Pietro Fregoso non oppose una flotta a quella dell'Arragonese, ma dopo avere provvedute del bisognevole tutte le fortezze, e postosi ovunque in istato di difesa, lasciò che Villa Marina si andasse consumando in vani sforzi. Egli temeva, assai più che l'ammiraglio, i nemici che poteva avere nella stessa città, e piuttosto che esporsi ad essere sorpreso all'impensata, volle dar loro egli medesimo una occasione di manifestare le loro trame. Dopo avere lasciata in palazzo una numerosa guardia, e prese tutte le convenienti misure per la sicurezza della città, pubblicò di voler fare un viaggio nelle due Riviere per provvedere alla loro sicurezza in qualunque caso d'attacco. Invece di partire, il 28 di luglio andò segretamente nella fortezza, ove teneva una grossa guarnigione di cui potevasi pienamente fidare. Accadde ciò ch'egli aveva preveduto; tosto che i faziosi lo credettero lontano, presero le armi, e proclamando i nomi di Adorno e del re d'Arragona, vennero ad attaccare il palazzo pubblico. Il Fregoso aspettò che tutti i suoi segreti nemici si fossero palesati, ed allora sortendo dalla cittadella colle sue truppe, prese alle spalle coloro che attaccavano il palazzo, e ne fece orribile carnificina; scacciò i vinti fuori di città, e punì alcuni de' loro capi con pena capitale[68].

Durante la cattiva stagione la flotta arragonese erasi ritirata noi porti del regno di Napoli; tornò in primavera del 1456 a minacciare le coste della Liguria, e ad intercettare il commercio, occupando inoltre Albenga, che peraltro fu bentosto ripresa. In così difficili circostanze Pietro Fregoso ricorreva alternativamente al duca di Milano, ai Fiorentini, ai Veneziani, che tutti avevano legate le mani dalla lega fatta con Alfonso, e dalla quale avevano avuto la debolezza di escludere i Genovesi, loro antichi alleati. Papa Calisto III, che risguardava il popolo genovese come il solo di cui potesse far capitale per difesa del cristianesimo in Levante, interponeva per loro i suoi buoni ufficj. I continui soccorsi di vittovaglie, di armi e di danaro, che la repubblica mandava a Caffa e nelle sue isole della Grecia, la snervavano affatto, non lasciandole nè vascelli, nè soldati da opporre ad Alfonso. Pietro Fregoso ed il consiglio della repubblica si erano, sempre di concerto con Calisto, rivolti ai più lontani principi, per ridurli a mandare ajuti ai Cristiani del Levante; le loro lettere ai re d'Inghilterra e di Portogallo fanno ad un tempo vedere quanti sagrificj avevano fatti essi medesimi, quanto erano innoltrati i loro trattati con questi principi, e quanto la guerra, che loro faceva Alfonso, riusciva dannosa alla difesa della cristianità[69].

Finalmente il re di Napoli, cedendo alle istanze di Calisto III, alle esortazioni di tutti i principi cristiani, che non sembravano occuparsi d'altra cosa che della crociata, e forse per timore d'essere attaccato il primo, quando i Turchi continuassero le loro conquiste, promise di unire quindici galere a quelle del papa; manifestò inoltre l'intenzione di porsi alla testa dell'armata de' principi cristiani, e sotto questo pretesto fece levare grossi sussidj in tutti i suoi stati. Ma qualche tentativo fatto dai Genovesi per ricuperare i loro possedimenti in Corsica riaccese subitamente la di lui collera. Egli rigettò con amaro insulto le istanze che gli faceva il doge di armarsi contro i Turchi; e rinfacciò ai Genovesi d'avere i primi trasportati in Europa gli Osmanli. «Gli è contro di voi, che siete i veri Turchi dell'Europa, disse Alfonso, che ci facciamo un dovere di volgere i nostri primi sforzi, e non ci tratterremo finchè, coll'ajuto di Cristo, non vi avremo ridotti supplichevoli ai nostri piedi. Allora soltanto noi termineremo, a dispetto vostro, la spedizione contro i Turchi dell'Asia, cui ci siamo obbligati.» La lettera scritta con quest'insultante amarezza era lavoro d'uno dei molti dotti addetti alla corte d'Alfonso, e forse di Antonio di Palermo, il quale la scrisse con quel tuono oltraggiante, che caratterizza le contese letterarie del quindicesimo secolo. La risposta della repubblica, scritta dal suo cancelliere Bracelli, è per lo contrario altrettanto nobile che misurata[70].

In questa stessa epoca i Genovesi avevano mandate due galere a Chio con cinquecento uomini di guarnigione, armi d'ogni sorta, e sufficiente quantità di granaglie per approvvigionare non solo quest'isola, ma ancora quella di Rodi. Avevano mandato un vascello, armi, e dugent'uomini di guarnigione a Mitilene, e finalmente due vascelli a Caffa, uno dei quali, il più grande che si fosse fin allora veduto sul Mediterraneo, fu colato a fondo da un fulmine[71].

Nel susseguente anno Calisto, che aveva rinnovate le sue offerte di mediatore, lusingossi qualche tempo d'avere persuaso Alfonso a fare la pace coi Genovesi; i loro ambasciatori dovevano scontrarsi in Roma con quelli del re di Napoli, ed il trattato pareva ridotto a buon termine, quando un vascello d'Alfonso fu preso dai Genovesi. Sebbene non vi fosse armistizio, il re mostrossi irritato da quest'atto ostile, come se non lo avesse provocato. Gli ambasciatori genovesi abbandonarono Roma senza aver nulla convenuto, e Pietro Fregoso, disperando di trovare soccorso altrove, s'addirizzò al solo nemico che ancora potesse farsi temere da Alfonso, a Carlo VII, re di Francia, protettore e parente di Renato d'Angiò[72].

Malgrado l'inconsiderata maniera con cui Renato erasi nel 1458 ritirato dalla guerra di Lombardia, egli non aveva rinunciato ai suoi diritti sul regno di Napoli. Di conformità alla fatta promessa egli aveva mandato ai Fiorentini suo figlio Giovanni, duca di Calabria, per assumere il comando delle loro truppe. Giovanni era giunto a Firenze il 7 febbrajo del 1454, e dopo le più onorifiche accoglienze, gli era stato consegnato in mezzo a splendide feste il bastona del comando[73]. Pure i trattati di pace avevano di già avuto cominciamento, e la pace si pubblicò in Firenze il 14 aprile seguente, senza che il duca Angiovino di Calabria avesse potuto prestare alcun servigio ai suoi alleati. Ma sebbene gli dovesse spiacere il vedere la repubblica fiorentina contrarre un'alleanza col suo competitore, non manifestò verun malcontento per una condotta renduta necessaria dalla presente posizione degli affari; egli si trattenne un anno in Toscana, come portava il suo trattato, e quando partì, accettò un regalo di venti mila fiorini oltre ciò che gli era dovuto; e tornò in Francia nel maggio del 1455[74].

A questo stesso principe ed a Carlo VII ricorse Pietro Fregoso, il quale sentiva che i patimenti di così lunga guerra avevano resa la sua autorità odiosa ai suoi concittadini; circondato da aperti e da segreti nemici, più non sapeva come loro resistere, e non pertanto era deliberato di non cedere loro la vittoria. Propose adunque di porre la repubblica sotto la salvaguardia di un potente protettore, e con un trattato, conchiuso in febbrajo del 1458, trasferì a Carlo VII la signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti ed i privilegj di città libera, quali erano di già stati enumerati in somigliante concessione fatta a Carlo VII, il 25 ottobre del 1396[75]. Propriamente parlando altro non era che l'autorità del doge che veniva in tal modo accordata ad un sovrano straniero, ed almeno, secondo l'intenzione del consiglio, la repubblica doveva sussistere colla stessa libertà e giurisdizione sotto la temporaria magistratura di un delegato del re di Francia, come sotto quella di un Fregoso o di un Adorno. Giovanni d'Angiò, duca titolare di Calabria, venne, in conformità di questo trattato, ad assumere il comando dei soli nemici che il suo rivale avesse ancora in Italia. Giunse a Genova l'undici maggio del 1458, ed i magistrati vennero a giurargli fedeltà a nome del popolo ne' giardini Fregoso posti nel sobborgo di san Tommaso. Dal canto suo il duca di Calabria, prima di essere ammesso entro le mura, giurò di rispettare le leggi ed i privilegj dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza della banca di san Giorgio; e dopo ciò divise con Pietro Fregoso la cura della difesa della città[76].