Partito Paolo Fregoso, Ibletto del Fiesco occupò una delle porte, ed i giardini di Carignano; e da quella banda il 13 aprile del 1464 introdusse in città Jacopo Vimercato. Questo generale assediò subito il Castelletto, che per altro difficilmente avrebbe preso; ma dopo quaranta giorni la vedova Fregoso glielo vendette per quattordici mila fiorini d'oro, introducendovi i soldati milanesi di nascosto di suo cognato, che doveva dividerne con lei la custodia[170]. Frattanto si spedirono a Milano ventiquattro deputati dalla repubblica per deferire la signoria a Francesco Sforza alle medesime condizioni convenute col re di Francia e per prestare in sua mano il giuramento di fedeltà[171].

Le rivoluzioni, che dopo avere ruinata la repubblica di Genova finirono col precipitarla sotto un giogo straniero, avevano cominciato in tempo delle guerre del regno di Napoli. Per iscacciare la casa d'Arragona la repubblica aveva vuotati i suoi tesori, e versati torrenti di sangue, e finalmente soggiacque essa medesima alle turbolenze che aveva voluto eccitare nelle lontane provincie. Aveva in appresso abbandonata una causa abbracciata con tanto ardore; aveva sperimentata tutta la violenza del governo d'un capo di faziosi, ed era stata all'ultimo costretta per trovar pace, di rinunciare alla libertà. Nello stesso tempo la repubblica di Firenze si sottrasse alle stesse violenti convulsioni, perchè cercò d'isolarsi dalla grande contesa che divideva tutta l'Italia. Aveva da prima preso un interessamento, quasi così vivo come la repubblica di Genova, per l'ingrandimento della casa d'Angiò, ed era stata in sul punto di entrare nella medesima guerra; ma la prudenza di uno de' suoi cittadini l'aveva ritenuta nella neutralità, evitando ad un tempo gli esterni pericoli e le grandi commozioni interne. Per altro non si sottrasse alle disgrazie attaccate all'impero delle fazioni, e se non perdette la sua libertà, la vide per lo meno crudelmente compromessa da quei medesimi ch'eransi sollevati nel suo seno come difensori e protettori del popolo.

La forma legale del governo di Firenze si avvicinava assaissimo alla democrazia; niun corpo nello stato aveva uno stabile potere, veruno nominava i suoi proprj membri, veruno conservava spirito ed interessi indipendenti da quelli del popolo. I consiglj, la magistratura, lo stesso capo dello stato, tutto continuamente mutavasi, tutto si rinnovava con somma rapidità, e tutti i cittadini dovevano la volta loro comandare, ed essere comandati. E per impedire che lo spirito di corpo non si perpetuasse ne' consiglj, per impedire che il favore, od i maneggi restrignessero le elezioni ad una sola classe di cittadini, ad un piccolo numero di persone, erasi preferita la sorte alla scelta, e la repubblica riceveva il suo governo dall'estrazione d'una lotteria.

Questa esagerata ricerca dell'eguaglianza fra i cittadini fu propriamente ciò che la distrusse. La repubblica non sarebbe stata mai più chiamata a violare le proprie leggi, se si fosse accontentata di far eleggere il proprio gonfaloniere, i priori, i consiglj dai suffragj del popolo; e se, considerando alcuni di questi mandati del popolo come irrevocabili, avesse, almeno ne' consiglj, conservati fino alla morte coloro che vi fossero stati una volta collocati dal voto dei loro concittadini. Sarebbesi in tale maniera data un'áncora che l'avrebbe tenuta ferma nelle agitazioni popolari, ed avrebbe conservata nello stesso corpo la tradizione de' suoi interessi e della sua politica. Ma nella forma del governo adottato dalla repubblica era impossibile il ripromettersi dai suoi magistrati, sempre nuovi, unione ne' sistemi, costanza ne' progetti, e combinazioni politiche che richiedessero molti anni per la loro esecuzione. Formavasi subito fuori del governo un partito, una fazione che diventava il vero centro dell'autorità, il vero governo della repubblica. Questo partito, per darsi un'esistenza legale, ricorreva al parlamento di tutta la nazione. Con un atto della sua sovranità il parlamento sospendeva la costituzione e creava una balìa, come i Romani creavano un dittatore, per salvare la repubblica con un'autorità superiore alle leggi. Formava questa balìa o commissione con un determinato numero di cittadini, i più distinti, i più attivi del partito dominante, e talvolta il loro numero ammontava a parecchie centinaja. In appressa il parlamento affidava a questi cittadini il diritto di riempire a loro scelta le borse da cui si dovevano levare a sorte i nomi de' magistrati, di scegliere ancora ogni due mesi in queste borse i nomi di coloro che dovevano aver luogo nella signoria, lo che dicevasi fare le elezioni a mano, d'esiliare senza forma di giudizio coloro che si risguardavano come pericolosi pel partito dominante, e finalmente di trovare con mezzi arbitrarj il danaro necessario ai bisogni dello stato. La creazione d'una balìa era una tirannide stabilita in una repubblica, ed era errore grossolano del legislatore l'averla renduta necessaria. Tale era non pertanto l'incostanza del governo costituzionale, che quando spirava la balìa (giacchè non era mai creata che per un tempo limitato) la repubblica era sempre minacciata di ricadere nella anarchia.

Dopo la rivoluzione del 1434 la repubblica di Firenze aveva avuto alla sua testa due uomini d'un merito eguale, sebbene la loro riputazione non siasi conservata eguale, Neri Capponi e Cosimo de' Medici. Il primo, grande politico, destro negoziatore, in guerra generale vigilante e felice, erasi fino dal 1420 renduto caro egualmente ai cittadini ed ai soldati coi continui servigj prestati alla repubblica. Cosimo de' Medici, non meno destro politico, invece della riputazione militare godeva quella di generoso protettore delle lettere, delle arti e della filosofia. Inoltre la sua immensa ricchezza gli somministrava il modo di spargere dappertutto i beneficj, e l'estrema sua generosità lo portava a prevenire tutte le domande di danaro che gli si potevano fare. Appena eravi in tutto il suo partito un cittadino, che non si fosse gratificato. Così, mentre Neri Capponi non aveva che ammiratori e partigiani. Cosimo de' Medici aveva clienti che gli erano affatto devoti[172].

Malgrado la rivalità loro e malgrado alcune vicendevoli offese, questi due grandi cittadini conservaronsi tra di loro generalmente uniti, sia per zelo per la repubblica, sia per timore dell'opposto partito degli Albizzi, che, sebbene abbattuto, era ancora potente. Perciò, in ventun anni che furono unitamente alla testa dello stato, fino alla morte di Capponi, accaduta l'anno 1455, trovarono sempre il popolo propenso a continuar loro l'autorità della balìa quando spirava. In questo spazio di tempo fu rinnovata sei volte, e sempre in un modo legittimo dal parlamento adunato dietro inchiesta dei consiglj.

Ma l'autorità dell'ultima balìa terminava il primo luglio del 1455. Non esisteva plausibile ragione per rinnovarla, trovandosi lo stato in pace co' suoi vicini, essendo internamente la fazione degli Albizzi abbattuta affatto, e la rivoluzione da troppo lungo tempo ultimata, perchè si osasse di conservare un regime rivoluzionario. Altronde essendo morto Neri Capponi, Cosimo de' Medici, rimasto solo, eccitava maggiore gelosia. I suoi amici, che mai non avevano avuto intenzione di farlo principe, non erano meno de' suoi nemici diffidenti dell'ingrandimento del suo potere: essi si opposero perciò ne' consiglj al rinnovamento della balìa, e si tornò ad estrarre a sorte la signoria: pure ciò si fece colle liste e colle borse ch'erano state fatte dalle precedenti balìe, e che non contenevano che i nomi degli amici dei Medici. Pietro Rucellai, che entrò in carica il primo luglio del 1455, fu il primo gonfaloniere nominato dalla sorte[173]; la sua magistratura eccitò trasporti di gioja nel popolo, che credette di rientrare soltanto allora nel godimento de' suoi diritti e della sua libertà. Il cambiamento era infatti per lui reale, perciocchè nella precedente amministrazione, i giudizj dei tribunali, e la ripartizione delle imposte erano diventati oggetti di favore e di brighe. I Fiorentini in tutti gli affari contenziosi eransi trovati in necessità di sollecitare e spesso di comperare coi doni il favore de' potenti cittadini che governavano lo stato con Cosimo de' Medici. Ma dopo la cessazione della balìa, non solo la nuova magistratura più non diede orecchio alle raccomandazioni del favore, ma per lo contrario ebbe piacere di maltrattare coloro, innanzi ai quali erasi fin allora tremato. Que' medesimi cittadini, le di cui case pochi mesi prima erano affollate di clienti che recavano doni, si videro abbandonati ed esposti ai sarcasmi della moltitudine. Cosimo de' Medici aveva preveduto questo cambiamento, che a lui non fece torto, perchè i suoi clienti avevano sempre di lui bisogno. Aveva sentito che i suoi amici verrebbero puniti della loro gelosia, ed erasi compiaciuto di vederli colle pratiche loro privarsi essi medesimi del loro credito senza recare pregiudizio al suo[174].

Il governo cercava di estinguere il debito pubblico, ch'era cresciuto assai durante la precedente guerra; uno dei mezzi adottati per accrescere le entrate fu il rinnovamento del catastro del 1427, in forza del quale tutte le proprietà mobili ed immobili di ogni cittadino erano state stimate, ed assoggettate ad un'imposta di un mezzo per cento del capitale. Dopo tale epoca i ricchi avevano trovato modo di sottrarre gran parte de' loro averi alle pubbliche imposte, valendosi del credito che esercitavano sopra i magistrati; onde una legge che stabiliva un'eguaglianza proporzionale nelle imposte, venne risguardata dal popolo come un trionfo. Fu fatta in principio del 1458, e vennero incaricati dieci commissarj di fare entro l'anno il riparto dell'imposta a seconda delle sostanze[175].

Bentosto i grandi ed antichi amici di Cosimo lagnaronsi del cambiamento introdotto nello stato, lagnaronsi d'essere abbandonati al capriccio della moltitudine. Le stesse persone, che per gelosia del Medici avevano ostato al rinnovamento della balìa, lo supplicavano adesso di unirsi con loro per ottenerne una. Non avendo voluto Cosimo cedere alle loro istanze, Matteo Bartoli, che fu gonfaloniere ne' due susseguenti mesi, si provò a chiedere la balìa senza di lui; ma non solo non vi riuscì, ma diede luogo a portare una legge ne' consiglj, in forza della quale non poteva adunarsi il parlamento senza essere domandato dagli unanimi suffragj della signoria e del collegio, e senza che la proposizione fosse approvata dai due consiglj[176]. Questo trionfo del partito popolare, cui aveva contribuito lo stesso Cosimo, accrebbe l'avvilimento di quegli amici che si erano da lui allontanati, e fece loro più vivamente desiderare una riconciliazione.

Frattanto, dopo aver data questa lezione al suo partito, Cosimo de' Medici credette che fosse tempo di rendergli il primo vigore e d'impedire che Firenze non si accostumasse al godimento della sua libertà. Avendo la sorte dato per gonfaloniere di luglio e d'agosto del 1458 Luca Pitti, Cosimo lasciò a questo ricco, potente ed audace cittadino la cura di adunare un parlamento, determinato di tenersi al coperto da ogni avvenimento, non secondandolo apertamente e non contrariandolo, onde poter approfittare del buon successo, e non essere a parte delle sue perdite, ove la cosa non riuscisse. In fatti il Pitti riempì il palazzo di gente armata, costrinse colle minacce i priori, suoi colleghi, a domandare il parlamento; coprì tutte le uscite della piazza di soldati e di contadini cui aveva distribuite le armi, e l'undici d'agosto del 1458, avendo fatto suonare la maggior campana, tenne un'adunanza del popolo tremante e sommesso, che approvò e sanzionò tutti i regolamenti che a lui piacque di proporre, rinnovando la balìa del 1434, ed aggiugnendovi dieci nuovi elettori e dieci segretarj. Si pretestò pel rinnovamento di quest'autorità dittatoriale della repubblica il pericolo che poteva farle correre la morte di papa Calisto III, gli assassinj del conte Averso dell'Anguillara e l'anarchia di Roma. Si resero depositarj di tutta l'autorità dello stato 352 cittadini, e loro si attribuirono le nomine dei magistrati, i giudizj stragiudiziali e le imposte[177].