Mentre questa miserabile armata rappresentava sola al di là dei mari tutta la potenza degl'Italiani, ed impediva l'avanzamento de' loro nemici, i sovrani, godendo di una mal sicura pace, come se abbandonare si potessero alla più inalterabile sicurezza, ad altro non pensavano che a tirare vendetta delle loro antiche offese, a schiacciare i loro segreti nemici, ed a far pagare con usura gli arretrati della passata loro indulgenza a coloro che avevano dovuto risparmiare.
Ferdinando, re di Napoli, aveva trionfato del suo competitore, staccando l'uno dopo l'altro dalla casa d'Angiò i grandi del suo regno, che avevano fatto causa comune colla medesima. Loro aveva accordate vantaggiosissime condizioni, rese sacre dai più solenni giuramenti. Ma nè i trattati, nè le promesse lo legavano; perciò, sebbene fosse in pace con tutto il mondo, ragunava la sua armata nella Campania in principio del 1464 come aveva fatto ne' precedenti anni. Nello stesso tempo invitò i signori, coi quali erasi riconciliato, a raggiugnerlo. Evidente era il pericolo della disubbidienza, dubbioso quello di fidarsi a lui, e gli uomini deboli preferiscono di accecarsi intorno alla propria situazione, piuttosto che riconoscere preventivamente il pericolo. Venne pel primo in giugno Marino Marzano, duca di Suessa, a rendergli omaggio nel suo campo, dopo essersi fatta dare la guarenzia di Francesco e di Alessandro Sforza. Era cognato del re, e suo figlio era promesso sposo alla figliuola di Ferdinando. Questo doppio parentado davagli una sicurezza che i soli trattati non gli avrebbero forse inspirata. Ma Ferdinando non aveva dimenticato che Marzano era stato il primo a dichiararsi per Giovanni d'Angiò; quindi lo fece arrestare e lo mandò prigioniere a Napoli in onta ai proprj giuramenti ed alla parola data ai suoi più fedeli alleati: fece nello stesso tempo imprigionare tutti i di lui figliuoli, ed occupare tutti i di lui stati[287].
Questa violazione della pubblica fede colmò di spavento tutti coloro che avevano fatto guerra a Ferdinando, e che avevano creduto di potersi riposare sui trattati con lui conchiusi. Il più inquieto di tutti era Jacopo Piccinino, ch'era stato lungamente capo del partito d'Angiò, e che si era trovato in sul punto di rovesciare Ferdinando dal trono. Il Piccinino era in allora universalmente riconosciuto pel migliore generale d'Italia: era rimasto solo alla testa di quell'antica scuola militare di Braccio, ch'era in appresso passata a suo padre Niccolò, poi a suo fratello Francesco, e che pel corso di settant'anni erasi mantenuta rivale della scuola dello Sforza; essa distinguevasi per una maniera più pronta di fare la guerra, più impetuosa e talvolta più temeraria. Questa milizia erasi conservata indipendente, e continuava indifferentemente a prendere soldo da coloro che volevano impiegarla, mentre l'innalzamento dello Sforza al ducato di Milano aveva fatto scendere i suoi antichi compagni d'armi al rango di suoi sudditi, ed aveva loro tolta la facoltà d'offrirsi all'incanto a diverse potenze. Il Piccinino, riconciliandosi con Ferdinando, aveva da lui ricevuto per ricompensa il principato di Sulmona ed altri ragguardevoli feudi. Ma le grazie accordate da un re spergiuro potevano essere da lui riprese, ed il Piccinino credette che un vecchio guerriero non mancherebbe così facilmente alla sua parola d'onore. Malgrado la lunga rivalità della sua famiglia con quella dello Sforza, malgrado le vicendevoli offese, il Piccinino fidavasi al duca di Milano, e risolse di mettersi tra le sue mani. Da lungo tempo lo Sforza gli aveva offerta in matrimonio sua figlia naturale Drusiana, come pegno di riconciliazione tra i Bracceschi e gli Sforzeschi. Il Piccinino l'accettò; disse che andava egli medesimo a prenderla, e per dare nello stesso tempo al duca di Milano un pegno della sua fede, diede nelle mani di Tomaso Tebaldi, suo luogotenente, la stessa città di Sulmona, tutte le altre fortezze e l'armata che serviva sotto di lui. Presi seco per suo corteggio soltanto dugento cavalli, partì in tal modo alla volta della Lombardia[288]. Ferdinando, che con dispiacere lo vedeva allontanarsi, lo chiamò invano colle più lusinghiere lettere, ma nello stesso tempo attaccava la famiglia Caldora, alla quale non era dai trattati meno legato di quello che lo fosse al Piccinino; costringeva il capo di questa casa, Antonio, a stabilirsi in Napoli colle donne ed i fanciulli di sua famiglia; obbligava tutta la gioventù dello stesso casato a vivere in esilio, e quando gli aveva fatti passare ad un servizio straniero, loro toglieva le fortezze e quasi tutti i beni[289].
Frattanto il Piccinino, giunto a Milano, era stato accolto dal duca colle più vive dimostrazioni di stima e di affetto. Tutta la nobiltà milanese gli si mostrò ancora più propensa: questa aveva con lui avute lunghe relazioni, quando sotto gli ordini di suo padre egli serviva l'ultimo dei duchi della casa Visconti, e quando in appresso era stato generale della repubblica milanese. Tutti i gentiluomini si recarono ad incontrarlo fuori delle porte a non breve distanza, e vi accorse anche il popolo. Egli attraversò Milano tra le acclamazioni d'infinito popolo, ed il suo ingresso parve un trionfo[290]. Fu celebrato modestamente il suo matrimonio con Drusiana, perchè la fresca morte di Cosimo de' Medici, il vecchio amico di Francesco, avrebbe resa sconveniente una maggior pompa. Lo Sforza s'incaricò di rendere meno sospetta l'amicizia tra il re di Napoli ed il suo generale, e gli fece continuare per un altro anno il comando delle armate del regno con un soldo di cento mila fiorini. Fu mandato a Napoli Brocardo Persico, suo luogotenente, il quale ebbe dal re onoratissimo accoglimento, e ricevette tutto il danaro dovuto ai soldati. Per suo mezzo Ferdinando invitava il Piccinino a tornare presso di lui, e Brocardo Persico, vinto dall'accoglimento che aveva ricevuto, assicurava il suo padrone in tutti i suoi dispacci, che, lungi dall'avere nulla a temere, sarebbe al suo ritorno colmato d'onori.
Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, doveva sposare Alfonso, figlio del re di Napoli. In primavera del 1465 Federico, secondo figliuolo di Ferdinando, s'avvicinò a Milano con seicento cavalli per chiederla e servirle di scorta. Il Piccinino preferì di non aspettarlo; partì alla volta di Napoli con Pietro di Pusterla, suo parzialissimo amico, sotto la di cui salvaguardia il duca aveva cercato di metterlo, nominandolo suo ambasciatore. Il Piccinino, strada facendo, visitò Borso d'Este a Ferrara, e Domenico Malatesta a Cesena, che disapprovarono il suo viaggio, e cercarono di ritenerlo. Ferdinando erasi bastantemente fatto conoscere per non inspirare veruna confidenza. Lo stesso Piccinino era di quando in quando agitato da violenti inquietudini, ma una sorta di fatalità lo strascinava a Napoli. Brocardo Persico lo aveva raggiunto, e d'altro non gli parlava che de' ricevuti onori. Intanto il Piccinino viaggiava, e quand'ebbe toccati i confini, gli omaggi che gli vennero tributati dissiparono i concepiti timori. La principale nobiltà di Napoli era venuta a riceverlo alla distanza di tre giornate dalla città, in ogni borgata festeggiavasi il suo passaggio, e lo stesso re venne con numeroso seguito ad incontrarlo fuori delle porte; l'abbracciò affettuosamente e lo trattò come fratello. Per ventisette giorni si celebrarono continue feste in suo onore, e le cortesie di Ferdinando non si smentirono un solo istante. Finalmente il Piccinino chiese ed ottenne la sua udienza di congedo per tornare a Sulmona; era il 24 giugno, giorno della festa di san Giovanni Battista: venne introdotto presso il re in Castelnovo; questi gli diede le stesse dimostrazioni d'affetto e di confidenza, e si separò abbracciandolo. Ma erasi appena Ferdinando ritirato, che alcuni arcieri si gettarono sopra il Piccinino, e lo trassero in un carcere. Nello stesso tempo venne arrestato ancora suo figlio Francesco, il suo luogotenente Brocardo ed alcuni altri. In tempo delle feste celebrate in suo onore, erano stati mandati ordini su tutte le strade a tutti i comandanti delle province d'arrestarlo, se mai cercasse di fuggire, onde occupare i suoi beni e piombare sopra le di lui truppe improvvisamente; queste vennero infatti svaligiate, e i suoi soldati, senza capi, e spogliati dei loro equipaggi, si ritirarono a stento presso Domenico Malatesta a Cesena[291].
Tutta l'Italia accusava Francesco Sforza d'avere avuto parte in questo tradimento; dicevasi che non si era vergognato di sagrificare sua figliuola per trarre nella rete un rivale ch'egli temeva; che la sua gelosia era cresciuta a dismisura per gli onori renduti dai Milanesi al Piccinino; che finalmente egli aveva temuto, dopo la sua morte, per suo figliuolo la concorrenza d'un capitano così accreditato, che avria potuto disputargli il favore del popolo. Queste accuse vennero riportate dalla maggior parte degli storici, e lo stesso Machiavelli, adottandole, diede loro maggior peso[292]. Per altro il circostanziato racconto del Simonetta, segretario del duca di Milano, e l'indignazione che questi esprime contro tanta iniquità, contrabilanciano a' miei occhi le altrui testimonianze. Se il suo padrone fosse stato complice del re, il Simonetta non avrebbe trascurato di dar peso alla trama del Piccinino, che Ferdinando pretese d'avere scoperta, e di cui scrisse lettere circolari a tutti i principi dell'Europa. Per lo meno avrebbe simulato di dar fede all'asserzione del re di Napoli intorno alla sorte del prigioniere. Diceva questo re, che il Piccinino, tratto dalle grida del popolo per l'ingresso della flotta reale, erasi attaccato ai cancelli d'una finestra assai alta della prigione, per vedere ciò che accadeva, e che cadendo erasi rotta una coscia, per cui era morto dopo dodici giorni. In tal modo il Simonetta non trascurò di giustificare gli arresti di Carlo Gonzaga, di Guglielmo di Monferrato, di Tiberio Brandolini, e la morte dell'ultimo. Ma rispetto al Piccinino fa sentire quanto assurda fosse la supposizione d'una cospirazione, quanto era ridicola la favola del suo accidente, quanto il complesso della condotta di Ferdinando, di cui ne mette in chiaro tutte le circostanze, era perfida e vergognosa[293]. Altronde la macchinazione, che si ascrive al duca di Milano, era troppo complicata e troppo azzardosa per lo scopo che gli si vuole supporre. Mentre ch'egli ebbe in Milano il suo rivale con soli dugento cavalieri, lontano dalla sua armata e dalle sue fortezze, gli sarebbe stato troppo facile il farlo arrestare o perire; l'entusiasmo del popolo per lui gli avrebbe somministrato un probabile pretesto di supposte congiure, ed in ogni caso il pugnale d'un oscuro assassino non avrebbe permesso di riconoscere il vero colpevole; ma dare la propria figlia al Piccinino, lasciarlo in seguito attraversare libero tutta l'Italia, abbandonarlo a' consiglj, che fino all'ultimo giorno del suo viaggio potevano allontanarlo dal laccio, è questa una mescolanza d'imprudenza e di scelleratezza, di cui parmi non potersi ragionevolmente macchiare la memoria di Francesco Sforza.
Quando il duca di Milano ricevette la notizia di questo tradimento fece altamente conoscere quanto dolore e collera ne provasse[294]. Fece subito partire un corriere, apportatore di un ordine a sua figlia Ippolita di trattenersi dovunque quest'ordine le giungesse. Ove si presti fede al Simonetta, il corriere l'incontrò a Siena verso la fine di giugno, di dove Ippolita non partì che in sul declinare d'agosto[295]. Quando il duca di Milano, riflettendo che non poteva tornare in vita suo genero Piccinino, e che sarebbe imprudente consiglio il rompere per un avvenimento irreparabile un'alleanza per cui aveva fatti prodigiosi sagrificj in tempo della guerra di Napoli, permise alla figliuola di proseguire il viaggio. Nell'intervallo aveva mandato suo figlio Tristano a Napoli per domandare il Piccinino, ch'egli supponeva ancora vivo. Tristano, cui fu risposto che suo cognato era morto, dubitando che fosse rinchiuso in qualche prigione, chiese che si diseppellisse il suo cadavere, e volle vederlo. Per tal modo si accertò che il Piccinino era stato ucciso il secondo o il terzo giorno dopo il suo arresto[296]. Il duca di Milano non protrasse ulteriormente il progettato parentado: la figlia Drusiana tornò tristamente a Milano, ove diede in luce poco tempo dopo un figlio del Piccinino[297]. Mentre questa attraversava l'Italia con un corteggio dolente tornando da Napoli, sua sorella vi si recava con magnifico e pomposo accompagnamento. Aveva seco i fratelli Filippo e Sforza Maria, il primo de' quali venne in tale occasione investito del ducato di Bari.
Il duca di Milano, sicuro della sua alleanza con Napoli, non era meno sollecito di rassodare quella che aveva conchiusa colla Francia. La parte che aveva presa nelle guerre di Genova e di Napoli, e le pretese della casa d'Orleans sullo stato di Milano, avrebbero potuto da quella banda procurargli pericolosi nemici; ma Luigi XI, che allora regnava, aveva una singolare predilezione per gli uomini innalzati da bassa condizione. Il duca di Milano era a' suoi occhi un principe nuovo, e sotto quest'aspetto tanto più degno della sua confidenza. Strettissima era la loro unione, ed il re, che confondeva la falsità colla politica, credeva di potere istruirsi in quest'arte seguendo i consiglj d'un principe italiano. Era scoppiata in Francia la guerra che poi fu detta del ben pubblico: Luigi XI invocò l'assistenza di Francesco Sforza, il quale gli mandò subito suo figliuolo Galeazzo con mille cinquecento uomini d'armi e tre mila fanti[298]. Galeazzo entrò pel Delfinato nel Forez, che apparteneva al duca di Borbone, uno de' più deboli tra i principi confederati. Egli lo pose a fuoco e a sangue, mostrò la superiorità degl'Italiani nell'arte di attaccare le città, rincorò i partigiani del re e gittò la discordia nell'armata dei principi[299]. Intanto Luigi XI negoziava con suo fratello e coi grandi del suo regno, e, a seconda de' consiglj dello Sforza, loro prometteva ogni cosa per isciogliere la loro lega, essendo internamente disposto a mancar loro di parola. In tal modo si conchiuse e si pubblicò il trattato di Conflans in sul finire del 1466. Galeazzo Sforza non era per anco uscito dalla Francia, quand'ebbe avviso della morte di suo padre, accaduta l'8 marzo del 1466. La disposizione all'idropisia che erasi manifestata in Francesco Sforza alcuni anni prima, gli aveva lasciata una precaria salute; ma l'ultima sua malattia non durò che due giorni. Bianca Visconti, sua moglie, comprimendo il suo dolore, adunò il senato a mezza notte, l'avvisò della vicina morte del marito, e fece prendere le necessarie disposizioni per tenere la città tranquilla, nell'istante in cui si pubblicherebbe la morte del sovrano. Nello stesso tempo mandò ambasciatori al re di Napoli, ai Fiorentini, a Paolo II ed ai Veneziani, per domandar loro di proteggere in caso di bisogno suo figlio, e di conservarsi fedeli alla sua casa[300].
Nobile e vivace volto aveva Francesco Sforza; era grande della persona e ben proporzionato, ed aveva una singolare forza ed agilità in tutti gli esercizj del corpo; pochissimi lo pareggiavano al salto, alla corsa, alla lotta, o nel lanciare vigorosamente il giavellotto. Marciava col capo scoperto alla testa della sua armata sia tra i ghiacci dell'inverno, sia sotto il cocente sole della state. Sopportava pazientemente la fame, la sete ed il dolore; pure non ebbe che poche occasioni di porre la sua costanza a quest'ultima prova, perciocchè, sebbene avesse passata la sua vita in mezzo alle battaglie, non fu quasi mai ferito. Non aveva bisogno di lungo sonno per riposare; ma per quanto fosse grande l'agitazione del suo spirito, o il tumulto da cui era circondato, egli dormiva colla medesima calma. Nè le grida, nè i canti de' soldati presso la sua tenda, nè il nitrire de' cavalli o il suono delle chiarine e delle trombe, parevano turbarlo; perciò compiacevasi del rumore che facevano i suoi compagni d'armi, anzi che ordinar loro di tacere mentr'egli dormiva. Singolarmente sobrio alla sua mensa, non era egualmente ritenuto per gli altri piaceri; amava appassionatamente le donne, e non pertanto visse sempre in buona unione con Bianca Visconti, che aveva la condiscendenza di condonargli le sue frequenti infedeltà. Generoso e talvolta prodigo, divideva tutto ciò che aveva tra i poveri, i soldati e i dotti, che chiamava alla sua corte. Rigettava fors'anco con qualche alterigia i consiglj di prudenza e d'economia che gli dava Cosimo de' Medici, dicendo che non sentivasi fatto per essere mercante. Era affatto padrone di sè medesimo, e sapeva nascondere la sua inquietudine, il dispiacere, la gioja o la collera. Premurosissimo di conservarsi una buona opinione, s'informava con molta cura di ciò che dicevasi di lui, e spiegava sollecitamente quelle sue azioni che credeva sospette, o mal accette al pubblico[301].
Quando Galeazzo Sforza ricevette la notizia della morte del padre, affidò il comando della sua armata a Giovanni Pallavicino, e facendosi credere il compagno d'un mercante milanese stabilito in Lione, tornò con lui privatamente e senza seguito. Non senza ragione egli cercava di non essere conosciuto nelle province che doveva attraversare: i suoi vicini aspettavano l'istante in cui si aprirebbe la successione dello Sforza per rifarsi del timore e de' riguardi, cui questo grand'uomo gli aveva ridotti. Luigi, duca di Savoja, figliuolo d'Amedeo VIII era morto in Lione il 29 gennajo del 1465; suo figlio Amedeo IX, soprannominato il Beato perchè d'altro non si occupò che di elemosine, di fondazioni di conventi e di pratiche religiose, andava soggetto ad attacchi d'epilessia, che avevano debilitata la sua testa, e rendutolo incapace di governare. I suoi consiglieri vollero far arrestare Galeazzo in onta del salvacondotto che gli avevano dato, sperando di approfittare della sua prigionia in tempo delle turbolenze che credevano dover agitare lo stato di Milano. Si credette di ravvisarlo nel suo passaggio per la Novalese ed i contadini attruppati vollero arrestarlo. Galeazzo si chiuse entro una chiesa, ove sostenne per due giorni una specie d'assedio. Ne venne tratto da Antonio Romagnani giurisperito, che aveva in Piemonte grandissima autorità, e che lo condusse sano e salvo a Novara. In appresso Galeazzo fece il solenne suo ingresso in Milano il 20 marzo del 1466, e fu senza veruna difficoltà riconosciuto dal popolo per legittimo sovrano[302].