1443 = 1466.

L'Italia parve respirare in pace dopo le accanite guerre che avevano accompagnato lo stabilimento delle due nuove dinastie ne' due suoi più potenti stati, quella degli Sforza nel ducato di Milano, e quella del ramo bastardo di Arragona nel regno di Napoli. Questa contrada più non fu travagliata che da brevi e poco importanti guerre fino all'invasione de' Francesi nel 1494. Allora il cambiamento della politica di tutta l'Europa la rese il teatro di una nuova contesa tra le più formidabili potenze, e la ridusse nel corso di un mezzo secolo al rango di tributaria o di suddita degli oltremontani. I trent'anni di pace che godette l'Italia avanti quest'ultima rivoluzione, che pose fine alla sua esistenza politica, vennero consacrati allo studio delle antiche lettere, rendute di meno difficile accesso dopo il ritrovamento della stampa, al rinnovamento della filosofia peripatetica e platonica, della poesia e dell'eloquenza latina, della poesia volgare, del teatro, dell'architettura, della scultura e della pittura. Tutto il lusso dello spirito e dell'immaginazione fu spiegato o preparato almeno in questo luminoso periodo; lo splendore delle arti e delle lettere, favoreggiate da tutte le corti, deve oramai nella storia prendere il luogo delle antiche virtù, di cui più non rimangono tracce, e che eccitavano tanto interesse. La sincerità, il disinteressamento, la grandezza d'animo eransi dileguate colla libertà, la quale, sbandita dalle corti dei signori, non conservavasi nè meno nelle repubbliche. Il sempre crescente potere di un'ambiziosa famiglia ristringeva ogni giorno questa libertà a Firenze ed a Bologna, Genova perdeva la sua nell'anarchia, e Venezia sotto il giogo di una sospettosa oligarchia. Molte belle opere e poche belle azioni illustravano l'Italia, e mentre trovavasi presso i dotti tanto ardore e perseveranza nel lavoro, poco carattere trovavasi presso i magistrati, poco coraggio ne' soldati, poco patriottismo ne' cittadini.

Questa non curanza dei sentimenti e dei doveri pubblici si palesò principalmente nella contesa in cui di quest'epoca l'Italia trovossi impegnata coi Turchi. Diventata tutt'ad un tratto confinante dell'impero musulmano, dal quale non la separava che un angusto braccio di mare, sentì a più riprese lo spavento d'una imminente guerra; risuonò bensì di prediche di crociate, ma non adottò veruna energica misura per sottrarre al giogo degli Osmanli le isole e le colonie possedute dagl'Italiani ne' mari della Grecia; lasciò conquistare le coste della Dalmazia, dell'Epiro e del Peloponneso, che, conservate ai Cristiani, avrebbero loro assicurato l'impero dell'Adriatico, e che, venute in mano ai Turchi, esposero l'Italia in tutta la sua lunghezza al saccheggio ed alle invasioni di un popolo che minacciava la sua religione, i suoi costumi, la stessa sua esistenza. Vero è che quel primo impeto de' Musulmani si allentò più presto che non poteva sperarsi; la loro corruzione non fu meno rapida delle loro vittorie, ed il dispotismo distrusse il loro vigore, prima che avessero terminato di opprimere i loro vicini. Ma il paese in cui le arti e le lettere si rinnovavano con tanto splendore, non si salvò per virtù sua dall'invasione dei barbari, ma andò debitore della sua conservazione a cagioni che prevedere non poteva, nè dirigere, ed alla quale l'infingardaggine del nostro spirito dà il nome di accidente.

Finchè l'impero greco si mantenne in Costantinopoli, questa capitale potè risguardarsi come il centro di stati addetti alla religione greca, i di cui interessi, la di cui politica pochissime relazioni avevano con quelli dell'Occidente. Le invasioni dei Turchi avevano separate le antiche province dell'impero d'Oriente, e data loro un'indipendenza che spesso non cercavano. Ma la violenza della tirannide musulmana faceva fuggire gli abitanti dai paesi che occupava, ed accresceva con ciò la popolazione di quelle dove non era ancora penetrata. Formavano questi frammenti d'un grande stato nuovi regni che ancora avrebbero potuto opporre una lunga resistenza, se le leggi, i costumi, il coraggio, non fossero stati distrutti avanti la popolazione. Quando Costantinopoli cadde in potere dei Turchi, il piccolo stato di Trebisonda, che assumeva il pomposo titolo d'impero, sussisteva ancora all'estremità del mar Nero, ed un altro stato cristiano sullo stesso mare aveva il titolo di regno d'Iberia[185]. I Genovesi possedevano lungo le coste della Tartaria la potente colonia di Caffa. Il continente, situato tra il mar Nero ed il mare Adriatico, contava sette regni, dei quali la corona d'Ungheria pretendeva di avere l'alta signoria ed erano la Croazia, la Dalmazia, la Bosnia, la Servia, la Rascia, la Bulgaria e la Transilvania[186]. Nello stesso continente trovavansi eziandio i Valacchi, che pel loro idioma sembravano appartenere all'Italia, e gli stati di Scanderbeg, il difensore, il vendicatore dell'Epiro, le di cui vittorie avevano rialzata la gloria del nome Cristiano. La Grecia era quasi tutta saccheggiata o dominata dai Turchi: pure conservavasi ancora nell'Acaja il ducato di Atene, ed il Peloponneso era tuttavia diviso fra Tomaso e Demetrio, i due fratelli dell'ultimo Costantino, che avevano il titolo di despota. Delle isole, Rodi appartenea al valoroso ordine de' cavalieri di san Giovanni, e Cipro ubbidiva alla casa di Lusignano sotto la protezione del soldano d'Egitto; Candia, ossia Creta, il Negroponte o l'Eubea, erano suddite della repubblica di Venezia con varie altre isole di minore importanza, e Chio di Genova. Molti cittadini veneti e genovesi possedevano in feudo altre isole dell'arcipelago; altre isole, ridotte alle sole forze greche, mantenevansi indipendenti, e per ultimo molte fortezze su tutta la costa del mare Adriatico erano sotto l'immediata dipendenza de' Veneziani. Dopo la distruzione dell'impero d'Oriente, tutti questi stati risguardavano l'Italia come centro delle loro negoziazioni, e la corte del papa e la repubblica di Venezia come le naturali loro protettrici. Tutte le città d'Italia ridondavano di emigrati levantini, alcuni de' quali avevano seco portate le reliquie dei santi del Cristianesimo, altri i più preziosi manoscritti dell'antichità pagana, altri ancora i monumenti delle arti. Molti sforzavansi con tali ricchezze di guadagnare soccorsi, non per sè, ma per la loro patria; altri per lo contrario non pensavano che a formarsi un pacifico domicilio in Italia, e, quando avevano trovata la mediocrità e la sicurezza, rinunciavano ad ogni speranza di riavere il loro potere ed il loro rango in Levante. Molti ancora non avevano potuto sottrarre che le loro persone alla schiavitù dei Turchi, senza conservare verun effetto prezioso; a costoro tornavano utili per vivere l'erudizione, la memoria, la cognizione della lingua greca, oggetti dello studio di tutti, ed il più alto oggetto dei loro voti era quello di farsi ricevere in un monastero per trovarvi il nutrimento ed il riposo. L'Italia era piena di Greci e di Cristiani orientali; s'incontravano in ogni luogo, in ogni luogo si parlava del loro infortunio; e gli avanzamenti dei Turchi, cui appena erasi data un'astratta attenzione finchè Costantinopoli si era difesa, erano diventati, dopo la sua caduta, un imminente flagello, un pericolo, che doveva occupare la mente di tutti.

La devastazione avanzavasi verso l'Occidente, ed ogni anno vedevasi cadere un nuovo regno. Il primo a seguire la sorte di quello di Costantinopoli fu quello della Servia. I due regni della Rascia e della Servia, posti nel paese degli antichi Triballiani, erano stati conquistati e governati dalla casa di Nemagna dal 1177 al 1354, e forse ancora più tardi[187]. Era succeduta a quest'antica stirpe quella dei Lazari, che portavano il titolo di Cralli di Servia; riconoscevano il loro regno, posto tra il Danubio, la Sava, la Morava, dalla generosità di Stefano, re dei Bulgari, ed avevano la loro residenza a Senderova poco distante da Belgrado. Fino dalla sua origine questa dinastia aveva sperimentato il furore de' Turchi, perchè il suo fondatore, Lazaro Bolco, fu, nel 1390, tagliato in pezzi sotto gli occhi di Bajazette per vendicare la morte d'Amurat I. Stefano Bulkowitz, suo figlio, nel 1427, venne spogliato de' suoi stati da Amurat II; i suoi figliuoli e duecento mila de' suoi sudditi erano stati condotti in ischiavitù, ed il loro paese era rimasto quasi deserto[188]. Giorgio Bulkowitz, figlio di Stefano, educato presso i Turchi, ed indifferente tra le due religioni, era stato nel 1442 rimesso ne' suoi stati da Amurat II, il quale aveva sposata la di lui figlia Cantacuzena[189]. Questi, alleato a vicenda de' Cristiani e de' Turchi, conservò finchè visse l'affetto degli ultimi, ma morì nel 1457, e suo figlio Lazaro nel susseguente anno. Allora Maometto II occupò la Servia, che Lazaro aveva col suo testamento lasciata alla santa Sede, e che il Sultano riclamava come un'eredità della vedova d'Amurat II[190].

Nello stesso anno 1458 si videro scomparire gli avanzi del ducato d'Atene, che una lunga serie di rivoluzioni aveva fatto giugnere alla casa fiorentina degli Acciajuoli. Dopo la conquista di Costantinopoli, fatta dai Latini, le case francesi De la Roche, poscia di Brienne, e la casa Catalana dei bastardi di Sicilia, avevano posseduto il ducato d'Atene, che comprendeva, oltre il territorio di quell'antica repubblica, quelli delle sue più illustri rivali, di Tebe, di Corinto, di Megara e di Platea. La casa Acciajuoli, stabilitasi in Grecia nel 1364, aveva di già dati parecchi sovrani ad Atene ed a Tebe, quando Antonio II morì nel 1435. Suo figlio Francesco rifugiossi alla corte di Amurat II, di cui ne implorò la protezione, mentre che Renieri II, fratello di Antonio, andò da Firenze in Atene, e fu installato nel governo[191].

Renieri II, o Neri morì dopo la conquista di Costantinopoli: sua consorte, che aveva di lui un figliuolo in tenera età, ricorse, per mantenersi, alla protezione del sultano; distribuì ragguardevoli doni ai favoriti di Maometto II, e si fece riconoscere duchessa. Poco dopo si lasciò sedurre da una folle passione pel figliuolo di Pietro Priuli, senatore veneziano, governatore di Nauplia, e gli offrì di farlo duca di Atene se voleva sposarla, disfacendosi perciò della sua sposa. Il giovane Priuli acconsentì al delitto che gli veniva consigliato, ma ne colse poco frutto. Gli Ateniesi, sdegnati del vergognoso mercato che aveva loro dato un nuovo sovrano, ricorsero a Maometto II, e gli chiesero per duca quello stesso Francesco Acciajuoli, che si era rifugiato alla corte di suo padre. Francesco occupò Atene senza contrasto; fece arrestare la vedova di Neri, suo predecessore, e la tenne qualche tempo in prigione a Megara. Tale era l'ordine che aveva ricevuto da Maometto; bentosto però l'oltrepassò e fece morire questa principessa; onde il sultano si affrettò di punire un rigore da lui non ordinato. Omar, figliuolo di Turacano, pascià di Tessaglia, venne ad assediare Atene: l'Acciajuoli si difese lungo tempo nella cittadella, e non capitolò che in giugno del 1456, ricevendo in cambio di Atene la signoria di Tebe ed il governo della Beozia. Due anni dopo perdette l'una e l'altra colla vita, avendolo Maometto II fatto strozzare nel 1458 per sospetto di una trama ordita per ricuperare Atene[192].

I due fratelli, che si dividevano il Peloponneso, Tomaso e Demetrio Paleologo, avevano provato essi pure la potenza del sultano. Per acquistare da lui la pace gli avevano ceduto Corinto, in allora staccata dal ducato di Atene, Patrasso ed alcune altre delle loro migliori città. Frattanto furono abbastanza storditi per non sentire la necessità di conservarsi uniti sotto il peso delle comuni calamità. Cercavano alternativamente di sorprendersi le città: l'uno e l'altro assediava le città del fratello invece di difendere le proprie, ed essi impiegavano come soldati gli Albanesi sparsi nel Peloponneso, che saccheggiavano egualmente tutti i Greci[193]. Demetrio si pose sotto la protezione di Maometto II, promettendogli sua figlia in matrimonio. Maometto venne a trovarlo a Sparta nell'inverno del 1460[194], e lo costrinse a rinunciare ai suoi stati per andare a vivere in Adrianopoli colle entrate che gli pagava il sultano: e colà morì Demetrio Paleologo nel 1471[195]. D'altra parte Tommaso, suo fratello, fuggendo innanzi a Maometto, si ritirò prima a Corfù, di dove passò in Ancona il 16 novembre del 1461, per chiedere soccorsi a Pio II e al duca di Milano. Seco portava, come titolo di raccomandazione presso ai principi cristiani, la testa dell'apostolo sant'Andrea; ma nè le sue sacre reliquie, nè i suoi ereditarj diritti all'impero di Costantinopoli, punto non mossero i Latini, i quali non s'armavano nemmeno per la propria difesa. Sua figlia, la regina di Servia, l'aveva seguito a Roma, ma non fu più fortunata del padre. Egli tornò scoraggiato a Durazzo, ove morì il 12 maggio del 1465, sua moglie era morta a Corfù tre anni prima. Così si spense la famiglia imperiale, ed il Peloponneso passò in potere de' Turchi, tranne poche fortezze, che Tommaso aveva cedute al papa o ai Veneziani[196].

Nel 1462 gli stati cristiani, posti sul Ponte Eussino, caddero sotto il giogo de' Musulmani. Sinope, Ceraso e Trebisonda pare che si dassero a Maometto II, senza avere opposta alcuna resistenza, allorchè si avvicinò alle loro mura. Il sultano accordò poche entrate a Davide Comneno, imperatore di Trebisonda, affinchè potesse vivere a Monte Mauro, luogo del suo esilio; ma questa pensione non gli venne più corrisposta al primo sospetto ch'ebbe di lui il sultano: e Davide Comneno, che si era renduto odioso colla sua empietà contro il padre e contro suo nipote, di cui era tutore e ch'egli aveva spogliato dello stato, morì poco dopo assassinato. I principi di Sinope, di Ceraso e degli altri piccoli stati delle coste del Ponte Eussino furono mandati ad Adrianopoli, ove vissero nella mollezza, mercè le beneficenze del sultano[197].

Blado Dracula, ospodaro di Valacchia e di Moldavia, venne attaccato da Maometto II immediatamente dopo l'impero di Trebisonda. Un'armata non meno numerosa di quella che aveva conquistato Costantinopoli portò la desolazione in tutte le province dell'antica Dacia; ma il sovrano di questo barbaro paese aveva fatte ritirare tutte le donne e tutti i fanciulli entro boschi inaccessibili, e tutti gli uomini erano con lui montati a cavallo per inquietare l'armata turca; in mezzo a questi deserti il vincitore ed il vinto trovavansi press'a poco alla stessa condizione ridotti. Pure il feroce Maometto fremè d'orrore, quando giunse colla sua armata presso di Praylab, campo destinato dal principe cristiano alle sue esecuzioni. Un piano di diecissette stadj era tutto sparso di pali, e ventimila persone vi erano state impalate per ordine dell'atroce tiranno. Il più leggiere sospetto bastava per infligere questa pena, che stendevasi sempre a tutta la famiglia del supposto colpevole; e vedevansi nel campo di Praylab sopra quegli infami pali a canto agli adulti, vecchi, donne e fanciulli, molti de' quali ancora lattanti[198]. Verun mostro giammai non spinse la ferocia tanto avanti quanto Dracula; niuno inventò più terribili supplicj. Egli cadde all'ultimo vittima dell'orrore che aveva inspirato; i suoi sudditi lo abbandonarono per suo fratello, che aveva vissuto nel serraglio di Maometto II, come uno de' suoi favoriti; e Blado Dracula, rifugiato a Belgrado, venne arrestato dagli Ungari, che lo fecero morire in prigione[199].