Gl'Italiani avevano appena osato soccorrere Scanderbeg, mentre trovavasi sulle braccia tutte le forze del sultano, ma lo felicitarono con trasporto intorno alla sua vittoria. Alfonso, re di Napoli, gli mandò trecento mila moggia di frumento e cento mila di orzo per indennizzarlo del raccolto che aveva perduto[219]. Ma Scanderbeg, quasi sempre felice nelle battaglie, era sempre sventurato negli assedj delle città. Volle ricuperare Sfetigrade, e fu respinto; assediò Belgrado degli Arnauti, e fu costretto a ritirarsi dopo avere perduta molta gente[220].

I tesori di Maometto II, succeduto ad Amurat II, trovarono de' traditori nel consiglio di Scanderbeg, tostocchè fu ricominciata la guerra d'Albania; Mosè Golento, suo confidente, ed il migliore de' suoi capitani, rivolse le proprie armi contro di lui. Per altro Golento non potè sostenere lungo tempo la collera d'un eroe; egli tornò colla corda al collo a gittarsi ai suoi piedi, gli chiese grazia, e l'ottenne[221]. Aveva questi appena espiato il suo delitto, quando un altro generale di Scanderbeg, Amesa, suo nipote, ed in qualche modo suo collega, passò dalla banda del nemico[222]. Questi tornò subito nell'Epiro con un sangiacco che comandava l'armata turca: Maometto II l'aveva dichiarato re d'Albania, ed aveva veduto Scanderbeg fuggire innanzi a lui. Ma fu breve il suo trionfo, essendo stato sorpreso nel suo campo, fatto prigioniero col sangiacco, e mandato nelle prigioni di Napoli[223]. Scanderbeg annunciò a tutti i sovrani d'Europa questa vittoria, nella quale pretese che perissero trenta mila Turchi. Mandando ai principi latini parte delle spoglie e de' prigionieri, chiedeva i loro soccorsi per continuare la guerra[224].

Pure i Latini non formarono una crociata per soccorrere Scanderbeg; anzi quest'eroe medesimo fu chiamato in Italia da Pio II per difendere Ferdinando, ed attestare in tal modo la sua riconoscenza al figlio di quell'Alfonso, da cui aveva ricevuti de' beneficj. Omai da qualche tempo i Turchi evitavano una guerra, in cui avevano tanto sofferto: Amur e Sinan, due pascià vicini all'Epiro, erano stati incaricati di custodire i confini, ma non di oltrepassarli. Pieni di rispetto pel valore dell'eroe albanese, avevano chiesta la sua amicizia, e l'avevano ottenuta. Le due nazioni non avevano fatta la pace, ma con una tacita convenzione avevano sospese le ostilità, e gli Epiroti si abbandonavano senza distrazione all'agricoltura ed alla pastorizia. Le sollecitazioni del papa avevano in appresso determinato Scanderbeg a passare in Italia, ed allora accettò le onorate condizioni che gli fece offrire Maometto II; e la pace fu sottoscritta fra i due stati il 22 giugno del 1461[225]. Abbiamo osservato che infatti Scanderbeg venne a raggiugnere Ferdinando a Barletta, e che partecipò alla vittoria di Troja ed alla guerra di Puglia contro gli Angioini. Quando fu terminata questa guerra, il re di Napoli gli diede in ricompensa Trani, Monte-Gargano e san Giovanni Rotondo, tre città della Puglia, che poste essendo in faccia alla Macedonia, potevano essere per lui un prezioso asilo, ove finalmente soggiacesse nella lotta troppo disuguale contro i Turchi[226]. Egli l'aveva di già sostenuta diciannove anni questa lotta, e gl'Italiani, oziosi spettatori di questa grande contesa, applaudivano l'eroe, senza somministrargli soccorsi, che lo ponessero in istato di approfittare delle sue vittorie. Erano ancor essi distratti da importanti guerre, ed ancora non pensavano al pericolo che li minacciava in tanta vicinanza. Ma quando fu quasi terminata la guerra di Napoli, e che Scanderbeg ritornò al suo paese, si dolsero che questo campione della fede rientrasse nell'ozio. Era pel proprio loro vantaggio, non per quello di Scanderbeg, ch'essi volevano decidere della pace o della guerra in Albania. Pio II ripigliava con ardore il progetto della crociata per la quale aveva, pochi anni prima, adunati a Mantova i deputati della Cristianità; ed una recente conquista dei Turchi aveva finalmente portate le formidabili loro insegne fino ai confini della stessa Italia.

Sulla strada che i Turchi dovevano tenere per entrare in Italia pel Friuli, o in Germania per la Carniola, trovavasi il regno di Bosnia, che le aspre sue montagne, e gl'inespugnabili castelli che le coronavano, potevano far risguardare come l'antemurale della Cristianità. Ma i Bosniaci non erano ortodossi; si accusavano di manicheismo, lo che probabilmente voleva soltanto dire, che, in sull'esempio dei Bulgari, avevano abbracciata la riforma dei Pauliciani. Altronde l'ignoranza e la barbarie del popolo avevano soffocati i lumi che potevano originariamente distinguere questa setta. Quando i Bosniaci si conobbero minacciati da imminente pericolo, cercarono di stringere alleanza coi Cristiani occidentali, e nel 1445 il loro re, Stefano Tommaso, si riconciliò colla Chiesa[227]. Ma perchè ricusò di castigare quelli de' suoi sudditi, che continuavano ad essere attaccati all'antica credenza, i Latini rimanevano dubbiosi intorno alla sua ortodossia, e risguardarono come un castigo del cielo la disgrazia onde in seguito fu oppresso quel paese.

La conquista della Servia fatta nel 1458 aveva renduta la Bosnia confinante coi Turchi; Maometto II aveva chiesto un tributo al suo re, ed aveva fortificato il castello di Cziftin fabbricato al confluente della Sava e della Bosna, per avere sempre libero l'ingresso del paese. Il re Stefano, figlio e successore di Stefano Tommaso, prevedendo la burrasca che si addensava sopra di lui, scrisse nel 1462 a Pio II per fargli conoscere il proprio pericolo. I Turchi, gli diceva, trattano con tanta dolcezza i contadini bosniaci che ne hanno sedotta la maggior parte; i signori sono abbandonati ne' loro dominj dai vassalli, e se i Veneziani, il papa, o alcuno de' popoli latini non soccorre questo paese, esso troverassi in breve aperto, senza combattere, ai nemici della Cristianità. Frattanto se la Bosnia colle sue aspre montagne, e le sue fortezze è tutt'ora il baluardo dell'Occidente, diverrà, quando trovisi in mano dei Turchi, un sicuro asilo, da cui piomberanno a voglia loro sull'Italia o sulla Germania. Finchè sussiste ancora questo regno, poco considerabili forze bastano per ritornare il coraggio a questi popoli e per ridurre i bellicosi Bosniaci a sagrificarsi tutti per difendere la loro patria e coprire la Cristianità; ma se si lascia cadere, le più grandi armate potranno a stento chiudere ai Turchi l'ingresso dell'Italia e della Germania. Stefano finalmente ricordava che suo padre aveva pure annunciata a Niccolò V la caduta di Costantinopoli, quando poche migliaja di soldati latini avrebbero potuto salvarla, e supplicava Pio II di non permettere che i Latini cadessero per la seconda volta nello stesso errore[228]. Ma Pio II non era per anco disposto a somministrare ai Bosniaci i chiesti sussidj. Questi popoli, indeboliti dalle precedenti guerre, e forse disuniti dall'odio tra le due sette cristiane, non opposero quasi veruna resistenza, quando Maometto II venne ad attaccarli in persona. Radace, comandante di Bobazia, in allora capitale della Bosnia, cedette questa città senz'averla difesa e si unì ai Turchi. Il duca Stefano, che comandava a Jaickza, non si comportò diversamente. Ambidue sono accusati dall'annalista della Chiesa di manicheismo, ambidue temettero forse le persecuzioni che Roma chiedeva instantemente al re di Bosnia per prezzo de' suoi soccorsi. Questo re fuggì a stento da Jaickza, e si chiuse nel castello d'Eluth, ove non potè fare lunga resistenza. Dopo otto giorni venne condotto prigioniere ai piedi di Maometto II. Il sultano gli promise di ristabilirlo ne' suoi stati, come principe feudatario della Porta, a condizione che il re gli darebbe le chiavi di settanta fortezze della Bosnia. Il prigioniero, trovandosi in balìa del vincitore, si sottomise a tutto; ma quando le insegne della luna furono spiegate su tutte le fortezze della Bosnia, Maometto II fece decapitare il re suo prigioniero, o, secondo altri, gli fece cavare la pelle. Mandò pure al supplicio tutti i nobili nel campo di Blagai; mandò gli abitanti in ischiavitù, e popolò di Musulmani questa provincia, nella quale più oggi non trovasi un cristiano, e che è diventata l'antimurale dell'impero turco. La regina di Bosnia fuggì a Roma, ove visse cogli assegni del papa. Per riconoscenza lasciò alla santa sede tutti i diritti ch'ella poteva avere sugli stati del marito[229].

I Turchi non eransi appena stabiliti nella nuova loro conquista che cominciarono a portare più lontano i loro guasti. Lo stesso anno 1468 il Ban di Schiavonia fu da loro preso ne' suoi stati ed ucciso con cinquecento suoi gentiluomini. La guerra si andava sempre più accostando ai confini dell'Italia, e mentre che gli stati veneziani non erano più separati dagli avanposti musulmani che da una o due giornate di cammino, la guerra si rinnovava tra i Veneziani ed i Turchi anche in Grecia. I Cristiani non credevansi obbligati verso i Musulmani ad alcuna legge prescritta dal diritto delle genti. Uno schiavo del vicepascià d'Atene aveva rubata la cassa pubblica, ed erasi rifugiato presso Girolamo Valaresio, comandante veneto di Corone, col quale aveva divisi i cento mila aspri levati dalla cassa. I Turchi chiesero lo schiavo ed il danaro; ma loro fu risposto che lo schiavo, essendosi fatto cristiano, non poteva darsi agl'infedeli, e non venne restituito il danaro. I Turchi per rappresaglia s'impadronirono d'Argo, ove comandava Niccolò Dandolo, e la guerra ricominciò in maggio del 1463[230].

Luigi Loredano, procuratore e capitano generale de' Veneziani, temeva che la sua repubblica non gli rimproverasse di avere per cupidigia accesa una pericolosa guerra. Per prevenire tale accusa si sforzò di persuadere alla signoria, essere questa una favorevole circostanza per occupare la Morea; che venti mila Greci erano apparecchiati a prendere le armi ed a porsi sotto le insegne di san Marco; che finalmente la penisola, venendo una volta in mano d'una potenza marittima, più non potrebbe esserle tolta. L'ambizione acciecò il senato, il quale decretò la guerra e fece passare in Morea Bertoldo, figliuolo di Taddeo, di un ramo cadetto della casa d'Este, con quindici contestabili, per comandare le truppe che si assolderebbero in quel paese. Nello stesso tempo ventitre vascelli e cinque galere dovevano trasportare e proteggere le truppe italiane. Queste sbarcarono a Modone, e Bertoldo d'Este le condusse a Napoli di Malvasia; attaccò Argos e la prese senza difficoltà[231]; indi marciò verso l'Istmo che unisce il Peloponneso al continente. La flotta veneziana, comandata dal Loredano, era nel golfo di Corinto o di Lepanto; il golfo Saronico o d'Engia era occupato da sei altri vascelli veneziani, di modo che i Cristiani, padroni nello stesso tempo della terra e del mare, non durarono fatica a difendere l'Hexamiglion. Questa lingua di terra, che come l'indica il suo nome non ha che sei miglia di larghezza[232], unisce al continente una penisola che presenta trecento sessanta miglia di coste. Trenta mila operaj vennero adunati nella Morea, ed in quindici giorni innalzarono un trinceramento murato a secco, alto dodici piedi, difeso da doppia fossa e coperto da cento trentasei torri. I materiali erano stati molto tempo prima apparecchiati in sul luogo per difendere il Peloponneso contro le precedenti invasioni, ma i Greci indolenti non gli avevano poi messi in opera.

Per assicurarsi il possedimento della penisola non bastava difenderne l'ingresso, ma era d'uopo scacciarne i pochi Turchi che vi stavano accantonati. Quando arrivarono i Veneziani, un campo di quattro mila cavalli copriva Corinto, e questi si ritirarono al di là dell'Istmo dopo una breve zuffa. Benedetto Coleoni sottomise tutta la Laconia, tranne la sola fortezza di Misitra, sotto le di cui mura fu ucciso: Giovanni Magro occupò l'Arcadia; ma fu respinto innanzi al castello di Leontari lontano due leghe dalle ruine dell'antica Megalopoli. Il restante della Morea ubbidiva ai Veneziani, ad eccezione di Corinto la più forte e più popolata città della penisola, per assediare la quale Bertoldo adunò tutta la sua armata. Ne' primi due assalti furono prese alcune opere esterne; ma nel terzo assalto il generale, ferito da un sasso in una tempia, morì dopo dodici giorni[233]. L'armata, scoraggiata dalla perdita del suo capo, e travagliata dal rigore dell'inverno ch'era di già cominciato, abbandonò l'assedio. Gli abitanti, temendo le crudeli vendette dei Musulmani, non ardivano dichiararsi a favore della repubblica.

Poco dopo si sparse voce che Maometto, pascià di Livadia, si avanzava con una formidabile armata, che i più timidi facevano ammontare ad ottanta mila cavalli. Bettino di Calcina, ch'era succeduto a Bertoldo d'Este nel comando dell'armata veneziana, non osò aspettare il nemico, ed abbandonò l'isola per chiudersi nelle fortezze, viltà che perdette la Morea[234]. Il pascià di Livadia era così lontano dal tentare di farne la conquista, che quando gli fu detto che due mila fucilieri custodivano l'Hexamiglion, scrisse in prevenzione al sultano per iscusarsi de' non molti avanzamenti che farebbe. E già si ritirava, quando un Albanese, attraversando il golfo d'Engia, gli recò da Corinto la notizia della ritirata degli Italiani. Maometto partì allora da Platea, e passando di notte il Citerone, vide i vascelli veneziani che ancora occupavano i due mari. Appena poteva credere ai proprj occhi, quando trovò le fortificazioni dell'Istmo abbandonate. Le fortezze in cui erasi ritirata la scoraggiata armata dei Veneziani non fecero che brevissima resistenza; Argo fu ripresa per la terza volta, e l'armata turca, avanzandosi divisa in due corpi sopra Leontari e Patrasso, spingevasi innanzi i Latini e passava a filo di spada tutti i Greci che si erano dichiarati per loro. Le sole fortezze che i Veneziani possedevano prima della guerra, non fecero parte di così rapida conquista[235].