Mentre facevasi con tanta crudeltà e con così poco valore una guerra disonorevole pel nome latino, ruinosa pei Greci, mentre che la barbarie delle truppe venete forzava i loro naturali alleati a fare causa comune coi Musulmani, se volevano salvare le città loro dal saccheggio, le donne dal disonore, i fanciulli dalla schiavitù, la guerra trattavasi pure nell'Albania con una ferocia forse eguale; ma colà non infieriva che contro i nemici, ed era compensata da maggiore eroismo.

Ballabano Badera aveva invaso l'Epiro con quindici mila cavalli, quando appena potevasi colà avere avuto avviso della morte di Pio II. Nato egli medesimo di parenti albanesi e vassallo di Castriotto, ma educato nella religione musulmana, conservava per l'eroe della sua patria un rispetto di cui volle dargli una testimonianza in principio della guerra, mandandogli alcuni doni. Scanderbeg non vi corrispose che con insultanti scherni. Gli mandò in contraccambio una zappa, un aratro ed una falce, invitandolo a riprendere il mestiere paterno ed a lasciare il comando delle armate a uomini nati per comandarle, non dovendo confidarsi a contadini suoi pari. Ballabano giurò di vendicarsi di questo gratuito insulto, tanto più pungente perchè fatto in cambio d'un lusinghiero omaggio[266].

Ballabano non ottenne di vincere Scanderbeg, ma non gli diede battaglia che non lasciasse agli Epiroti tristi memorie. Castriotto non aveva più di quattro mila cavalli da opporre a quindici mila, e soltanto mille cinquecento fanti da opporre a tre mila Musulmani. L'arte della guerra non era per anco abbastanza perfezionata, perchè verun generale sapesse fare buon uso d'una numerosa armata. Scanderbeg punto non le apprezzava, ed era solito dire, che colui che non sapeva vincere il suo nemico con otto, o al più con dodici mila uomini, non lo saprebbe meglio fare con forze assai maggiori[267]. I due campi erano posti a non molta distanza l'uno dall'altro nella ridente valle di Valchalia. Dietro ai Musulmani trovavasi un angusto passaggio, dove Scanderbeg indovinò troppo agevolmente che il nemico teneva un'imboscata; ne diede avviso ai suoi soldati prima di dare cominciamento alla battaglia, consigliandoli a non inseguire i nemici al di là dell'estremità della pianura, ed a fermarsi da sè prima di giugnere alle forche della Valchalia. I Musulmani che l'avevano attaccato, venendo respinti, si ritirarono disordinati verso lo stretto. L'antiveggenza e le esortazioni di Scanderbeg non ritennero otto dei suoi più valorosi ufficiali. Sordi alle preghiere ed agli ordini del loro capo, penetrarono nell'angusto passaggio, e sebbene subito attaccati di fianco, lo attraversarono tutto intero; ma, coperti di ferite ed oppressi dal numero de' nemici, all'ultimo furono fatti prigionieri. Mosè Golento, quello stesso che altra volta erasi dato ai nemici, era il primo di loro; Giurisa Wladenio e Musacchio d'Angelina, tutti e due parenti di Scanderbeg lo avevano accompagnato; gli altri cinque non erano meno illustri per natali e per valore. Invano Scanderbeg offrì di riscattarli ad ogni prezzo, o di cambiarli contro i suoi più ragguardevoli prigionieri; Ballabano gli aveva mandati a Maometto II, e questo barbaro gli aveva fatti scorticar vivi. A tale notizia i soldati epiroti vestirono abiti di lutto, lasciandosi crescere i capelli e la barba, poi gettaronsi furibondi nel territorio turco, cercando opportunità di vendicare i loro valorosi commilitoni[268].

Una seconda battaglia presso di Oronichio, nella Dibra superiore, non soddisfece che imperfettamente al loro sdegno, e fu sanguinosa dall'una parte e dall'altra. Finalmente Ballabano fu posto in fuga, ma non distrutto; e Maometto II non trovando che verun altro de' suoi generali avesse prima d'allora opposta una così felice resistenza all'eroe dell'Epiro, rifece nuovamente la sua armata portandola a diciassette mila cavalli ed a tre mila pedoni; e promise al pascià, che, ottenendo egli di vincere Scanderbeg, gli succederebbe nell'impero dell'Albania. Non pertanto Ballabano fu tuttavia perdente in una grande battaglia presso di Sfetigrade, che per altro si era mantenuta lungamente indecisa. Scanderbeg fu rovesciato dal suo cavallo sopra un tronco d'albero, e vi rimase alquanto senza sentimento, stordito e ferito in un braccio; finalmente rinvenne e riuscì a mettere i Musulmani in fuga, perchè questi credettero di vedervi la fatalità che rendeva quell'eroe invincibile. Ma la valorosa sua armata trovossi indebolita da una vittoria comperata a troppo caro prezzo[269].

Maometto II e Ballabano non si lasciarono avvilire da questa nuova perdita, e dietro i consigli del generale due armate ugualmente forti ebbero ordine di penetrare nello stesso tempo nell'Epiro da due diverse parti; Jacub Arnautte fu il collega dato a Ballabano. Partendo dalla Grecia e dalla Tessaglia doveva questi penetrare nell'Albania dalla banda di mezzogiorno, e costeggiare il mare, mentre che Ballabano, partendo dalla Tracia e dalla Macedonia, vi entrerebbe per le gole delle montagne a ponente. Ma Scanderbeg aveva l'avvantaggio d'essere sempre ben servito dalle sue spie, e di conoscere i piani di campagna del nemico, quando questi appena cominciava ad eseguirli. Comprese che soltanto colla sua prontezza potrebbe prevenire l'unione delle due armate contro di lui dirette, e salvare la sua patria. Mentre che Ballabano entrava nell'Epiro con venti mila cavalli e quattro mila fanti per la valle di Valchalia, Scanderbeg aveva formato il suo campo in distanza di cinque miglia innanzi al castello di Petralba. Non aveva con lui che otto mila cavalli e quattro mila fanti; ma questi soldati erano il fiore di tutta la gioventù Albanese[270].

Per altro prima di entrare in battaglia poco mancò che Scanderbeg non fosse vittima del tradimento di coloro ch'egli aveva incaricati di riconoscere il campo nemico: essi lo avevano venduto. Mentre egli si avanzava, da loro guidato, con cinque soli compagni, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. La rapidità del suo cavallo lo salvò; egli fuggì verso la foresta e saltando un albero rovesciato che chiudeva la sola strada praticabile, lasciò a dietro questo riparo fra sè ed i Turchi. Uno solo ebbe il cavallo abbastanza vigoroso per saltare l'albero che impediva agli altri d'avanzarsi, ma Scanderbeg rivoltosi a lui gli tagliò il capo con un colpo di scimitarra[271].

Tornato a Petralba, egli condusse all'istante la sua armata contro Ballabano, e sebbene avesse dovuto fare quindici miglia prima di raggiugnere il nemico, gli offrì la battaglia senza dar riposo alla sua truppa. Ma il pascià, che aspettava in questa stessa valle Jacub Arnautte, non volle combattere finchè non vedesse comparire sulle alture dietro Scanderbeg le insegne del compagno. Scanderbeg all'opposto, che riponeva la speranza della vittoria nel dar subito battaglia, cercava d'irritare Ballabano; mentre lo faceva inquietare dagli arcieri e dai fucilieri, egli avanzava col grosso dell'armata, e gli Albanesi insultavano i Maomettani perchè non ardivano di combattere. Questi fremevano d'impazienza, digrignavano i denti, e minacciavano il capo che osava mettere ostacolo al loro ardore. Finalmente Ballabano si avvide che s'egli si ostinava, sarebbe forzato nel suo campo e perderebbe in tal modo il vantaggio dell'ardore de' suoi soldati; onde uscì dai trinceramenti alla testa dell'armata, divisa in quattro corpi, opponendo quello da lui comandato alla divisione diretta da Scanderbeg, e tra questi due corpi la zuffa fu più accanita. Però essendo l'Epirota riuscito a prendere Ballabano alle spalle con un rapido movimento, l'intera armata de' Musulmani fu posta in grandissimo disordine. Il loro capo, dopo di aver lungo tempo incoraggiate, riordinate le sue truppe con somma intelligenza e valore, s'aprì un passaggio per ritirarsi seguito da pochi più valorosi, rimanendo tutti gli altri uccisi o prigionieri[272].

Ma l'armata di Scanderbeg, che aveva riportata così luminosa vittoria, non era per anco uscita dalla valle di Valchalia, nè aveva divise le spoglie de' vinti fra i soldati, nè sgombrato il terreno dagli estinti, quando un messo di Mamiza, sorella di Scanderbeg, gli giunse da Petrella, ove si era rinchiusa colla famiglia sotto la guardia di una sola coorte. Gli dava avviso che Jacub Arnautte con sedicimila cavalli era entrato nell'Epiro dalla banda di Belgrado, e che guastava tutto il paese. Il soprannome di Jacub, Arnautte, che è il nome turco degli Albanesi, indicava che questi era nato di parenti cristiani ed epiroti, ma fatto schiavo da fanciullo, era stato allevato nella fede musulmana. Arnautte erasi fatto nome in Asia ed in Europa nelle guerre di Maometto II, e venne a morire sotto la spada di Scanderbeg; imperciocchè, avendo questi immediatamente condotto il suo esercito nelle montagne della Tiranna, ove si trovava il nemico, presso Cassar, fece gettare innanzi a sè molte teste di Musulmani dell'armata di Ballabano, onde accertarlo della disfatta del suo collega. Attaccò in appresso que' soldati, spaventati assai più dalla fortuna che dal valore delle truppe di Scanderbeg; raggiunse lo stesso Arnautte; e dopo averlo ferito con un colpo di lancia, gli troncò il capo colla sua scimitarra. I Musulmani atterriti quasi più non fecero resistenza; coloro che si sottraevano ai vincitori colla velocità della fuga, cadevano tra le mani de' contadini che gli scannavano o facevano prigionieri. Assicura lo storico di Scanderbeg, che nelle due battaglie i Turchi perdettero trenta mila uomini, ventiquattro mila uccisi e sei mila fatti prigionieri, e che si liberarono quattro mila Epiroti prigionieri. La perdita di Scanderbeg non fu che di mille soldati. L'immenso bottino dei due campi venne diviso tra i vincitori e deposto in Croja; e questa città capitale, renduta ricca dalla guerra, accolse con trasporti di gioja l'eroe che l'avvezzava ai trionfi[273].

Maometto II, coronato da tante vittorie, non poteva darsi pace di tali rovesci, e parevagli che quest'angolo dell'Epiro, che sottraevasi al suo impero, ed ogni castello del quale era illustrato da una sconfitta delle sue armate minacciasse tutti i dominj musulmani. Infatti i suoi fanatici soldati erano usciti vittoriosi dalle altre battaglie per la cieca loro confidenza nel volere del cielo; tutto il loro vigore era distrutto, se cominciavano una volta a persuadersi che il cielo favoriva i loro nemici. La credenza del fatalismo, che rende tanto formidabili le armate avvezze alla vittoria, le rende altresì più suscettibili delle altre di terrore panico, quando la fortuna comincia ad abbandonarle. Da prima Maometto cercò di disfarsi di Scanderbeg con un assassinio. Presentaronsi due Musulmani al principe d'Epiro, mostrando caldo desiderio di convertirsi, di ricevere subito il battesimo, ed in seguito di combattere per la fede sotto le sue insegne. Furono infatti ricevuti nella stessa guardia di Scanderbeg; ma una violenta contesa insorta fra di loro manifestò la trama prima che potessero eseguirla: essi accusaronsi reciprocamente di meditare un tradimento, e l'uno e l'altro, arrestati ed esaminati, furono condannati al medesimo supplicio[274].

Intanto Maometto II entrava egli stesso nell'Epiro alla testa de' suoi eserciti: i Cristiani atterriti assicuravano che il sultano conduceva dugento mila uomini. Scanderbeg non pensò pure di potere far fronte a così grandi forze; lasciò in Croja una forte guarnigione sotto gli ordini di un italiano, Baldassare Perducci, che conosceva assai meglio che gli Epiroti l'arte del difendere e dell'attaccare le piazze, e ritirossi in appresso nelle montagne per inquietare l'armata colla quale non osava venire a battaglia, piombando solo sui corpi staccati. Maometto non intraprese l'assedio di Croja, che presentava grandi difficoltà, e che poteva compromettere l'onore del sultano; guastò soltanto le campagne, e prese in seguito per capitolazione la città di Chidna nella Caonia, di dove eransi ritirati tutti gli abitanti. Ritornando da una spedizione comandata dallo stesso sultano, dovevano essere ostentate in su gli occhi del popolo ed ornare le porte del serraglio varie teste di nemici, onde non lanciare ai Musulmani alcun dubbio intorno alla vittoria del loro sovrano. Maometto fece decapitare otto mila abitanti di Chidna, e portò in tal modo a Costantinopoli un trofeo di teste cristiane bastante per ornare il suo trionfo[275].