Dopo avere dato in qualche modo con questo concordato una nuova costituzione alla repubblica della Chiesa, i cardinali passarono all'elezione, che fu fatta con migliore accordo e più sollecitamente che verun'altra delle precedenti. Pietro, cardinale di san Marco, della famiglia de' Barbi di Venezia in età di quarant'otto anni fu eletto il 16 di settembre. Voleva da principio farsi chiamare Formoso; ma perchè in fatti era assai bello, venne dissuaso dal prendere un nome che avrebbe indicata una vanità affatto mondana, e fu chiamato Paolo II[254]. È questi quel pontefice che si acquistò una triste celebrità colla persecuzione esercitata contro i letterati. Ma assai prima smentì le speranze che si erano di lui concepite. Il sacro collegio non erasi accontentato del giuramento ch'egli aveva prestato insieme a tutti gli altri cardinali intorno ai doveri del futuro papa, glielo fece ancora rinnovare e sottoscrivere nell'atto della sua elezione. Non pertanto appena fu egli coronato, che annullò questa costituzione; e volendo avere per quest'atto di mala fede l'assenso di tutti i cardinali, ottenne quello del maggior numero, metà colle preghiere, metà colle minacce. Il cardinale di Pavia confessa con suo rossore, che si lasciò vincere da tale seduzione; ma loda il Carvajale per avere resistito[255].
Paolo II adunò, nel principio del suo regno, un concistoro per deliberare intorno ai mezzi di continuare la guerra sacra, e vi ammise gli ambasciatori delle potenze venuti a felicitarlo intorno alla sua elezione. La presenza loro dava a quest'assemblea l'apparenza di una dieta di tutta l'Italia, ed il papa ne approfittò per ripartire tra i suoi diversi stati l'annuo sussidio che doveva servire al mantenimento dell'armata della cristianità[256]. Ma perchè gli ambasciatori non avevano missione per quest'oggetto, si limitarono a promettere di scriverne ai loro commettenti; ma non fu loro risposto, e la lega d'Italia fu abbandonata come la crociata di Pio II[257].
I Veneziani soli tra le potenze d'Italia rimasero incaricati del peso della guerra contro i Turchi; e non pertanto, quasi nella stessa epoca, ne avevano intraprese due altre, che non gli permettevano di disporre liberamente delle proprie forze. Vero è che ambedue ebbero breve durata, essendosi la prima cominciata e terminata nel 1463, mentre ancora viveva Pio II, la seconda due anni più tardi. Gli abitanti di Trieste, ch'erano dipendenti dall'imperatore Federico III, arciduca d'Austria, pretendevano di obbligare tutti i mercanti che passavano dal golfo Adriatico in Germania a passare per la loro città. I Veneziani non volevano assoggettarsi ad un privilegio così dannoso al loro commercio; attaccarono Trieste malgrado la protezione imperiale, e costrinsero questa città a rinunciare alla riclamata prerogativa. Il papa si affrettò d'offrire la sua mediazione per terminare queste ostilità, che potevano essere cagione di pericolosa guerra ai confini della stessa Turchia. Il trattato, cui intervenne il papa, fu soscritto il 17 dicembre del 1463, e lo stesso papa, per mostrarsi grato alla condiscendenza della repubblica, si rappattumò, dietro di lei istanza, con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, cui i Veneziani volevano affidare la loro armata della Morea[258].
L'altra guerra, che intrapresero nel 1465, poteva ancora di più compromettere gl'interessi della cristianità in Levante. I Veneziani attaccarono la religione di san Giovanni di Gerusalemme ed il gran Maestro di Rodi, per punire i suoi cavalieri d'aver fermati due vascelli mercantili della repubblica, a bordo dei quali si trovavano varj mercanti mori ed egiziani. L'onore della bandiera di san Marco e l'ospitalità accordata agli stranieri erano stati violati da una pirateria invano nascosta sotto il manto della religione, e tutti i passaggieri musulmani erano stati posti in catene. Il senato mandò nell'isola di Rodi la stessa flotta ch'era stata armata per accompagnare Pio II: questa si divise in due parti, ed eseguì nello stesso tempo due sbarchi al levante ed al ponente dell'Isola. Per tre giorni i Veneziani saccheggiarono e bruciarono tutti i contorni della capitale fino alla distanza di quindici miglia, e non si ritirarono che quando il gran maestro ebbe fatti restituire loro i prigionieri[259].
Nel Peloponneso la campagna del 1464 non era stata illustrata da alcuna battaglia. I Veneziani avevano lasciato saccheggiare tutto il paese vicino a Corone e Modone ov'eransi chiusi. Ancor essi a vicenda avevano guastata l'Arcadia con tre mila uomini. Le due armate opprimevano ugualmente e senza pietà gli sventurati Greci, sui quali vendicavansi sempre della resistenza dei loro nemici. La flotta veneziana occupò l'isola di Lenne ossia Stalimene, che fu loro ceduta da un corsaro della Morea; in appresso si divise ne' porti di Modone, di Zonchio, di Corone di Napoli, ove svernò[260].
In principio del 1465 Orsato Giustiniani successe a Luigi Loredano nel comando della flotta veneziana. Egli la riunì a Corone, ove trovossi avere trentadue galere sotto il suo comando. Questa flotta era superiore a quella che potevano opporgli i Turchi; ma tale superiorità non gli servì ad alcuna gloriosa impresa; egli fece piuttosto la guerra da pirata che da soldato. Quando riuscì a predare vascelli mercantili ai nemici, fece tagliare a pezzi, appiccare, o annegare tutti coloro che li montavano. Attaccò di notte Metelino nell'isola di Lesbo, e nella prima sorpresa vi fece prigionieri trecento Turchi. Fece impalare la maggior parte di loro, altri annegare, ed i più favoriti vennero appiccati. In seguito diede due assalti alla fortezza di Metelino; vi si combattè con inaudito accanimento, ed i Turchi, prevenuti della sorte che gli aspettava, si difesero disperatamente, finchè giugnendo loro un rinforzo di due mila cavalli sulla opposta riva, il Giustiniani fu forzato a levare l'assedio dopo avere perduti cinque mila uomini. Per questo infelice avvenimento il Giustiniani si trovò da tanto dolore compreso, che appena giunto a Modone, morì mezz'ora dopo essersi fatto sbarcare sulla riva. Lo stesso Sabellico che racconta questi tratti di ferocia, soggiugne: «Tale fu la fine d'Orsato Giustiniani, che l'elevazione della sua anima, e la sua gentilezza avevano renduto illustre tra i suoi pari.» La più atroce barbarie, usata contro gl'infedeli, credevasi in allora che punto non iscemasse la stima dovuta ad un valente uomo[261].
Dall'altro canto l'armata di terra era caduta in un'imboscata nelle campagne di Mantinea, dove aveva perduti mille cinquecento uomini, tagliati a pezzi con Cecco Brandolini e Giovanni della Tela che li comandavano. Di questa stessa epoca Sigismondo Malatesta sbarcò in Morea, seco conducendo circa mille uomini d'armi; ma questo rinforzo non bastava per riparare le perdite dell'armata veneziana. Il Malatesta, sorpreso di vedere l'armata ridotta a così poca gente, ed abbandonata a tanta miseria, espresse vivamente il suo rincrescimento d'averne accettato il comando[262]. Non pertanto assediò Misitra fabbricata presso alle ruine di Sparta, e facilmente occupò la città; ma il castello, posto sopra alpestre rupi che appena permettevano ai soldati di mettere un piede innanzi l'altro, gli oppose un'ostinata resistenza finchè venne dai Turchi rinfrescato di munizioni e di vittovaglie. Il Malatesta prima di ritirarsi bruciò Misitra. In tal modo si compiva la ruina de' Greci dalle armate de' Latini, e la crociata, intrapresa per liberare i Cristiani orientali, loro rovesciava addosso tutte le calamità della guerra. Prima che terminasse l'anno il Malatesta ebbe avviso che Paolo II apparecchiavasi a spogliarlo della signoria di Rimini. A tale notizia abbandonò bruscamente la Morea, e tornò in Romagna per difendersi[263].
La flotta, di cui nel susseguente anno venne a prenderne il comando Vittore Cappello, accrebbe ancora i disastri della guerra e la desolazione de' Greci. L'isola di Negroponte, ossia l'Eubea, apparteneva ai Veneziani; un braccio di mare, che li separava dal continente, bastantemente provvedeva alla loro sicurezza, ma non riuscivano a conservare alcun'altra conquista di terra ferma. Il Cappello passò lo stretto dell'Euripo, sbarcò le sue truppe in Aulide, ove già si adunarono i Greci per fare l'impresa di Troja, prese il Pireo, attaccò Atene, le di cui deboli mura furono bentosto rovesciate, e ne bruciò le porte; questa città, ch'era tuttavia una delle più ricche e più popolate della Grecia, venne abbandonata al saccheggio. I soldati e perfino le ciurme delle galere s'arricchirono colle spoglie di coloro che si pretendeva di liberare: e terminata appena questa crudele esecuzione, i Veneziani si ritirarono a precipizio senza essere inseguiti, portando il loro bottino a Negroponte[264].
Un'eguale spedizione si tentò sopra Patrasso, città meno illustre, ma quasi tanto ricca quanto Atene, perciocchè i fuggiaschi degli altri paesi della Grecia vi si erano adunati portandovi le loro ricchezze. Il Cappello aveva guadagnati alcuni traditori, che gli avevano promesso di dargli in mano il castello. Giunse in faccia a Patrasso con ventitre galere e trentasei minori vascelli; sbarcò Niccolò Ragio con dugento cavalleggeri, ed il provveditore Giacomo Barbarigo con quattro mila fanti. Questi, entrando nel sobborgo lontano un miglio dalla città, si fecero subito a saccheggiare le case; onde così dispersi non furono in istato di resistere a trecento Turchi che piombarono loro addosso all'impensata, e li fecero a pezzi; salvaronsi appena mille uomini di tutta la truppa sbarcata. Il Barbarigo rovesciato dal suo cavallo morì calpestato dai combattenti; ma il generale turco fece impalare il di lui cadavere, e condannò al medesimo supplicio Niccolò Ragio, comandante della cavalleria, ch'era caduto vivo in sua mano. Non pertanto Vittore Cappello non si scoraggiò, risguardando questo cattivo successo come una conseguenza dell'indisciplina delle sue truppe, non della bravura de' nemici. Sbarcò il rimanente della sua armata, e dopo otto giorni attaccò di nuovo Patrasso. L'assalto durò quattro ore; ma all'ultimo i Veneziani furono respinti dopo avere lasciati più di mille uomini sul campo di battaglia. Vittore Cappello, indebolito da due disfatte, avvilito per così cattivo successo, restò inattivo per otto mesi interi, dopo i quali morì a Negroponte. Giacomo Veniero, che gli successe, nel corso di sedici mesi che comandò in Grecia si ridusse a difendere le fortezze che gli erano state affidate, senza nulla tentare contro il nemico[265].