Dacchè Alfonso era salito sul trono di Napoli fino alla morte, pareva che la sua politica altro scopo non avesse che quello di assicurare questo regno a suo figliuolo naturale Ferdinando. Tostocchè il re Renato d'Angiò ebbe abbandonato Napoli, Alfonso pensò a fare riconoscere dal parlamento, come abile a succedere alla corona questo figliuolo, ch'egli aveva di già legittimato. Il parlamento di Napoli era la grande dieta nazionale del regno, ed era composto soltanto di due camere. In quella della nobiltà sedevano coi principi e coi baroni alcuni prelati nella loro qualità di feudatarj, come l'abate di Monte Cassino, riconosciuto pel primo barone del regno, l'arcivescovo di Reggio, ed altri: in quella dei deputati delle città venivano chiamati, l'eletto del popolo di Napoli, ed i sindaci delle principali comunità. Questo parlamento aveva il diritto di regolare in concorso del re l'amministrazione della giustizia e le finanze dello stato[86]; ma non era bastantemente guarantita la sua esistenza, ed i monarchi napolitani trascurarono spesso di adunarlo. Alfonso lo convocò nel 1443, ed i suoi confidenti s'incaricarono di far sentire alla nobiltà il bisogno di fissare l'ordine della successione al trono. Se il figliuolo naturale vi è chiamato, essi dissero, siccome non avrà verun altro stato, e tutto aspettar dovrà dai Napoletani, sentirà viemmeglio la necessità di rispettare i loro privilegj; che se per lo contrario, in difetto di legittimi figli d'Alfonso, si lasciasse passare la corona a suo fratello il re di Navarra, non potrebbesi da questi sperare che preferisse l'Italia alla sua patria; onde la capitale rimarrebbe senza sovrano, Napoli sarebbe tutt'al più la residenza di un vicerè, e dovrebbe aspettare gli ordini da una corte straniera, che non avrebbe contezza nè dei costumi, ne dell'idioma del popolo a lei subordinato. Altronde, soggiugnevano, essendo stato Alfonso innalzato egli medesimo sul trono dalle armi de' Napolitani, poteva risguardarsi come un monarca eletto dal suo popolo. Egli non aveva altri diritti alla corona che quelli che derivavano da quest'elezione, a meno che valere non facesse i diritti di conquista. Verun patto non obbligava o i suoi sudditi, o lui medesimo a far partecipare suo fratello e la casa d'Arragona ad un acquisto che gli era personale. L'adozione di Ferdinando fatta dalla nazione era dunque altrettanto legittima, quanto conveniente. I baroni adunati in parlamento parvero gustare questi diversi motivi; e dopo la loro deliberazione, onorato Gaetano, conte di Fondi, venne a prostrarsi alle ginocchia del re, supplicandolo, a nome della nobiltà adunata, di accordare a suo figlio Ferdinando, allora in età di diciannove anni, il titolo di duca di Calabria, e di designarlo per successore alla corona. Alfonso, nel colmo della sua gioja per avere ottenuto quanto desiderava, accordò quello che si era fatto chiedere; investì suo figliuolo, nella chiesa di san Ligorio, del ducato di Calabria, gli passò la corona, lo stendardo e la spada, e gli fece prestare il giuramento dalla nobiltà e dai deputati delle città del regno[87].

Ma perchè i papi pretendevano di essere signori abituali del regno di Napoli, la pacifica successione di Ferdinando non era assicurata finchè la corte di Roma, in allora attaccata al partito angiovino, non riconoscesse il nuovo re, ed il diritto ereditario di suo figliuolo naturale. Il monarca affidò la propria riconciliazione col pontefice ad Alfonso Borgia, vescovo di Valenza, quello stesso che poi trovossi innalzato sulla cattedra di san Pietro sotto il nome di Calisto III, quando si fece luogo a questa stessa successione. In fatti Eugenio riconobbe Alfonso col trattato di pace soscritto a Terracina il 14 giugno del 1443, e gli spedì nello stesso anno delle bolle, colle quali accordava la successione ai figli maschi d'Alfonso, senza aggiugnervi la clausola, legittimi, ed in loro mancanza alla linea transversale[88]. Il 14 luglio del susseguente anno Eugenio IV legittimò Ferdinando, dichiarandolo abile ad occupare le più alte dignità del regno, come pure a succedere alla corona[89]. Per altro la nuova bolla d'investitura, pubblicata in Napoli il 2 giugno del 1445, ristringeva ancora la successione ai figli nati da legittimo matrimonio[90]. Pare che Eugenio IV pensasse a riservarsi la possibilità di contrastare la successione di Ferdinando quand'ella s'aprirebbe, e che in virtù di questo segreto motivo ricusasse di spiegarsi così chiaramente come il re avrebbe desiderato. Niccolò V, di più pacifico carattere, si prestò in un modo più aperto ai voti d'Alfonso; confermò con una bolla del 14 gennajo del 1448 tutte le grazie dalla Chiesa accordate al re di Sicilia; nuovamente riconobbe e sanzionò il diritto di successione di Ferdinando con una bolla del 27 aprile del 1449; e finalmente il 26 gennajo del 1455 entrò nella lega di venticinque anni tra Venezia, Firenze, il duca di Milano ed il re di Napoli; uno degli oggetti della quale lega era il mantenimento di questa successione di già sanzionata da tanti trattati[91]. Pareva dunque stabilito il diritto di Ferdinando dal consentimento del popolo, da quello del signore abituale e da quello di tutti gli stati d'Italia.

Non pertanto Alfonso per meglio provvedere alla sicurezza di suo figliuolo volle procurargli una potente alleanza ne' suoi proprj stati. Il più grande e ricco dei feudatarj del regno era Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto. I suoi tesori, l'estensione de' suoi feudi, il numero dei vassalli e de' soldati che teneva sempre sotto le armi, lo mettevano quasi in istato di dare o di togliere la corona al suo padrone. L'Orsini teneva presso di sè a Lecce Isabella di Clermont, figlia della contessa di Copertino, sua sorella; Alfonso la domandò per suo figliuolo, e gliela fece sposare nel 1444. Maritò nello stesso tempo una delle sue figlie naturali a Martino di Marzano, figlio unico del duca di Suessa, ed un'altra la diede a Lionello, marchese d'Este[92].

Ma quando morì Alfonso, si videro dichiararsi contro il suo figlio quegli uomini medesimi che il monarca credeva di avergli guadagnati. Il primo ed il più accanito di tutti i suoi nemici fu Calisto III, lo stesso ch'era stato suo ministro a Roma, quando non era che vescovo di Valenza, che aveva ottenuta dal suo predecessore la legittimazione di Ferdinando, ed accompagnato lo stesso Ferdinando ne' suoi viaggi. Tostocchè seppe la morte d'Alfonso, pubblicò il 12 luglio del 1458 una bolla, colla quale dichiarava il suo regno devoluto alla santa sede per l'estinzione della linea legittima dell'ultimo feudatario; quasichè la corte di Roma non avesse preventivamente riconosciuti i diritti di Ferdinando, figlio di Alfonso, quelli di Giovanni suo fratello, e quelli di Renato d'Angiò suo rivale. Vietò ai sudditi napolitani di prestare il giuramento di fedeltà a veruno dei pretendenti alla corona; sciolse dagli obblighi loro quelli che già lo avevano prestato; ed invitò tutti coloro che credevano di avere qualche diritto a tale successione, a dedurre i loro titoli innanzi ai tribunali ecclesiastici[93].

Non contento d'impiegare le armi e le minacce della chiesa per sottomettere il regno di Napoli, cercò Calisto di persuadere il duca di Milano ad assecondare le ambiziose sue viste. Lo Sforza aveva perduti i suoi feudi negli Abbruzzi e nella Puglia, primi frutti delle vittorie di suo padre. Calisto gliene offriva la restituzione, aggiugnendovi nuovi stati, se coll'assistenza sua riduceva il regno sotto il suo dominio, e poteva disporne a favore di Pietro Luigi Borgia, suo favorita nipote. Ma Francesco Sforza, lungi dal dare orecchio a queste proposizioni, si dichiarò fedele all'alleanza contratta colla casa d'Arragona, e disse che ajuterebbe Ferdinando con tutte le sue forze[94]. Del resto Calisto III, che formava così vasti progetti, non ebbe troppo tempo per condurli a maturità; perciocchè quando morì, Alfonso egli era di già oppresso dalla vecchiaja, ed affetto dalla malattia che doveva condurlo al sepolcro. Tenne subito dietro ad Alfonso, e spirò il 6 di agosto[95]. Calisto III, salendo sul trono, aveva annunciate benefiche intenzioni, e fatto sperare un regno virtuoso, ma non tardò a smentirsi; egli non ebbe altra cura che quella d'arricchire i suoi nipoti, niuno de' quali facevasi stimare per talenti o per virtù. Uno di loro, Roderico Lenzuoli, che in questo stesso anno fu fatto dal papa vescovo di Valenza, prendendo il nome di Borgia, diede a questo nome una troppo odiosa celebrità, e fece riverberare sul benefattore la vergogna di cui ricoprì sè medesimo.

I cardinali diedero per successore a Calisto III Enea Silvio Piccolomini, nato a Corsignano, borgata lontana ventidue miglia da Siena, che poi prese il nome di Pienza, perchè il nuovo papa si fece chiamare Pio II. Era questi uno de' più dotti, de' più penetranti, de' più attivi uomini dei suo secolo. Aveva cominciato a rendersi celebre nel concilio di Basilea, ove si distinse tra gli oppositori della corte di Roma. L'antipapa Felice V lo creò suo segretario, e lo spedì per trattare le cose sue presso Federico III. Questi lo annoverò pure tra i suoi segretari, ed in appresso tra i consultori dell'impero[96]. L'imperatore lo incaricò d'una importante commissione presso Eugenio IV, ed in tale circostanza Enea Silvio si riconciliò colla corte di Roma, e venne ammesso nel numero dei segretari d'Eugenio, prima di avere abdicato lo stesso impiego presso Felice V[97]. Impiegato alternativamente nelle negoziazioni del concilio, dell'imperatore e del papa, corse più volte l'Europa, e si fece vantaggiosamente conoscere per la sua eloquenza, la sua erudizione, la sua destrezza nel trattare gli affari. Eugenio IV lo aveva fatto vescovo di Trieste, Niccolò V gli diede il vescovado di Siena, e Calisto III il cappello cardinalizio[98].

Nel momento della sua coronazione Pio II si trovò senza soldati e senza danaro. Calisto aveva tutto dato ai nipoti, i quali cominciavano di già a vendere le fortezze della Chiesa a Giacomo Piccinino, mentre questi abbandonava la guerra di cui era incaricato contro Sigismondo Malatesta, per approfittare delle rivoluzioni della corte romana. Pio in tale stato di cose sentì la necessità di attaccarsi a Francesco Sforza, che gli accordò i suoi soccorsi a condizione che il papa si riconciliasse col re Ferdinando[99]. Altronde Pio II salendo sul trono pontificio, abbracciava caldamente il progetto di spedire una crociata contro i Turchi, la quale mai non aveva cessato di predicare come vescovo e come legato. Il primo atto del suo pontificato fu quello di convocare pel primo giugno del susseguente anno una dieta dei principi italiani in Mantova, onde occuparsi della guerra sacra; e perchè rendevasi necessaria per tale unione la pace interna, Pio II non ricusò di confermare i diritti di successione di Ferdinando, di già riconosciuti dai suoi predecessori[100]. In ottobre mandò a Napoli il cardinale Latino Orsini a recargli la corona del regno[101], ed approfittò di questa circostanza per fare con Ferdinando un trattato egualmente vantaggioso a lui ed alla Chiesa. Fissò il tributo che i re della Sicilia anteriore dovevano a san Pietro, tributo che da lungo tempo non era stato pagato, e fece rendere alla Chiesa Benevento, Pontecorvo e Terracina[102]. Ammogliò suo nipote, Antonio Piccolomini, con Maria, figliuola naturale di Ferdinando, che gli diede per dote il ducato d'Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno[103]. Finalmente si riservò di stendere il trattato di pace tra Sigismondo Malatesta ed il re di Napoli.

Ferdinando era di già tranquillo possessore del trono di Napoli, pure don Carlo, conte di Viana aveva trovato tra i baroni Catalani e Siciliani, che formavano la corte d'Alfonso, molti partigiani. Sostenevano questi che il regno di Napoli, essendo stato conquistato dagli Arragonesi, doveva correre la sorte del regno di Arragona. Altronde il conte di Viana era altrettanto stimato per la nobiltà del suo carattere, la sua generosità, e le gentili sue maniere, quanto Ferdinando era odiato per la sua dissimulazione, la sua crudeltà, la sua avarizia. Ma Ferdinando, appena morto il padre, corse la città di Napoli a cavallo per prenderne possesso, e venne salutato dalle acclamazioni del popolo; il conte di Viana non si attentò di lottare contro quello che parvegli il voto nazionale; andò a bordo di un vascello, che trovavasi in porto, insieme a tutti i Catalani che non volevano servire Ferdinando, e ritirossi in Sicilia[104].

Per altro le acclamazioni del popolo non esprimevano il voto nazionale: i baroni napolitani conoscevano abbastanza il carattere di Ferdinando per desiderare ardentemente di sottrarsi al suo dominio; e solo avevano bisogno di tempo per apparecchiare la loro resistenza. Di questi il più diffidente era quello stesso principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, di cui il nuovo re aveva sposata la nipote. L'Orsini non ardiva di abbandonare la sua residenza di Lecce per venire alla corte; egli stava sempre in guardia contro il ferro ed il veleno degli emissarj di Ferdinando, e risguardava le grazie che da lui riceveva come esche destinate a trarlo in pericolosi lacci. Fu dei primi a formare un partito contro il nuovo re, associandosi in principio col principe di Rossano, poi con Giosia Acquaviva, duca d'Atri, e col marchese di Cotrone. Questi potenti feudatarj mandarono ad offrire a Giovanni di Navarra di porlo in possesso del regno di Napoli, per lo stesso titolo per cui riceveva quello d'Arragona ed il rimanente della fraterna eredità. Fortunatamente per Ferdinando trovavasi in allora Giovanni impegnato in civili guerre co' suoi sudditi di Catalogna e di Navarra. Signoreggiato dalla seconda sua consorte, voleva diseredare il conte di Viana, suo figlio del primo letto, per sostituirgli quel Ferdinando, nato del secondo, ch'ebbe poi il nome di Cattolico. Troppo occupato trovandoci degli affari della Spagna per cercarne altri in Italia, Giovanni ricusò di turbare l'amministrazione di suo nipote, dichiarando che non domandava di regnare in Napoli, purchè questo stato si conservasse in un ramo della casa d'Arragona[105].