La guerra de' Veneziani e dei Turchi, quella della Bosnia e quella della Schiavonia, avevano ravvivato lo zelo di Pio II, il quale, liberato dalle molestie che fin allora gli aveva dato la successione al regno di Napoli, aveva adunato un concistoro, e rappresentato ai cardinali che era omai tempo di dare principio a questa guerra sacra, cui erasi obbligato quando era salito sul trono pontificio. «Ogni anno, disse egli, i Turchi guastano qualche nuova provincia di Cristianità; in questo gli abbiamo veduti conquistare la Bosnia ed ucciderne il re. Gli Ungari sono atterriti, tutti i popoli vicini compresi da spavento; e noi che faremo? Esorteremo noi i re ad accorrere in loro soccorso, a respingere il nemico dai nostri confini? Ma noi l'abbiamo di già tentato invano. Si ottiene poco credito quando si dice agli altri andate; forse il vocabolo venite farà migliore effetto; io voglio farne la prova. Ho determinato di marciare io stesso alla guerra contro i Turchi, ed in tal modo d'invitare coi fatti quanto colle parole i principi cristiani a seguirmi. Forse quando vedranno il loro padre, il pontefice romano, il vicario di Gesù Cristo, vecchio ed infermo, partire per la guerra sacra, arrossiranno di rimanersi a casa loro, prenderanno le armi, e finalmente abbraccieranno con tutto il loro coraggio la difesa della nostra santa religione. Se per questa via eccitare non possiamo i Cristiani alla guerra, non sapremmo quale altra additarne. Fuori di dubbio la nostra vecchiaja rende quest'intrapresa difficile, noi c'incamminiamo ad una quasi certa morte, ma noi non la rifiutiamo. Dobbiamo una volta morire, ed il luogo della nostra morte è indifferente alla Cristianità. Voi altresì che così frequentemente ci esortaste alla guerra contro i Turchi, voi cardinali, membri della Chiesa, voi dovete seguire il vostro capo.... Lo abbiamo promesso al duca di Borgogna ed ai Veneziani; ed una potente flotta di questi ultimi ci accompagnerà e signoreggerà il mare. Ci seguiranno le altre potenze d'Italia. Il duca di Borgogna si trarrà dietro l'Occidente[236]; dalla parte del Nord il Turco sarà stretto dagli Ungari e dai Sarmati; i Cristiani della Grecia si solleveranno e verranno nei nostri campi. Gli Albanesi, i Serviani, gli Epiroti si rallegreranno vedendo spuntare il giorno della libertà, e ci accorderanno la loro assistenza; nell'Asia medesima saremo assecondati dai nemici dei Turchi, il Caramano ed il re di Persia. Finalmente il divino favore ci farà vittoriosi. Rispetto a me io non vado alla battaglia, da cui me ne ritraggono la debolezza del mio corpo ed il sacerdozio, cui si sconviene il maneggiare la spada. Imiterò adunque il santo patriarca Mosè, che pregava sulla montagna mentre Israello combatteva contro gli Amaleciti. Inginocchiato sopra un'alta poppa, o sopra la sommità d'un monte, colla santa Eucaristia innanzi agli occhi, voi mi circonderete e con un cuore contrito ed umiliato chiederemo al signore la vittoria per i nostri soldati[237]

Non v'ebbero nel concistoro che due cardinali, quello di Spoleti e quello di Artois, che non partecipassero all'entusiasmo del vecchio pontefice. Un'eloquente bolla del 22 ottobre del 1463 chiamò tutti i Cristiani alla guerra sacra, indicando per luogo dell'unione Ancona, e minacciando i fulmini della Chiesa a coloro che turberebbero la pace con ostilità tra Cristiani e Cristiani[238]. Nello stesso tempo il papa scrisse al doge di Venezia, Cristoforo Moro, invitando il vecchio capo d'una repubblica ad unirsi personalmente al vecchio principe del cristianesimo. Il consiglio dei Pregadi non esitò a fargliene accettare l'impegno. Ma il doge faceva qualche difficoltà di andare a bordo a motivo della sua estrema vecchiaja, ed i consiglieri, avendo inutilmente tentati altri mezzi di persuasione, Vettor Cappello gli disse: «Serenissimo principe, se vostra serenità non vuole imbarcarsi di buon grado, la faremo partire per forza, perchè dobbiamo prenderci maggior cura del bene e dell'onore di questo paese, che della vostra persona.» Pure, siccome il doge protestava di non avere conoscenza della guerra marittima, gli fu promesso di dargli per ammiraglio il suo parente Lorenzo Moro, duca di Candia[239].

Gli eccitamenti di Pio II non avevano per altro su tutti i principi cristiani l'effetto ch'egli ne sperava. I Francesi, occupati dagli intrighi di Lodovico XI, ed i Tedeschi, agitati nell'anarchia, e dal debole Federico III renduti sempre più impotenti, non presero veruna parte in ciò che doveva essere l'affare di tutti. Il duca di Borgogna, che si era replicatamente obbligato con tanta solennità alla crociata, se ne scusò: ma Pio II trovò maggiore zelo nell'eroico re d'Ungheria, Mattia Corvino, figliuolo del grande vaivoda Giovanni Uniade. Mattia conchiuse il 12 settembre del 1463 un trattato colla repubblica di Venezia, col quale le parti contrattanti si obbligavano ad attaccare di concerto i Musulmani con tutte le loro forze, ed a non deporre le armi che di comune consenso[240]. Il papa non poteva trascurare di chiamare altresì in suo soccorso quello Scanderbeg, il di cui solo nome agghiacciava i Turchi di spavento, ed i di cui porti e fortezze, situati in faccia all'Italia, erano opportunissimi allo sbarco dei Latini. Ma Scanderbeg aveva accettata e giurata pace col sultano, ed i Musulmani osservavano fedelmente il trattato. Alcune scorrerie fatte in Albania da truppe irregolari erano state da Maometto II severissimamente punite, facendo restituire al principe epirota l'intero valore di quanto gli era stato tolto. Pio II incaricò Paolo Angelo, arcivescovo di Durazzo, di eccitare il campione della fede a non mancare alla guerra che gli Occidentali intraprendevano per sua cagione, offrendogli di scioglierlo da ogni giuramento colla sovrana podestà della Chiesa. Gabriello Trevisani, ambasciatore veneto, spalleggiò le sue istanze, onde Scanderbeg, ritenuto alcun tempo da' suoi scrupoli, cedette all'ultimo alle istanze del capo della religione[241]. Egli entrò in campagna senza dichiarazione di guerra, e prese nelle province turche vicine ai suoi stati sessanta mila buoi ed ottanta mila montoni, appoggiando queste ostilità al pretesto di quegli stessi assassinj che Maometto aveva ampiamente riparati. Questi avendo ancora cercato di ristabilire la pace, Scanderbeg gli rispose il 26 maggio del 1463, ch'egli non si ridurrebbe ad alcun trattato, se Maometto non rinunciava preliminarmente al culto del suo falso profeta[242].

Frattanto Pio II, dopo avere fatte le sue preghiere nella basilica dei santi Apostoli, si pose in viaggio il 18 giugno del 1464: sentivasi di già travagliato da una leggier febbre, e perchè non voleva trattenersi per curarla, obbligò i suoi medici con giuramento a non palesare ad alcuno la sua infermità[243]. Nel terzo giorno del suo viaggio era stato detto a Pio II, che la folla de' crociati adunati in Ancona cominciava a lagnarsi di non trovare apparecchiato quanto era necessario pel loro tragitto. Il vecchio pontefice scelse un cardinale di pari età e suo amico, per rappresentarlo presso la moltitudine, ed esortarla a pazientare, provvedendo in pari tempo ai suoi bisogni. Era questi uno spagnuolo, Giovanni Carvajale, cardinale di sant'Angelo. Avendolo a sè chiamato, lo informò dell'oggetto della sua missione, e supplicando, piuttosto che ordinando, gli chiese di partire. Non si riduceva senza ripugnanza ad addossare un così grave peso ad un vecchio, le di cui forze eransi estenuate in servigio della Chiesa. Ma considerando l'importanza dell'intrapresa, e quanto era difficile il trovare persona che fosse in istato di ben eseguirla, credette di non dovere risparmiare il suo antico amico. «Mi trovava solo io presente a questo colloquio, dice il cardinale di Pavia; il linguaggio di Carvajale fu sempre lo stesso, umile e coraggioso. Santo pontefice, se io sono quale tu mi credi capace di così grandi cose, seguirò subito i tuoi ordini e più ancora il tuo esempio. Colla tua debole salute non esponi tu forse la tua vita per me e per le altre tue pecorelle? Tu mi scrivesti vieni, eccomi; tu mi ordini di partire, io parto. Non è già quest'ultimo residuo di vita, ch'io ricuserò di consacrare a Cristo. Queste parole toccarono il pontefice, il quale era tanto più commosso, quanto maggiore era il coraggio che vedeva in questo vecchio: Giovanni Carvajale amava unicamente Pio II, ed era stato uno de' più caldi consiglieri di questa santa intrapresa[244]

Pio II, avvicinandosi all'Adriatico, scontrava ogni giorno bande di crociati, che tornavano a dietro, rinunciando di già a questa sacra spedizione. Tra coloro che si erano adunati in Ancona eranvi molti soldati che altro non chiedevano che di prendere servigio; ma quando videro che la corte pontificia non offriva altra paga che indulgenze, partirono tutti con un misto di sdegno e di scherno[245]. Pio II, pubblicando la crociata, aveva annunciato a tutta la Cristianità, che le grandi indulgenze non sarebbero accordate che a coloro che servirebbero a proprie spese almeno per sei mesi. I soldati non ne avevano tenuto conto, ben sapendo che senza di loro radunarebbesi al certo molta gente, ma non un'armata; il basso popolo era pure accorso senza armi e senza danaro, pensando d'essere spesato e trasportato in Grecia per miracolo. Siccome questa folla di gente, che aveva omai perduta ogni speranza, imbarazzava, ritirandosi, la lettiga del papa che avanzava, si vedevano sul volto di Pio dipinto lo scoraggiamento e il dolore di cominciare la sua intrapresa con sì tristi auspicj[246]. Quando finalmente giunse in Ancona, vi trovò moltissima gente della più infima classe, che senza capi, senza danaro, senz'armi e senza viveri, aveva sperato che il pontefice provvederebbe a' suoi bisogni. Pio II fu costretto di rimandare tutti coloro che non potevano fare sei mesi la guerra a loro spese, accordando per altro alla loro buona volontà le indulgenze della crociata che avevano così poco meritate. Promise agli altri di procurar loro il tragitto sopra due galere veneziane; ma perchè queste non giungevano presto, i crociati si scoraggiarono e si dispersero quasi tutti.

Mentre che il papa vedeva così spegnersi l'entusiasmo e dissiparsi tanta moltitudine, sulla quale fondava in parte le sue speranze, diede udienza in Ancona agli ambasciatori di Ragusi che gli annunciavano che un'armata turca, accampata a trenta miglia dalla loro città, la minacciava d'una totale distruzione, se lasciava che partissero le navi che aveva promesse alla flotta pontificia. Pio II gli esortò a persistere ancora, loro promettendo pronti e potenti soccorsi; ma egli stesso più omai non confidava nelle speranze che voleva dar loro[247]: fu alcun tempo incerto di andare egli medesimo a chiudersi in Ragusi, sperando col suo personale pericolo di risvegliare finalmente la sonnacchiosa cristianità. Ebbe poco dopo avviso che i Turchi avevano presa un'altra strada; e finalmente una flotta veneziana di dodici galere, condotta dal doge Cristoforo Moro, giunse in faccia ad Ancona. Pio II si fece subito portare sulla riva per vederla, e dopo averla misurata coll'occhio, disse lamentandosi: «fino adesso mi mancava una flotta per mettermi in mare, oggi sono io che mancherò alla flotta.» Infatti ai mali che l'opprimevano vi si era aggiunta una dissenteria che lo sfiniva del tutto; e malgrado le adulazioni de' suoi cortigiani, sentiva che omai gli restavano poche ore di vita. Oppresso dal dolore di vedersi sorpreso dalla morte nell'istante in cui voleva consacrare la sua vita in servigio della Cristianità, pregò il cardinale di Pavia di continuare la spedizione che egli aveva apparecchiata e di salire a bordo della flotta; chiamò tutti i cardinali al bacio di pace; loro chiese di condonargli i suoi errori e di pregare per lui, e morì tra le loro braccia lo stesso giorno 14 agosto del 1464[248].

La morte di Pio II distrusse tutte le speranze de' Cristiani del Levante, e dissipò la spedizione pronta a partire. Quarantotto mila fiorini, che si trovarono nella sua cassetta, furono, in conformità dei suoi desiderj, mandati a Mattia Corvino, re d'Ungheria, per sostenere la guerra, in cui lo aveva strascinato la corte di Roma[249]. Pare che fosse questo il solo avanzo del tesoro raccolto dal pontefice per la guerra sacra. Pio II aveva contato sulla potente cooperazione di tutti i principi dell'Europa: egli credeva soltanto di dare l'esempio agli altri; ma i suoi apparecchi non erano altrimenti proporzionati alla grandezza della sua impresa. La sola guerra di Napoli, nella quale era stato soltanto ausiliario, gli era costata più di un milione di fiorini, ed appena si può concepire come questo savio pontefice abbia pensato ad attaccare un nemico incomparabilmente più forte del duca di Calabria con meno del ventesimo di quella somma. Indipendentemente dalle sue entrate ecclesiastiche, che pure erano ragguardevoli, aveva levata in tutta l'Europa una imposta del trentesimo denaro della rendita per sostenere la guerra sacra, apoggiandola alla scomunica contro coloro che ne ritardassero il pagamento. Aveva per lo stesso motivo autorizzato il commercio delle indulgenze; ogni peccato aveva un determinato prezzo, e l'indulgenza plenaria di tutti i peccati era tassata venti mila fiorini. Questo trentesimo denaro ed il traffico delle indulgenze avevano contro di lui eccitate grandi lagnanze[250]; ed ancora più grande sarebbe stato il malcontento, se si fosse saputo che tutti i tesori percepiti dai fedeli erano stati disposti per consolidare il trono di Ferdinando, d'un principe così poco degno di stima. Si deve quindi opinare col cardinale di Pavia, che Pio II non fu meno felice in morte che in vita, essendo quella stata sublime in faccia agli uomini, pia agli occhi di Dio, mentre opportunamente lo sottrasse alle difficoltà quando la sua gloria trovavasi compromessa da imprudenti risoluzioni[251].

Per non mostrare d'abbandonare affatto il progetto di Pio II, i cardinali, dopo avere colmato d'onori il doge Cristoforo Moro, ed averlo fatto sedere in concistoro, gli offrirono di unire alla sua flotta cinque galere armate, pagandole per quattro mesi, ove volesse continuare la guerra santa; ma dopo poche ore ristrinsero la fatta offerta, limitandosi a tre galere di già armate a Venezia, che promettevano di pagare. Vedendo il doge che la cooperazione della Chiesa romana ridurrebbesi a poca cosa, e non compenserebbe pure gl'intralci, che quest'alleanza recherebbe alle operazioni della repubblica, credette più conveniente di ricondurre la sua flotta a Venezia. Partì d'Ancona il 16 agosto alla volta dell'Istria, ove bentosto ebbe ordine dal senato di rientrare nelle lagune e di disarmare[252].

I cardinali, affrettandosi di tornare a Roma, si chiusero in conclave nel palazzo del Vaticano. Prima di procedere all'elezione, per la buona amministrazione e per la riforma della Chiesa, s'imposero molte leggi, che ognuno giurò di osservare, ove fosse eletto papa. Il futuro pontefice era tenuto a continuare la spedizione contro i Turchi con tutte le forze della Chiesa romana, e di consacrarvi tutt'intero il prodotto delle miniere d'allume recentemente scoperte. Si volle che promettesse di non far viaggiare la corte romana senza il consenso de' cardinali, di convocare entro tre anni un concilio ecumenico per riformare la chiesa, di non portare mai al di là di ventiquattro il numero de' cardinali, di non sceglierne che un solo tra i suoi parenti, di non far entrare nel sacro collegio alcun uomo che non avesse studiato il diritto o le sacre lettere, o che non avesse compiti i trent'anni. Si volle ancora che il nuovo pontefice promettesse di non diminuire il patrimonio della Chiesa, di non dichiarare la guerra senza l'assenso de' cardinali, prendendo i loro suffragj ad alta voce e non all'orecchio, onde non si vedesse più pronunciare come risultamento della deliberazione una decisione contraria al voto di tutti i deliberanti. Si volle che nelle sue bolle non adoperasse mai la formola: dietro deliberazione de' nostri fratelli, quando non gli avesse consultati. Per ultimo si ordinava che dovesse ogni mese farsi rileggere queste condizioni in concistoro, e che i suoi cardinali esaminassero due volte all'anno, non presente il papa, se fedelmente erano state eseguite[253].