Giovanni d'Angiò aveva seco condotte dieci galere francesi e molte truppe per metterle di guarnigione in Genova ed in Savona[77]. Credeva perciò il Fregoso che il re di Napoli non avrebbe ardito di attaccare un così potente protettore; ma parve per lo contrario che Alfonso raddoppiasse i suoi sforzi per sottomettere i suoi avversarj, in ragione della loro ostinazione. Bernardo di Villa Marina, suo ammiraglio, aveva svernato con venticinque navi a Porto Fino; in primavera Alfonso gliene mandò altre dieci, che avevano a bordo armi, munizioni, e truppe da sbarco, prese tra le scelte della sua armata. Questa flotta venne a bloccare il porto di Genova quasi subito dopo l'arrivo di Giovanni d'Angiò. Giovanni Antonio del Fiesco, Raffaello e Bartolommeo Adorno, scesero dal canto loro dalle montagne per assediare la città; e Pietro Spinola, egualmente esiliato, fece prendere le armi ai suoi vassalli e partigiani. D'altra parte Giovanni d'Angiò aveva fatti entrare nel porto tutti i vascelli genovesi, e lo aveva poi chiuso con forti catene e con tarroloni galleggianti; aveva posto di guarnigione i suoi Francesi in tutte le fortezze insieme ai soldati del Fregoso, ed aspettava con coraggio un prossimo assalto, quando il primo di luglio l'una e l'altra armata ricevette con eguale sorpresa la notizia della morte d'Alfonso, accaduta il 27 di giugno. La flotta degli assedianti si disperse all'istante, alcuni de' vascelli entrarono ne' porti della Catalogna, altri in quello di Napoli, di dove erano usciti, e l'armata de' malcontenti ritirossi in pari tempo nelle montagne; Barnabò e Raffaello Adorno morirono dopo pochi giorni, o per le sostenute fatiche, cui non erano accostumati, o per dolore di vedersi strappata di mano una vittoria, che credevano sicura. I Genovesi, maravigliati di così improvvisa liberazione, appena potevano goderne essi medesimi, perchè la carezza e la cattiva qualità delle vittovaglie di cui eransi alimentati in tempo dell'assedio, la miseria, le fatiche e le cure della guerra, avevano generata entro le loro mura una malattia contagiosa, che uccise più gente assai che non il nemico che si era di fresco ritirato[78].
Alfonso, allorchè morì in età di sessantatre anni otto mesi e ventisette giorni[79], regnava in Arragona dal 1416 in avanti; ma soltanto dopo avere portata la guerra in Corsica del 1420, e sopra tutto dopo essere stato adottato da Giovanna II di Napoli, aveva acquistata in Italia una potenza preponderante. Credeva di avere assicurata la successione di suo figliuolo naturale Ferdinando coi suoi trattati con quasi tutti i principi d'Italia, e coll'investitura successivamente ottenuta da due papi. L'ordine da lui posto in questa successione sembravagli conforme alla giustizia, poichè non disponeva a favore del suo bastardo che del regna di Napoli, conquistato da lui medesimo, mentre lasciava tutti i suoi stati ereditarj al fratello Giovanni, re di Navarra. Costui trovavasi allora in lite con suo figliuolo del primo letto, don Carlo, che portava il titolo di conte di Viana, ed era venuto a cercare asilo alla corte di Napoli. Il conte di Viana era in Roma nel principio di maggio del 1458 quando Alfonso infermò, ed avutane notizia si affrettò di restituirsi a Napoli. Era meritamente amato dal popolo e dalla nobiltà; ed Alfonso non lo vide ritornare senza inquietudine, temendo, qualora egli morisse a Castelnovo, che gli Arragonesi ed i Catalani, di guarnigione in quel castello, non si dichiarassero per il conte di Viana figlio ed erede presuntivo del nuovo loro re. Ammalato com'egli era gravemente, fece spargere voce della sua convalescenza; si fece trasportare a Castel dell'Ovo sotto pretesto di mutar aria, e nello stesso tempo diede il comando del castello, che abbandonava, a suo figlio Ferdinando. Lo stesso giorno sottoscrisse il testamento con cui chiamava Ferdinando suo figlio legittimato alla corona di Napoli, e lasciava la corona d'Arragona, di Catalogna, di Valenza, delle isole Baleari, di Sardegna e di Sicilia, a suo fratello, il re di Navarra, in conformità delle costituzioni degli stessi regni. Ventiquattr'ore dopo morì[80].
La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di magnanimo, di cui questo principe andò debitore ad una quasi illimitata liberalità. In questo secolo, in cui tutti i sovrani d'Italia rivalizzavano nell'amore per le lettere, egli pareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per l'antichità, col suo zelo per gli studj, colle sue beneficenze verso i dotti, che da ogni banda chiamava con ogni maniera di allettamenti alla sua corte. Aveva tolto per sua impresa un libro aperto; e niun sovrano, non accettuati coloro che non furono come lui amministratori e guerrieri, consacrò tanto tempo alla lettura. Seco portava sempre Tito Livio ed i Commentarj di Cesare; aveva sempre libri sotto il suo origliere, onde valersene nelle ore che poteva rubare al sonno. Il suo segretario e panegirista, Antonio Beccadelli di Palermo, conosciuto sotto il nome di Panormitano, pretende di averlo a Capoa risanato da una malattia, leggendogli la vita di Alessandro scritta da Quinto Curzio. Si dice che Cosimo dei Medici ottenne di calmarlo dopo il torto fattogli dal trattato di Lodi, e di farlo entrare nella lega dell'Italia superiore, regalandogli un bel manoscritto di Tito Livio[81].
I letterati ed in particolar modo gli eruditi sono troppe volte stranieri allo spirito del loro secolo, perchè si possa prestare intera fede ai loro elogj intorno alle virtù di un re; ma è una sicura riprova del nobile carattere d'Alfonso la piena confidenza ch'egli aveva nell'amore del popolo da lui conquistato. Passeggiava spesso a piedi e senza seguito per le strade di Napoli, e rispondeva a coloro che credevano questa sua abitudine pericolosa: «che può temere un padre passeggiando in mezzo ai suoi figliuoli?» In fatti Alfonso era amato dal popolo per le sue virtù, e dirò ancora pei suoi difetti. La sua eloquenza, la sua affabilità, le sue nobili maniere, il suo cavalleresco valore, affascinavano tutti coloro che avevano il vantaggio di avvicinarlo. Loro piaceva pure per una tal quale simpatia che trovasi nel popolo, per la tenerezza e la tendenza all'amore, che questo sovrano conservò fino agli ultimi suoi giorni. Il suo romanzesco carattere influì notabilmente sul suo destino. La nascita di suo figliuolo, Ferdinando, era stata accompagnata da misteriose circostanze. Assicurano alcuni storici, ch'egli era nato da un incesto con Catarina, moglie d'Enrico, fratello d'Alfonso; che per salvare la riputazione di questa principessa, Margarita de Hijar acconsentì che gli si attribuisse questo fanciullo, onde fu poi vittima della gelosia della regina, che la fece soffocare[82]. Alfonso più non seppe condonare alla moglie tanta barbarie; più non volle vederla; ma restò, finchè visse vincolato da un matrimonio che detestava, e non poteva sciogliere. L'oggetto dell'ultima sua passione fu Lucrezia d'Alagna, figlia di un gentiluomo napolitano. Pio II, di già papa quando scriveva i suoi commentarj, li vide assieme, e si sentì commosso dal loro amore e dalla loro virtù. «Stava, egli dice, a Torre del Greco, Lucrezia, donna, o piuttosto vergine gentilissima, nata di nobili ma poveri parenti napolitani. Amolla il re perdutamente, a segno di sembrare fuori di sè alla di lei presenza. Altro egli non vedeva, altro non udiva che Lucrezia; i suoi occhi stavano sempre fissi sopra di lei; ne lodava le parole, ne ammirava la saviezza, ed applaudiva a tutto quanto ella faceva. Soleva colmarla di doni, e voleva che venisse onorata come una regina; e talmente a lei si abbandonava che niuno poteva ottenere udienza senza il di lei assenso..... Pure, se dobbiamo prestar fede alla pubblica voce, essa mai non accondiscese ai di lui desiderj. Si assicura aver ella detto più volte, che mai non sagrificherebbe al re la sua verginità, e che, s'egli tentasse far uso della forza, saprebbe prevenire la propria vergogna colla morte, invece di punirsi troppo tardi come l'antica Lucrezia[83]». Alfonso erasi lusingato di sposare Lucrezia d'Alagna, ed aveva perciò domandato a Calisto III un divorzio con Maria di Castiglia a cagione della sua sterilità; ma sebbene questo papa fosse prima stato suo ambasciatore, governatore di suo figlio, e suo confidente, mai non volle accordare al re questa domanda[84].
Grandi avvenimenti militari, la conquista di un regno, luminose vittorie sopra Caldora, sopra Renato d'Angiò, sopra Francesco Sforza, davano ad Alfonso uno splendore che abbagliava le persone volgari. La prosperità delle due Sicilie, e la pace ristabilita dopo una lunga anarchia, gli davano posto tra i più saggi amministratori; ma ad ogni modo la virtù che gli guadagnò maggiori elogj, la sua liberalità, fu quasi sempre imprudente ed eccessiva; le sue profusioni lo tenevano costantemente in mezzo alle ristrettezze; bentosto riprendeva con una mano ciò che aveva donato coll'altra: era forzato di opprimere i suoi sudditi con gravissime gabelle, o di vendere loro grazie contrarie all'ordine ed alla buona amministrazione del regno. Il danaro mancando alle sue prodigalità, egli distribuì nella sua monarchia con profusione nuovi titoli, dignità e signorie feudali; colla medesima liberalità allargò le prerogative dei signori, accordando loro una quasi assoluta sovranità sui loro vassalli, ed in tal modo aggravò la sudditanza di questi, togliendo loro la protezione della corona; indebolì l'autorità sovrana; nocque alla pronta esecuzione della giustizia, e moltiplicò i mezzi di resistenza dei grandi feudatarj nelle successive guerre civili. Può dunque muoversi dubbio se il regno d'Alfonso sia stato favorevole ai progressi dell'incivilimento nel regno di Napoli, ma non si può ricusare di annoverar lui tra i più grandi e generosi monarchi che illustrarono il quindicesimo secolo[85].
CAPITOLO LXXVII.
Sforzi di Calisto III e dei baroni napolitani per impedire Ferdinando d'Arragona di succedere a suo padre. — S'addirizzano a Giovanni d'Angiò, signore di Genova. — Pietro Fregoso rimane ucciso in un attacco contro Genova. — Giovanni d'Angiò abbandona Genova pel regno di Napoli. — Guerra civile; battaglie di Sarno e di san Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi.
1458 = 1460.