La balìa fece il più violente uso, che fare si potesse, dell'arbitraria autorità che le era affidata: Girolamo, figliuolo d'Angelo Machiavelli, aveva gagliardamente parlato intorno al pericolo inerente alla convocazione dei parlamenti ed alla sovversione della libertà cagionata dalle balìe. Venne arrestato ed assoggettato alla tortura per forzarlo coi tormenti a palesare, come una trama, i motivi della sua legittima opposizione ad intraprese contrarie alle leggi. In fatti strapparonsi di bocca al Machiavelli i nomi d'Antonio Barbadori e di Carlo Benizi, che dichiarò essere a parte delle sue opinioni; furono ambidue posti alla tortura: dopo di che il Machiavelli e suo fratello, il Barbadori con suo figlio, il Benizi e tre suoi parenti vennero condannati a grosse ammende ed alla relegazione. I due primi non essendosi recati nel luogo del loro esilio, Girolamo Machiavelli fu arrestato per tradimento di uno de' signori della Lunigiana, e dato alla signoria di Firenze, che lo fece morire[178].
Luca Pitti fu fatto cavaliere in premio del vigore che aveva mostrato. Cosimo de' Medici e tutti gli amici del governo si credettero obbligati a fargli dei regali; egli ne ricevette da tutti coloro che desideravano di guadagnare il suo favore, e dalla stessa repubblica; si dice che ammontassero a ventimila fiorini. Peraltro Cosimo era vecchio e logoro, frequentemente veniva tormentato dalla gotta, onde pareva disgustato degli affari pubblici e trattenevasi in villa la maggior parte del tempo. Luca Pitti, ambizioso ed orgoglioso, approfittava della ritirata del suo amico per innalzarsi. Pareva egli il vero capo della repubblica, e la fazione dominante omai più non chiamavasi il partito di Cosimo, ma quello di Pitti. Per illustrare il suo trionfo, egli prese a fabbricare due palazzi, uno alla distanza di un miglio fuori delle mura e l'altro in città; ne gittò così estesi i fondamenti e con fasto tanto insolito, che Firenze, accostumata ai prodigj dell'architettura, Firenze, che non aveva trovato che Cosimo fosse uscito dai confini della modestia di un cittadino innalzando il palazzo Medici (oggi palazzo Riccardi in via larga), riguardò il palazzo Pitti come un'intrapresa reale. Per terminare questo superbo edificio, diventato poscia la residenza dei gran duchi, Luca Pitti ricevette regali da tutti coloro che avevano bisogno della sua protezione o del suo favore. Non solo i particolari, ma i comuni, che dovevano chiedere qualche cosa ai consiglj della repubblica, s'addirizzavano a Pitti; e tutti sapevano che il suo appoggio non si otteneva, che dandogli materiali pel suo edificio. Tutti i banditi, tutti i malfattori, che avevano ragione di temere la pubblica vendetta, si rifugiavano in quel ricinto, e finchè lavoravano a fabbricare, non erano molestati dagli ufficiali della giustizia, che ivi non osavano inseguirli[179].
Cosimo de' Medici, che aveva sempre cercato di non offendere gli occhi dei suoi concittadini con verun fasto esteriore, e che, sebbene considerato negli altri stati come principe, non aveva lasciato di essere in patria un semplice cittadino, vedeva con dolore il partito ch'egli aveva formato, e che ancora appoggiavasi al suo nome, dare un tiranno alla repubblica. Egli tenevasi lontano dagli affari, e fabbricava chiese in Firenze e nelle vicinanze; si circondava di letterati, ed occupavasi con Marsilio Ficino del rinnovamento della filosofia platonica, quando in principio di novembre del 1463 ebbe la sventura di perdere il suo secondo figliuolo, Giovanni de' Medici, in età di quarantadue anni. Sopra di questi fondava Cosimo le sue speranze per la grandezza della sua famiglia, sembrandogli che i talenti ed il carattere di Giovanni fossero d'una tempra abbastanza forte per governare la repubblica, per guadagnarsi il cuore de' suoi concittadini, mantenere al di fuori la riputazione de' Medici, e per proteggere nell'interno e far fiorire le lettere e le arti. Il primogenito, Piero de' Medici, allora in età di quarantasette anni era di così debole salute, che non poteva credersi capace di portare il peso degli affari. Il figlio di Giovanni, detto Cosimo, era morto prima di lui, ed i due figli di Pietro erano ancora fanciulli. Il vecchio Cosimo de' Medici facevasi portare pel suo vasto palazzo, pel quale più non poteva girare a piedi, e diceva sospirando: «Questa è troppo gran casa per così piccola famiglia[180]!»
Cosimo de' Medici non sopravvisse lungamente al figliuolo di cui non sapeva scordarsi: egli morì nella villa di Careggi il 1.º agosto del 1464 in età di settantacinque anni, egualmente compianto dagli amici e dai nemici. I primi lo amavano per i suoi infiniti beneficj, i secondi avevano di già imparato a temere coloro che dovevano succedergli nel governo della repubblica. Sapevano che Cosimo li forzava ancora a qualche moderazione pel solo credito del suo nome, e tremavano in vista della tirannide, sotto la quale caderebbero, quando lo stato più non avrebbe questo moderatore.
Cosimo, il più grande cittadino che siasi mai innalzato in un paese libero, era stato trent'anni capo della più ricca, potente ed illuminata repubblica che allora esistesse. Con una felicità più costante, ed un più lungo potere di quello di Pericle, egli aveva, come il Greco, arricchita la nuova Atene di tutti i prodigj delle arti. Aveva in Firenze fabbricati il convento e la chiesa di san Marco, quello di san Lorenzo ed il chiostro di santa Verdiana; sulla montagna di Fiesole, san Girolamo e la Badìa; nel Mugello, la chiesa de' Frati minori. Aveva ornati di cappelle, di statue, di quadri, di argenterie destinate al culto, le chiese di santa Croce, dei Servi, degli Angeli e di san Miniato. Aveva per se medesimo fabbricati quattro palazzi in campagna, a Careggi, a Fiesole, a Caffaggiuolo ed a Trebbio: aveva innalzato in città il magnifico palazzo, ora Riccardi; finalmente aveva in Gerusalemme eretto uno spedale pei pellegrini. Ma invece d'impiegare, come Pericle, le pubbliche entrate nell'innalzare questi monumenti, che fissarono il gusto della bella architettura, aveva tutto fatto col proprio danaro[181]; e mentre questi pubblici lavori annunciavano un sovrano, e sorpassavano di lunga mano la magnificenza de' più gran re dell'Europa, nè i suoi abiti, nè la sua mensa, nè i suoi servi, nè i suoi equipaggi, superavano quelli della classe comune; egli trattava da eguale e come semplice cittadino ogni Fiorentino; si era ammogliato ed aveva dato marito ai suoi figliuoli ed alle sue nipoti non in famiglie principesche, che avrebbero avidamente cercato il suo parentado, ma in famiglie di Fiorentini, ch'egli risguardava sempre, ed ognuno considerava come sue pari.
Senza dubbio la riputazione di Cosimo de' Medici si conservò più luminosa, perchè la sua famiglia, dopo di lui, s'innalzò al supremo potere nella sua patria. Quasi tutti gli storici, nati sotto i Medici, vollero adularli nel ritratto del loro capo; coloro che avrebbero potuto tenere un contrario linguaggio si videro forzati al silenzio. Pure un secolo dopo la sua morte, gli amici della libertà accusavano ancora Cosimo de' Medici, d'avere, avanti il suo esilio, eccitata la prima guerra di Lucca per accrescere la propria importanza, e d'averla poi fatta andare a male per perdere i suoi nemici; di essersi arricchito col maneggio del pubblico danaro, da cui il suo credito teneva lontani tutti gli altri cittadini; d'avere estese le sue vendette a tutto quanto eravi nella repubblica di più illustre; e finalmente d'essersi alleato a Francesco Sforza pel solo vantaggio della propria famiglia, e contro il bene della patria[182].
Durante l'amministrazione di Cosimo, Firenze fece alcuni acquisti di poca importanza, cioè Borgo san Sepolcro, che comperò dal papa poco dopo la battaglia di Anghiari, Montedoglio confiscato a danno della casa di Pietra Mala, il Casentino a danno dei conti Guidi, e la Val di Bagno a danno della casa Gambacorti. Ma Cosimo aveva sempre avuto l'ambizione di fare per la repubblica un più ragguardevole acquisto, quello di Lucca. Francesco Sforza gli aveva promesso che, tosto che sarebbe duca di Milano, l'ajuterebbe ad occupare quella città, e Cosimo non gli perdonò la sua mancanza di fede a questo riguardo[183]. Pure fu l'unico de' suoi progetti non condotto a fine. In generale la sua amministrazione fu non meno felice che gloriosa, e Firenze riconoscente gli rese la più nobile testimonianza, ordinando che venisse scritto sul suo sepolcro il nome di Padre della patria[184].
CAPITOLO LXXIX.
Spavento cagionato all'Italia dalle conquiste dei Turchi. — Prime vittorie di Giorgio Castriotto o Scanderbeg. — Guerra de' Veneziani nella Morea. — Pio II sopraggiunto dalla morte quando stava per condurre una crociata nell'Illirico. — Ultime vittorie e morte di Scanderbeg.