In mezzo a tanta desolazione della Cristianità nell'Oriente, lo spirito si riposa alcun tempo per la nobile resistenza di Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg, ossia il Bey Alessandro. Suo padre Giovanni, signore di Croja nell'Albania, di Sfetigrad e delle Valli di Dibra, era stato vinto dai Turchi nel 1418, e costretto di dare in ostaggio tutti i suoi figli, quattro maschi e cinque fanciulle. Giorgio di tutti il più giovane era stato circonciso come i suoi fratelli, educato nella religione musulmana, ed in appresso impiegato nell'armata. Non aveva più di nove anni quando fu dato ai Turchi, e diciotto quando Amurat l'innalzò alla dignità di Sangiak, dandogli cinque mila cavalli, ed adoperandolo nelle guerre dell'Asia[200]. Il valore, la destrezza, e la generosità di Scanderbeg, lo rendettero bentosto caro ai Turchi ed illustre nell'esercito ottomano. Egli contribuì a' suoi prosperi successi in Asia ed in Europa, combattè valorosamente contro Giorgio Bulkowitz, despota della Servia, e quante volte fu mandato contro di lui, altrettante tornò vincitore in Adrianopoli[201].
Il padre di Giorgio Castriotto era morto nel 1432. A quest'epoca Amurat occupò Croja, fortezza quasi inespugnabile posta sulla sommità d'un monte, ventun miglia al nord di Durazzo, e poco discosta dal mare. Vi fu posta una grossa guarnigione musulmana, e tutto il restante del paese venne in potere dei Turchi; Giorgio Castriotto, che da Amurat vedevasi spogliare di tutta la paterna eredità, seppe dissimulare altri dieci anni il suo malcontento, continuò a prestare al sultano segnalati servigj, e dolcemente rifiutò le offerte de' signori Epiroti, che lo invitavano a farsi loro capo. Finalmente gli si presentò la favorevole occasione che stava aspettando, dopo la grande vittoria ottenuta nel 1442 in vicinanza di Sofia e della Morava da Giovanni Unniade, vaivoda di Transilvania, e da Uladislao, re d'Ungheria[202]. Il pascià di Romania era stato totalmente disfatto; Scanderbeg fermò nella sua fuga il segretario di questo pascià, e lo sforzò a spedirgli un ordine diretto al comandante di Croja, perchè gli consegnasse quella fortezza come se ne fosse stato dal Sultano nominato governatore. Dopo ciò il segretario e tutti i Turchi che servivano sotto di lui, e quanti formavano la guarnigione di Croja, o trovavansi sparsi nell'Epiro e nell'Albania vennero sagrificati ad una barbara politica, ed uccisi per suo ordine[203]. Di già dodici mila cristiani si erano adunati sotto le sue insegne, allorchè, se crediamo al suo storico, loro parlò in tal modo: «In questa rivoluzione, o miei amici, io nulla vedo di nuovo, nulla d'inaspettato. Io non aveva mai dubitato del vostro coraggio, dell'antica vostra fedeltà verso mio padre, della vostra nobiltà, siccome io non aveva mai dubitato di me stesso. Spesse volte, mentre sembrava ch'io servissi il tiranno, mi avete invitato a prendere le vostre difese, ed io vado orgoglioso di questa vostra confidenza. Quando non vedendo alcuna fondata speranza, alcun progetto determinato, io vi rimandavo colmi di tristezza alle vostre case, credeste senza dubbio che avessi dimenticata la mia patria, il mio onore, la nostra libertà; pure in allora sotto questo stesso silenzio servivo ai vostri ed ai miei interessi. Trattavasi di cose che dovevano essere fatte prima di dirle, ed apertamente vedevo che voi avevate bisogno di freno e non di sprone. Vi tenni nascosti i miei disegni e le mie disposizioni, non perchè diffidassi della vostra fede, ma perchè l'amore della libertà strascina piuttosto che lasciarsi guidare; quando vi si fosse presentata la più piccola occasione per ricuperarla, voi avreste sprezzate mille morti, avreste congiurate contro di voi mille spade: pure se mancavamo un solo tentativo, avevamo per sempre perduta l'occasione di scuotere il giogo, noi perivamo in mezzo ai supplicj, e coloro che sarebbero stati risparmiati sarebbero stati condannati ad una servitù cento volte più dura di quella che adesso per noi finisce. Voi potevate scegliere in mezzo alla vostra nazione altri ristauratori della vostra libertà; ma per divina disposizione avete preferito di ripromettervi questa libertà da me, piuttosto che cercarla voi medesimi. Uomini tanto coraggiosi, educati nell'indipendenza, non isdegnarono di rimanere tra le vergognose catene dei barbari, per aspettare che io mi unissi a loro. Ma come poss'io usurpare il nome di vostro liberatore? No, certamente, non sono io quello che vi ha recata la libertà; io la trovai presso di voi. Appena ebbi posto il piede sul vostro suolo, appena udiste il mio nome che accorreste, volaste, come se renduti vi fossero i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli dal seno dei morti, come se tutti gli Dei fossero scesi sulla terra. Io non sono già quello che vi ha date le armi, io vi trovai armati; non ho conquistata io questa città, quest'impero, ma voi me gli avete dati. Dunque io trovai la libertà ne' vostri cuori, sulle vostre fronti, sulle spade, sulle lance; voi vi risguardaste quali fedeli tutori, e mi riponeste in possesso dell'eredità de' miei antenati. Terminate adunque l'opera cominciata con tanta gloria e felicità. Croja è ricuperata, le valli di Dibra sono evacuate dai nemici, tutto il popolo dell'Epiro è liberato, ma rimangono in mano del tiranno de' castelli e delle fortezze. A non considerare che le loro forze ed il numero delle guarnigioni, senza dubbio che abbiamo bisogno di grande arte e di somma costanza. Ma in presenza del nemico e col ferro ardente nelle mani noi potremo meglio giudicarne. Spieghiamo adunque i nostri stendardi, marciamo coll'entusiasmo dei vincitori, e la fortuna ci sarà propizia»[204].
In fatti la fortuna assecondò gli Epiroti; sebbene il paese in cui cominciarono la rivoluzione sia situato press'a poco sotto il paralello di Roma tra il 42.º e 43.º grado di latitudine, le alte montagne ond'è coperto lo rendono freddo quanto la Svizzera. Dense nevi coprivano il suolo, tutte le acque erano gelate, e non pertanto Scanderbeg occupò in un mese Petralla, Petralba e Stellusio, fortezze situate sopra la sommità delle montagne; perciocchè in quel selvaggio paese, in cui l'ordine e la pace erano da lungo tempo sconosciute, eransi scelti per abitazione dell'uomo non luoghi proprj all'agricoltura ed al commercio, ma inaccessibili ritiri sulla sommità di rupi scoscese, ove non conduceva che un angusto e difficile sentiero con infiniti avvolgimenti[205].
Dopo aver ricuperato quanto apparteneva a suo padre, Scanderbeg adunò un'assemblea de' principali Epiroti suoi eguali, non già ne' proprj, o ne' loro stati, ma in Alessio (Lissa), città posta tra Croja e Scutari, che apparteneva ai Veneziani[206]. I nomi di questi principi, che per più secoli avevano conservato il diritto di proteggere e di condurre alla guerra, piuttosto che di governare vassalli affezionati alle loro famiglie, presentansi rare volte nella storia, e la guerra di Scanderbeg è l'ultima fiamma che li rischiarò prima di consumarli. Vedevansi alla dieta d'Alessio, Arianite Thopia, che governava il paese collocato presso alle bocche di Cattaro, Andrea Thopia, signore dei monti della Chimera, che mai non soggiacquero al giogo musulmano, i Musacchi alleati dei Castriotti, i Ducagini che abitavano le rive del fiume Lodrino, Lecca Zaccaria, signore di Dayna, Pietro Spano, signore di Drivast, la di cui famiglia pretendeva essere discesa da Teodosio il grande, Leccas Dusmano, Stefano Czernowitzch, signore di Montenegro, e varj altri principi, che in questa assemblea trovavansi uniti ai comandanti di Scutari, d'Alessio, e di altre città e fortezze veneziane[207].
Quest'assemblea, a nome di tutta l'Albania, dichiarossi per la guerra che Castriotto faceva prima ai Turchi colle sole forze delle sue signorie: lo nominò generale di tutto l'Epiro; promise un sussidio, che, unito alle saline che di già possedeva, portò le sue entrate a dugento mila fiorini, e gli apparecchiò un'armata di otto mila cavalli e di sette mila fanti[208].
Con questa piccola armata Scanderbeg sostenne vent'anni tutti gli sforzi della potenza de' Turchi, lo che parve cosa tanto più prodigiosa in quanto che inauditi disastri affliggevano in questa stessa epoca la cristianità in Levante. Dopo la rotta di Varna, in cui Uladislao re di Polonia e d'Ungaria fu ucciso il 10 novembre del 1444, e dalla quale si sottrasse a stento Giovanni Uniade per rifugiarsi nella Transilvania[209], Scanderbeg, che nel precedente anno aveva ottenuta una grande vittoria sopra Alì pascià[210], raccolse i dispersi avanzi dell'armata unghera, li fece passar per mare a Ragusi, e di là in Ungheria, e si vendicò, facendo delle scorrerie nella Servia, dei soccorsi che il Cralo Giorgio Bulkowitz aveva dati agl'infedeli[211]. Feyrouz, ed in appresso Mustafà, due pascià, mandati contro Scanderbeg da Amurat II, furono disfatti l'uno dopo l'altro. Amurat sospese qualche tempo una guerra che gli costava troppi soldati, ma Scanderbeg, insofferente di riposo, approfittò di questa tregua per attaccare i Veneziani, perchè avevano accettata l'eredità di Lecca Zaccaria, signore di Dayna, ed uno de' piccoli principi dell'Epiro, ch'era stato ucciso da un suo vicino[212]. Ma era più facile a Castriotto il vincere i Turchi in aperta campagna, o colle imboscate, che l'occupare una sola città fortificata. Assediò invano Dayna, e dopo averne guastato il territorio, fece la pace coi Veneziani. In tale occasione venne dal senato ammesso nel corpo della nobiltà veneziana[213].
Amurat, irritato di vedere i suoi pascià successivamente disfatti da Scanderbeg, risolse nel 1449 di condurre egli stesso la sua armata in Albania. Il principe Epirota credeva di vedere assediata Croja, e ne fece uscire tutte le donne ed i fanciulli, che mandò nelle città marittime, o presso i Veneziani. Mandò in lontane parti tutti gli armenti sparsi nelle campagne, e dispose pure Sfetigrade ad una ostinata difesa[214]; ma invece di chiudersi egli stesso in una di queste città si tenne a qualche distanza dai nemici per sorprendere i corpi staccati. Amurat dopo un lungo assedio s'impadronì di Sfetigrade; ma si vuole che questa campagna non gli costasse meno di trenta mila uomini. Di più andò debitore di tale vittoria alla perfidia di un abitante che gettò un cane morto nella sola cisterna che somministrasse acqua alla fortezza. I Bulgari che facevano parte della guarnigione, avrebbero preferito di morire di sete, piuttosto che toccare l'acqua resa impura da un cadavere[215].
Nel susseguente anno Amurat tornò nell'Epiro con quaranta mila uomini, ed assediò Croja. Fece fondere nello stesso suo campo i cannoni che adoperò nelle sue batterie, il di cui calibro superava di molto quello de' più grossi pezzi che si usino al presente[216]; questa formidabile artiglieria aprì qualche breccia, ma così difficile era l'accesso per giugnervi, e tanto scoscesa la collina, che Tennero sempre respinti gli assalti dei Musulmani con grande carnificina. Intanto Scanderbeg sorprendeva dei corpi staccati, penetrava la notte fino nel campo di Amurat, e lo riempiva di sangue e di terrore. Queste frequenti sorprese costrinsero all'ultimo il sultano a levare l'assedio. L'avvicinamento di Giovanni Uniade con un'armata ungara, ch'era di già entrata nel territorio turco, affrettò ancora la ritirata del monarca ottomano[217]. Dopo quest'umiliante campagna, in cui Amurat aveva veduto oscurarsi sotto un miserabile castello una gloria stabilita colla disfatta di tanti re, questo vecchio sovrano ritirossi in Adrianopoli, ove dopo trentun'anni di regno morì improvvisamente in un banchetto il decimo mese dell'anno dell'Egira 855, ossia 1451 di Gesù Cristo[218].