, che allora governava Genova, e che non aveva accettato quel governo, che per cogliere le occasioni di far rivivere le antiche pretese della casa d'Angiò sopra le due Sicilie[106]. Persuasero facilmente questo duca ad approfittare delle circostanze, che sembravano favorevoli; ma non pertanto siccome la precedente guerra, e la malattia contagiosa che aveva travagliata Genova, non gli permettevano di potere disporre di numerose forze, o di molto danaro, volle, prima d'impegnarsi in questa spedizione, guadagnare, se gli fosse possibile, l'amicizia del potente suo vicino, il duca di Milano. Gli mandò in qualità di ambasciatori il vescovo di Marsiglia e Giovanni Cossa, barone napolitano, che per attaccamento al partito d'Angiò trovavasi omai da circa diciannove anni in esilio. Gli fece ricordare l'antica alleanza tra le due famiglie: Sforza Attendolo, padre del duca di Milano, era morto combattendo per la casa d'Angiò, ed egli medesimo aveva perduto per questa causa tutti i suoi stati del mezzogiorno dell'Italia. Il duca di Calabria lo supplicava in nome dell'antica loro amicizia di appoggiare quelle stesse pretese, di cui egli medesimo aveva sostenuta la giustizia colle armi alla mano, e di preferire ad una nuova ed affatto impolitica alleanza, quella di un mezzo secolo, che sarebbe suggellata da lunghe affezioni, e da doverosa riconoscenza. Offriva di sposare egli medesimo Ippolita, figliuola del duca di Milano, ch'era destinata al figlio di Ferdinando di lei molto più giovane; e prometteva di restituire alla casa Sforza tutto ciò ch'ella aveva già posseduto nel regno di Napoli, aggiugnendovi nuovi stati, ed attenendosi in ogni cosa ai suoi consigli[107].

Francesco non disaminò lungamente queste proposizioni: conosceva le pretese della casa d'Orleans sul ducato di Milano; vedeva che questa aveva posta in Asti una guarnigione francese; vedeva altri francesi padroni di Genova; e se ancora il regno di Napoli cadeva nelle mani de' Francesi, prevedeva distrutta la propria indipendenza e quella degli altri principi d'Italia. Nella sua risposta al duca Giovanni di Calabria frammischiò destramente alle proteste di amicizia, alcuni rimproveri, perchè il duca gli avesse dissimulata l'impresa di Genova. Dichiarò altronde, che qualunque si fossero i diritti dei pretendenti alla corona di Napoli, egli non si permetterebbe di giudicarli, e che la sua condotta non poteva essere diretta che dai trattati che aveva stipulati. L'alleanza conchiusa nel 1455 fra tutti gli stati d'Italia non lasciavagli, egli diceva, l'arbitrio della scelta. Che se la casa di Arragona veniva attaccata nel regno di Napoli, egli si troverebbe obbligato a difenderla, e che tutta l'Italia, vincolata dallo stesso trattato, abbraccerebbe egualmente la causa di Ferdinando; onde invitava il duca Giovanni a riflettervi maturamente, prima di tentare un'impresa, che probabilmente sarebbe al di là delle sue forze. Per la stessa ragione, soggiugneva, non era più in tempo d'accettare per sua figlia l'onorevole parentado della casa d'Angiò, perchè ella era stata solennemente promessa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, e che, qualunque si fossero gli avvenimenti, egli sarebbe fedele mantenitore delle sue promesse[108].

Francesco Sforza, che, ricusando la sua assistenza al duca Giovanni, conservava nel suo discorso tanta lealtà e moderazione, stava per altro contro di lui apparecchiando segrete pratiche, che prevennero l'attacco del regno di Napoli. Pietro Fregoso, quello che nel precedente anno aveva data Genova ai Francesi, lagnavasi di già amaramente che non venivano osservate le condizioni stipulate a favor suo e della patria. Lo Sforza l'accolse nello stato di Milano, gli permise di ragunare armi, di soldarvi gente col danaro mandatogli da Ferdinando, di darne il comando a Tiberto Brandolini, uno de' suoi luogotenenti, e d'invadere lo stato di Genova, in febbrajo del 1459, con una ragguardevole armata. Nello stesso tempo Villa Marina bloccava con dodici galere di Ferdinando la città dal lato del mare; e Giovann'Antonio del Fiesco venne ad ingrossare il campo del Fregoso co' suoi parenti ed amici. Pure entro le mura di Genova non si fece verun movimento; tutto il popolo pareva affezionato ai Francesi, ed i cittadini supplivano le parti de' soldati che mancavano al duca di Calabria, schivando soltanto di venire a battaglia fuori delle mura: ma il Fiesco per provocarli ad una sortita s'avvicinò tanto alle mura, che fu ucciso con un colpo di colombrina. Quest'accidente riuscì funesto al suo partito: credendo i suoi parenti di avere tutti eguali diritti alla di lui eredità, partirono all'istante alla volta dei varj castelli della sua famiglia, ad oggetto di acquistarne il possesso colle armi. Il Fregoso, indebolito dalla loro dispersione, s'allontanò da Genova, e dopo avere levate contribuzioni a Sesto ed a Chiavari, tornò in Lombardia[109].

Il duca Giovanni erasi meritato l'affetto che i Genovesi gli mostravano; aveva saputo adottare le loro costumanze, ed i sentimenti degl'Italiani; sentiva di non essere in Genova che il magistrato di una libera città, ed invece di comandare come padrone, faceva dipendere le proprie decisioni dalle deliberazioni del senato e del popolo. Infatti fu al senato di Genova ch'egli partecipò le proposizioni fattegli dal principe di Taranto; dichiarò, che, sebbene credesse di avere di già soddisfatto al proprio dovere, rispingendo lontano dalle mura d'una città da lui amata, il nemico che minacciava di ridurla, dopo averla saccheggiata, in servitù, non farebbe la spedizione cui era chiamato per riavere l'eredità dei suoi maggiori, senza il consentimento de' Genovesi. Del resto credeva vantaggioso alla loro repubblica ed a sè stesso di rovesciare sopra la casa d'Arragona il peso di una guerra, colla quale questa da tanto tempo opprimeva la Liguria, e di restituire al commercio ed all'attività de' Genovesi le fertili province, rese quasi deserte da Alfonso e da suo figlio Ferdinando. Questo discorso e la modestia del duca di Calabria eccitarono un universale entusiasmo; il senato votò a favore del principe d'Angiò, con un decreto che venne sanzionato dal consiglio, l'armamento di dieci galere e di tre grandi vascelli da trasporto, il pagamento degli equipaggi per tre mesi, e inoltre un sussidio di sessanta mila fiorini da prendersi sulla banca di san Giorgio[110]. Dal canto suo il re Renato aveva fatto armare a Marsiglia una flotta di dodici galere, che mandò a raggiugnere quella di suo figlio.

Ferdinando, avuto avviso di questi apparecchi, si sforzò di ritenere a Genova il duca di Calabria, suscitandogli in questa città nuovi travagli. Mandò danaro a Pietro Fregoso, e lo pose in istato di rimontare la sua armata, chiedendogli soltanto di rientrare nello stato ligure, prima che Giovanni s'imbarcasse. Il Fregoso attraversò effettivamente l'Appennino, scese nella valle della Polsevera, e s'accampò a sole quattro miglia da Genova; ma gli fu opposto lo stesso sistema di difesa adoperato contro di lui con sì buon effetto in primavera. Veruna banda di soldati non uscì dalle mura; il Fregoso non trovava chi combattere; non poteva lungo tempo mantenere la sua armata in quelle sterili montagne, ed il danaro ricevuto dal re di Napoli era omai consumato. Frattanto udì con piacere che la flotta provenzale, unita a quella di Genova era uscita dal porto ed aveva fatto vela alla volta di Livorno. Credendo di trovare la guarnigione della città molto indebolita dalla lontananza di tanti soldati, osò nella notte del 13 di settembre di tentare la scalata; questa gli riuscì, ed i suoi soldati penetrarono fino a Pietra-Minuta, la prima delle colline poste entro il circondario delle mura esteriori. Il duca Giovanni, sempre padrone del ricinto interno, sortì con tutta la guarnigione addosso al nemico, abbandonando la città alla buona fede de' cittadini; e ben poteva farlo, perchè egli era così amato, e tanto temuto era Pietro Fregoso, che un solo degli antichi partigiani di quest'ultimo non si mosse in suo favore. Allo spuntare del giorno fu data una sanguinosa battaglia tra le due mura. Ogni partito aveva per difendersi il vantaggio del terreno, e quando tentava di attaccare provava egualmente crudeli perdite: ma il Fregoso, avuto improvvisamente avviso che Paolo Adorno era in quell'istante entrato in porto con una galera, e che gli Adorni prendevano le armi, volle con un ardito colpo decidere la sua sorte prima che giugnessero. Discese da Pietra-Minuta ed attaccò la porta di san Tommaso, ove fu respinto; allora tenendo dietro alle mura dell'antica città, s'avvide che la porta della Vaccheria era aperta, e l'attraversò arditamente colla cavalleria che lo seguiva. Ma mentre introducevasi in città fu chiusa questa porta, ed egli trovossi separato dalla sua armata. In quel momento non aveva con sè che tre cavalieri, onde, vedendosi perduto, ripose ogni speranza nella bontà del suo cavallo, che spinse di galoppo verso le strade più lontane dalla zuffa per uscire dalla porta orientale. Gli riuscì infatti di lasciarsi molto a dietro il piccolo numero de' soldati che l'avevano conosciuto e lo inseguivano; ma la porta orientale si trovò chiusa, e quando di là volle recarsi alla porta di sant'Andrea, cominciò ad essere dall'alto delle case assalito a colpi di pietre. Scorrendo sempre di galoppo le strade deserte, ove non era preveduto il suo arrivo, ma sempre inseguito da Giovanni Cossa, che due volte lo raggiunse con un colpo di mazza, egli fu finalmente oppresso dai sassi e rovesciato da cavallo presso al pretorio. Quando fu rialzato dal suolo, non rispose una sola parola a coloro che lo interpellavano, e morì dopo poche ore[111].

Quando l'armata di Pietro Fregoso si trovò separata dal suo capo, e quando seppe subito dopo la di lui morte, coloro che la componevano perdettero il coraggio, e non pensarono che a salvarsi colla fuga, ma la maggior parte non si sottrasse ai nemici che gl'inseguivano; e quasi tutta la cavalleria e la metà dei pedoni rimasero prigionieri. Masino Fregoso, fratello di Pietro e Rinaldo del Fiesco, essendo stati presi colle armi in mano, furono condannati come capi di ribelli all'ultimo supplicio. Sigismondo, figliuolo di Tiberio Brandolini, che fu preso nello stesso tempo, venne posto in prigione, perchè serviva nell'armata del duca di Milano, allora in pace collo stato di Genova, onde queste ostilità vennero risguardate come una violazione del diritto delle genti. Ma tutti gli altri soldati furono lasciati liberi, dopo avere giurato di non più servire contro la casa d'Angiò[112].

Dopo tale vittoria, il duca di Calabria, risguardando Genova come bastantemente sicura, apparecchiò tutto quanto occorreva pel suo imbarco. Andò a bordo il 4 ottobre del 1459, e toccò in viaggio Luna, indi Porto Pisano, ove la repubblica di Firenze gli offrì magnifici doni, accompagnati da' suoi sinceri voti. Malgrado l'alleanza conchiusa con Alfonso, ella non poteva dimenticare l'antica sua parzialità per la casa d'Angiò: ella, in sull'esempio del duca di Milano, non assoggettava ogni suo affetto alla politica; e giudicava il proprio carattere de' combattenti, piuttosto che la convenienza d'impedire i progressi de' Francesi in Italia. Francesco Sforza per lo contrario non lasciavasi sgomentare dal cattivo successo delle due intraprese sopra Genova; non perdeva di vista i mezzi di soccorrere Ferdinando, e dirigeva in particolare verso questo scopo le conferenze di Mantova, alle quali Pio II aveva invitati tutti i principi cristiani.

Pio II, che sperava di regolare in questa dieta gli sforzi combinati dei Cristiani contro i Turchi e la politica dell'Italia, aveva presa la strada di Mantova con una pompa religiosa, che di già disponeva gli spiriti volgari ad ubbidirgli. Lo accompagnavano dieci cardinali e sessanta vescovi, varj principi secolari eransi uniti al di lui seguito, ed altri vi avevano mandati i loro ambasciatori. Perugia lo aveva ricevuto come suo sovrano, Siena per compiacerlo aveva richiamata la sua nobiltà, e rendutile i diritti di cittadinanza; a Firenze Galeazzo Maria, figlio di Francesco Sforza, i Malatesta, i Manfredi e gli Ordelaffi, ch'erano venuti ad incontrarlo, portarono la sua lettica, e la repubblica lo accolse colle onorificenze riservate ai più gran re[113]. Le feste destinate pel passatempo della sua corte sarebbero state più confacenti a quella di un giovane conquistatore, che non a quella del padre spirituale de' fedeli. Era stato apparecchiato un gran torneo sulla piazza di santa Croce, un magnifico ballo nella piazza di mercato nuovo, ed un combattimento di bestie feroci in quella della signoria. Si videro con maraviglia scendere sull'arena dieci leoni, e lo stupore de' forastieri crebbe a dismisura, quando videro comparire la gigantesca giraffa, fino a quell'epoca quasi sconosciuta all'Europa. Ma per quanti sforzi si facessero per provocare questi rarissimi animali alla pugna, non si potè giammai eccitare la loro collera ed offrirne lo spettacolo alla corte pontificia[114]. Continuando il suo viaggio Pio II entrò in Mantova il 27 maggio del 1459, portato nella sua lettica dai deputati dei re e dei principi, che lo stavano aspettando[115].