Ma Ballabano, rimasto nell'Epiro con una forte divisione dell'armata musulmana, intraprese l'assedio di Croja. Scanderbeg, i di cui paesi erano stati saccheggiati, la di cui armata, indebolita dalle stesse vittorie, appena bastava alle guarnigioni delle fortezze, attraversò l'Adriatico in tempo dell'assedio di Croja, venne a Roma e si presentò a Paolo II per chiedergli soccorsi in danaro ed in munizioni, di cui aveva urgentissimo bisogno. Introdotto in concistoro, ed accolto dai cardinali come l'eroe della Cristianità, loro fece la descrizione de' rapidi avanzamenti dei Turchi, e dei pericoli che sempre più si avvicinavano all'Italia. «Dopo la distruzione dell'Asia e della Grecia, disse loro, dopo l'uccisione dei principi di Costantinopoli, di Trebisonda, della Servia, della Bosnia, della Vallacchia e della Schiavonia, dopo la sommissione del Peloponneso ed il devastamento della maggior parte della Macedonia e dell'Epiro, io resto solo col mio debole e piccolo stato, coi miei soldati spossati da tante zuffe, rotti da tante battaglie, in modo che l'Epiro non ha più nel suo corpo una parte sana ove possa ricevere nuove ferite, nè sangue da versare per la repubblica cristiana. In questa Macedonia così ferace di soldati, di tanti principi, di tanti capi, di tanti guerrieri, altro non rimane che la mia piccola armata, e della nostra antica fortuna che il nostro coraggio, e spiriti indomabili. Soccorreteci adunque finchè il tempo lo permette; forse bentosto più non rimarranno campioni di Cristo sull'altra costa dell'Adriatico[276].»
Paolo II accordò a Scanderbeg onorifiche distinzioni; gli regalò un cappello ed una spada benedetti da lui medesimo; vi aggiunse qualche danaro, ma gli diede pochissimi o niun soldato. Gli è vero che scrisse a tutti i principi della Cristianità per chieder loro sussidj, ma non vi fu alcuno che si curasse di fare de' sagrificj, di cui questo papa non dava loro l'esempio. Scanderbeg, tornato nell'Epiro, trovò Ballabano accampato sotto Croja. Questa fortezza, che signoreggia i campi Emazj, è posta sulla sommità del monte Cruino. A questa altezza la montagna non presenta che inaccessibili balze, e su queste rupi tagliate a picco sono innalzate le mura della città. Ma di là partendo la stessa giogaja della montagna si va lentamente abbassando verso il piano, e termina da questo lato in alcune colline. È sulla sommità di questa cresta, e seguendone le sinuosità, che un sentiere unico dà comunicazione a Croja colla campagna. Ballabano era accampato sulle falde della montagna, e sul declivio del monte Cruino. Scanderbeg adunò la sua armata nella città veneziana d'Alesio, o Lisso. Colà ebbe avviso che Jonima, fratello di Ballabano, giugneva con un grosso corpo onde rinforzare l'armata turca. Scanderbeg, preso con sè un corpo di truppa scelta, sorprese Jonima in mezzo alle montagne, lo fece prigioniere con suo figlio Aydar, e li condusse ambidue sotto le mura di Croja, ove fece in modo che fossero veduti da Ballabano nell'istante medesimo, in cui si apparecchiava ad attaccarlo. Quando il pascià conobbe il fratello ed il nipote, la cattività loro parvegli un segno di quel fatalismo che perseguitava tutti i nemici di Scanderbeg; onde più non prendendo consiglio che dalla sua disperazione, attaccò furiosamente gli avamposti di Croja, e vi restò ucciso da un colpo di fucile nella gola. Nella susseguente notte la di lui armata ritirossi in buon ordine fino alla montagna della Tiranna, distante otto miglia da Croja: era tuttavia molto più numerosa di quella di Scanderbeg; ma non pertanto non potè uscire dall'Epiro che dopo avere perduti i suoi equipaggi, e gran parte de' suoi soldati[277].
Morto Ballabano, il sultano incaricò Alì ed Haja, due confinanti pascià, di frenare le scorrerie degli Albanesi, senza esporsi a nuove battaglie. Questi pascià mandarono ricchissimi doni a Scanderbeg che corrispose a questa militare gentilezza con eguale liberalità. Frattanto adunava la sua armata per riprendere la Vallona, che Maometto aveva fortificata. Assicurano i Veneziani che loro aveva preventivamente consegnata egli stesso la città di Croja, e che fu Giovan Matteo Contarini, provveditore nell'Albania, che ne prese possesso a nome della repubblica[278]. E veramente in cambio di tornarvi a soggiornare, Scanderbeg percorse prima tutta la provincia, e in appresso si trattenne nella città veneziana d'Alesio, dove aveva convocato un congresso; ma vi fu sorpreso da violenta febbre, che facendo rapidissimi progressi, in breve lo ridusse fuori di speranza di vita[279].
Scanderbeg, sul letto della morte, circondato dai suoi capitani, dai suoi amici, dai suoi alleati, loro raccomandò la difesa di quella fede cristiana per la quale aveva combattuto ventiquattro anni con tanta felicità; la difesa di quel paese ch'egli aveva strappato di mano ai barbari, ed accostumato alla gloria ed alla libertà; la difesa di suo figlio Giovanni che aveva avuto dal suo tardo matrimonio con Donica, figliuola d'Aaryanite Cominato[280]. «Io non vi ho mai risguardati, loro disse, come soldati, satelliti, o ministri, ma quali miei compagni e fratelli. Io non mi rammento, non solo di non aver mai insevito contro alcuno di voi, ma nemmeno d'avere pronunciata una parola offensiva. Nelle fatiche dei campi, negli ufficj militari, nelle vigilie, le parti mie non furono minori delle vostre; tutto era comune fra me ed i miei camerata, ed io chiedevo che si seguisse il mio esempio, non i miei ordini. Le spoglie dei nemici, il bottino tolto ai barbari, io lo divideva tra di voi senza serbar nulla per me. L'impero, il comando, le ricchezze, tutto era fra di noi comune, nulla spettava a me solo. Ma adesso, miei cari camerata, io muojo, e mi è forza di abbandonarvi; quella fede, quella benevolenza, quella carità che voi trovaste in me, ve la chiedo per mio figlio, per il suo regno, per la vostra patria. Risguardatelo come la mia immagine; egli sia il mio rappresentante, il mio luogotenente in mezzo a voi[281].»
Scanderbeg era circondato dai suoi soldati che ricevevano l'ultimo suo addio, quando la città tutta levossi subitamente in tumulto. Si disse che i Turchi si avvicinavano, che guastavano le vicine campagne, e che di già si vedeva il fumo dei loro incendi. L'eroe, sebbene sfinito della malattia, credette, udendo tale notizia, di trovare le usate forze ed il suo spirito guerriero. Sollevandosi sul suo letto, chiese le sue armi e lo scudo, ed ordinò che si allestisse il suo cavallo; ma quando vide le sue membra tremanti sotto quel peso, che più non potevano sostenere, ricadendo sul letto, disse ai suoi soldati; «Andate, miei amici, andate a combattere contro i barbari; voi non mi preverrete che di pochi passi; avrò in breve bastanti forze per seguirvi.» Uno squadrone epirota sortì infatti dalla città, e si diresse verso il torrente di Cliro, ove il pascià Anamazio erasi fatto vedere con un corpo di cavalleria, guastando il territorio di Scutari. I Turchi credettero che Scanderbeg fosse alla testa dell'armata che vedevano venire contro di loro, e fuggirono a precipizio a traverso alle montagne coperte di neve, abbandonando tutta la preda, e perdendo molta gente nelle gole occupate dai contadini. Quando la notizia di questo vantaggio fu portata a Scanderbeg, egli spirò, dopo avere ricevuti tutti i sacramenti della chiesa, il 17 di gennajo del 1466 in età di 63 anni e nell'anno vigesimoquarto del suo regno. Il suo cavallo di battaglia più non volle, dopo la sua morte, essere montato da chicchefosse; e diventato furibondo ed indomabile morì dopo poche settimane[282].
Scanderbeg ebbe sepoltura nella gran chiesa di san Niccolò d'Alesio, ove le di lui ossa riposarono in pace fino al 1478, nel quale anno i Turchi terminarono la conquista dell'Albania, ed occuparono Scutari ed Alesio. Accorsero in folla al suo sepolcro, impazienti di toccare tutto quanto restava di così grande uomo: si divisero le sue ossa, e, legandole in oro o in argento, le portarono appese al collo come preziosi giojelli, o come talismani, che loro comunicherebbero il coraggio e l'invincibile forza di colui ch'essi tanto ammiravano[283].
Nell'istante in cui morì Scanderbeg, Lecca Ducagino, uno de' piccoli principi dell'Epiro, uscì nelle strade strappandosi i capelli e la barba, e gridò: «Affrettatevi, cittadini, affrettatevi, nobili Albanesi, difendetevi; perciocchè le mura dell'Epiro e della Macedonia sono oggi cadute in polvere, abbattute sono le nostre fortezze, distrutte le nostre forze, e la sede dell'impero è rovesciata dalla morte di quest'uomo unico.» In fatti l'Epiro, ch'egli aveva renduto forte e glorioso, doveva appena sopravvivere al suo eroe. Il figlio di Scanderbeg si rifugiò ne' castelli che Ferdinando gli aveva dati nel regno di Napoli[284]. Degli Albanesi che lo avevano così lungo tempo seguito nelle battaglie, altri perirono sotto le spade turche, altri furono condotti in una miserabile schiavitù. «Le città, che fino a questo giorno avevano resistito al furore dei Turchi (scriveva papa Paolo II al duca di Borgogna) sono oramai cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano lungo le coste dell'Adriatico tremano all'aspetto di quest'imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore, cattività e morte. Non si può senza versar lagrime contemplare questi vascelli che, partiti dalla riva Albanese, si rifugiano nei porti dell'Italia, e queste famiglie ignude, miserabili, che, scacciate dalle loro abitazioni, stanno sedute sulle rive del mare, stendendo le mani al cielo, e facendo risuonare l'aere di lamenti in un linguaggio sconosciuto[285].»
Un figlio, o un nipote di una sorella di Scanderbeg e di quell'Amesa, di cui ne abbiamo notata la defezione e la cattività, trovavasi nelle mani del sultano, ed era allevato nella religione musulmana. A costui Maometto II destinò l'eredità di Scanderbeg; e in fatti gli diede il possedimento di una parte dell'Epiro. Varie fortezze restarono ai Veneziani, ma le vedremo cadere una dopo l'altra in potere de' Turchi fino alla pace del 1478, che tolse ai Cristiani gli estremi avanzi dell'eredità di Giorgio Castriotto[286].