La morte di Francesco Sforza influì altresì sul governo di Firenze, ove fece debole il partito dei Medici, e rialzò i loro nemici. Una stretta amicizia aveva uniti Cosimo e Francesco; i loro figliuoli nè avevano le stesse relazioni, nè talenti uguali a quelli di que' sommi uomini. Non pertanto Pietro de' Medici pretendeva essere capo della repubblica fiorentina, come lo era stato suo padre: ma gli uomini di stato di Firenze, che si conoscevano a lui superiori per età, per talenti, per la memoria de' loro servigj, pel rango occupato dai loro antenati, erano ben lontani dall'accordargli quella deferenza che non avevano voluto disputare a suo padre. Pietro loro non si raccomandava per alcuna bella azione; nè il suo ingegno, nè il suo carattere erano tali da prometterne per l'avvenire; la stessa sua salute non gli acconsentiva di adoperarsi utilmente per la repubblica. I cittadini fiorentini lo vedevano non senza indignazione riclamare delle prerogative ereditarie, in uno stato libero e fra uomini tutti uguali fra loro. In seno allo stesso partito dei Medici erasene formato uno, che mostravasi contrario alla sua famiglia, ed era diretto da Luca Pitti. Dopo che questi aveva adunato l'ultimo parlamento, egli riguardava sè stesso quale capo dello stato, e voleva richiamare a sè il potere esercitato da Cosimo. Distinguevasi la fazione a lui attaccata dal luogo in cui aveva fabbricato il suo palazzo, il poggio, mentre che quello de' Medici dicevasi il partito del piano[303].
Ma Luca Pitti non aveva talenti proporzionati alla sua ambizione. I suoi aderenti approfittavano della sua riputazione e della sua ricchezza per dare maggiore imponenza al loro partito, e si proponevano ad un tempo di non acconsentirgli giammai di giugnere ad un alto potere. Distinguevansi tra questi Diotisalvi Neroni, il più riputato degli antichi colleghi di Cosimo de' Medici, e quegli che per la sua capacità era più in istato di governare la repubblica, Niccolò Soderini, di tutti i cittadini il più affezionato alla libertà, ed infine Angelo Acciajuoli, il di cui malcontento veniva esacerbato da un'ingiustizia che gli aveva fatta Cosimo de' Medici[304].
Pietro de' Medici sempre ammalato, e nemico d'ogni applicazione, trascurava non solo i pubblici affari, ma ancora quelli del commercio, che suo padre aveva esteso per tutta l'Europa. Di già alcune perdite, che gli erano accadute, gli annunziavano la sorte che lo aspettava in una mercatura ch'egli non poteva dirigere. Si consigliò con Diotisalvi Neroni, nel quale sommamente fidava, e questi lo esortò a ritirare i suoi fondi in circolazione, per impiegarli in acquisto di terreni. Era questo veramente il solo rimedio col quale i Medici potessero porre in sicuro le loro sostanze; ma era ad un tempo il più vantaggioso alla repubblica. Le relazioni d'interesse che Cosimo aveva formate con tutti gli ordini de' cittadini gli avevano attaccate numerose e pericolose creature. Pietro, eseguendo troppo bruscamente il progetto suggeritogli, scontentò tutti gli amici di suo padre. Levò tutt'ad un tratto e senza avviso ragguardevoli somme alle case che i Medici sostenevano colle commandite, e fu in tal modo cagione di numerosi fallimenti tra i suoi concittadini, non solo a Firenze, ma ancora in Venezia ed in Avignone[305]. I proprietarj di terre ed i capi manifatturieri, cui Cosimo aveva fatte grosse prestanze, trovaronsi ancora in maggiore imbarazzo, quando suo figlio ne domandò il rimborso. Ovunque egli faceva esporre alla vendita per atti di giustizia dei beni affetti da ipoteche; e mentre gettava i suoi debitori in una condizione assai peggiore che se non gli avesse mai ajutati, mutava la passata riconoscenza nel più violento odio[306].
Ne' primi due anni che corsero tra la morte di Cosimo de' Medici e quella di Francesco Sforza, i due partiti sperimentarono più volte ne' consiglj le forze loro senza però venire alle mani. In conseguenza di questa lotta il potere della balìa, che terminava in settembre del 1465, non venne rinnovato; ed i consiglj ordinarono, quasi all'unanimità, che in cambio d'eleggere i magistrati si ricomincierebbe, secondo l'antica costumanza, a tirarli a sorte dalle borse chiuse. Questa legge fu cagione d'una gioja universale, come se rendesse alla repubblica la sua libertà[307].
Per altro queste borse della magistratura erano state composte dalla stessa fazione dei Medici, e non contenevano che nomi di persone alla medesima affezionate. I tribunali erano perciò sempre dipendenti da loro, e le finanze stavano nelle loro mani; essi disponevano pei loro privati interessi dell'entrate della repubblica; un sistema di corruzione e di clientela erasi di già stabilito nello stato, e Firenze ubbidiva sempre a Pietro in forza di una gratitudine che più non aveva per fondamento nè la stima nè la gratitudine. Ma i capi di quelle antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che sdegnavano i Medici quali nuovi ricchi, gli uomini di stato, che avevano coi loro talenti e colla lunga abitudine degli affari acquistata la confidenza dei loro concittadini, non potevano senza indignazione vedersi soppiantati da un uomo debole di spirito e di corpo, giunto per infermità ad immatura vecchiezza, ed il di cui credito non aveva verun fondamento. Quando il primo novembre del 1465 la sorte fece toccare il gonfalone di giustizia a Niccolò Soderini, tutta la città, confidando nel di lui coraggio, nella sua vasta erudizione, nella sua eloquenza, nel suo amore di libertà, sperò che approfitterebbe della sua magistratura per distruggere inveterati abusi, per rendere il debito vigore alle leggi, e mettere nuovamente d'accordo, le instituzioni coi costumi. Il desiderio, che avevano i Fiorentini vivissimo di sottrarsi alla tutela di Pietro, era tanto unanime, che la nomina di Niccolò Soderini fu una festa nazionale. Tutto il popolo lo accompagnò al palazzo pubblico ed applaudì con trasporto, quando, cammin facendo, gli fu presentata una corona d'ulivo, simbolo della pacifica vittoria che da lui si aspettava, e del riposo ch'egli doveva fondare sopra la libertà[308].
Il quarto giorno della sua magistratura il Soderini adunò un consiglio di cinquecento cittadini per deliberare intorno allo stato della repubblica. Lo aprì con un bellissimo discorso sui pericoli della discordia, e sui mali ond'era minacciata una città divisa in partiti. Ma si conobbe allora che mancavagli fermezza di volontà, senza la quale non si governano gli stati. Egli non erasi formato nel suo capo un determinato piano di riforma; diceva soltanto ciò che dovevasi schivare, non quello che far si doveva; chiedeva consiglio, quando a lui si apparteneva il darlo; e vana riusciva la sua eloquenza, poichè il suo scopo non era quello di convincere e di persuadere. Il consiglio, dopo un'inutile deliberazione e l'urto di opinioni affatto contrarie, si sciolse senza avere niente conchiuso. Otto giorni dopo si adunò un nuovo consiglio di trecento cittadini, ed il Soderini per la seconda volta eccitò tutti gli amici della pace, dell'ordine e della libertà, a proporre ciò che troverebbero più conveniente alla salvezza della repubblica. Coloro che avevano sperato che il Soderini avrebbe fissate le loro incerte opinioni, restavano sorpresi che il capo dello stato non avesse maggiore stabilità di carattere, e ritirarono quella confidenza che gli avevano da prima tanto liberalmente accordata. Dall'altro canto i suoi associati, gelosi del favore con cui era stato accolto in principio, amavano piuttosto che la repubblica venisse riformata da un altro che da lui. Per ultimo suo fratello Tomaso era affezionato ai Medici, ed adoperava tutta la sua destrezza ed il suo seducente ingegno per impedirgli di operare. Finalmente, d'accordo con questo fratello, Niccolò Soderini risolvette d'intraprendere egli stesso la riforma dello stato. Da vero amico della libertà volle farlo nelle vie legali, e perciò lentamente; onde la sua breve magistratura gli fuggì di mano, prima che la cominciata opera avesse acquistata alcuna solidità. Egli erasi limitato a due oggetti, a rivedere i conti della precedente amministrazione, ed a cominciare un nuovo scrutinio. Nella prima operazione, che doveva rimontare le finanze, venne contrariato da Luca Pitti, arricchitosi per mezzo degli antichi abusi; nella seconda, che doveva legalmente rinnovare tutte le autorità costituzionali, dovette lottare con tutti i privati interessi di coloro che entravano nei vecchi scrutinj, e cagionò un generale malcontento. E per tal modo quando uscì di carica senza aver nulla eseguito, senza avere data stabilità all'incominciata opera, aveva perduto il favore popolare, e quell'alta riputazione di cui godeva due mesi prima[309].
La repubblica trovavasi tuttavia agitata dai suoi progetti di riforma, quando in Firenze si ebbe avviso della morte di Francesco Sforza. Nel susseguente luglio gli ambasciatori di suo figliuolo vennero a domandare la continuazione del trattato di alleanza fra i due stati, e quella dell'annuo sussidio pagato dai Fiorentini. Pietro de' Medici favoreggiò altamente l'inchiesta dello Sforza. La repubblica, egli disse, aveva fatti infiniti sagrificj per innalzare e per mantenere la casa Sforza sul trono ducale di Lombardia, perchè questa casa serviva di contrappeso alla potenza veneziana, ed assicurava l'equilibrio d'Italia. Era d'uopo guardarsi dal perdere per una meschina avarizia un amico, che tanto aveva costato per istabilirlo; e se, come lo dicevano i suoi avversarj, mancavano a Galeazzo Sforza i talenti e la riputazione del padre, aveva tanto maggior bisogno dei soccorsi, che si voleva levargli. Rispondevano gli amici della libertà, che Francesco Sforza non aveva ricevuti sussidj che come generale d'armata, ed a condizione d'essere sempre apparecchiato a servire i Fiorentini; che suo figlio Galeazzo, non essendo altrimenti generale, non aveva diritto ad una paga totalmente militare. Altronde era cosa affatto chiara, che i Medici volevano continuargli i sussidj per opporre in appresso questo duca a coloro che crederebbero di liberare la loro patria da vergognoso giogo. Così Francesco Sforza erasi mostrato l'amico non di Firenze, ma dei Medici; l'entrate della repubblica erano bensì state cagione della sua grandezza, ma non per questo aveva alla medesima consacrata la sua riconoscenza[310].
Ma la mancanza di risoluzione nel Soderini, mentre era stato gonfaloniere, aveva screditato il suo partito. Coloro che per timidità eransi fin allora mantenuti neutrali, si unirono alla casa dei Medici, perchè più non dubitarono che all'ultimo non riuscisse vittoriosa. La plebe era guadagnata dalla liberalità di quei ricchi mercanti, ed era sempre loro favorevole; e coloro che difendevano la causa pubblica videro con sorpresa, che non formavano che la minorità ne' consiglj. Per mantenere i diritti d'un popolo sovrano, e la legittima autorità, furono forzati di tramare una congiura, come se si trattasse di scuotere il giogo di un tiranno. Cercarono pure stranieri appoggi per opporli a Galeazzo Sforza: si allearono col duca Borso di Modena, che promise di mandare in loro ajuto suo fratello, Ercole d'Este, con mille trecento cavalli. Niccolò Soderini aveva adunati trecento cavalli tedeschi, e doveva con questi attaccare Pietro de' Medici, cacciarlo dal suo palazzo e dalla città, e forse anche farlo morire, ricordandosi quanto gli Albizzi si fossero pentiti di avere risparmiato Cosimo suo padre[311].
Sebbene Pietro de' Medici fosse inferiore a suo padre o a suo figliuolo per talenti e per carattere, in questa circostanza si appigliò prontamente al più savio e più vigoroso partito. Giovanni Bentivoglio, che press'a poco esercitava sopra la repubblica di Bologna la stessa autorità che il Medici in Firenze, lo avvisò che Guido Rangoni, Giovan Francesco della Mirandola ed i signori di Carpi e di Coreggio avanzavansi verso le montagne del Frignano con molte milizie, raccolte negli stati di Modena e di Reggio, per passare a Firenze in soccorso de' suoi avversarj. Dal canto suo Pietro de' Medici ottenne dal duca di Milano la licenza di disporre di un'armata, che tenevano adunata in Bologna Costanzo Sforza ed i Sanseverini, e nello stesso tempo levò più di quattro mila uomini di milizie bolognesi[312]. Partì in appresso dalla sua villa di Careggi con pochi uomini armati per recarsi a Firenze: egli facevasi portare in lettica, preceduto da suo figliuolo Lorenzo a cavallo. Il Valori, che scrisse la vita dell'ultimo, pretende, che, avendo Lorenzo veduti molti armati e grandissimo movimento sulla strada che teneva, temette di qualche intrapresa contro la vita di suo padre, e che gli fece dire di prendere un'altra strada; mentre ad un tempo calmò l'aspettazione di que' soldati, dicendo loro che suo padre lo seguiva a breve distanza. Da ciò si volle dedurne che vi fosse una trama per assassinare Pietro; ma ciò non è altrimenti provato[313].
Pietro aveva ottenuto con segrete pratiche, condotte a fine da Antonio Pucci, di staccare Luca Pitti dal partito de' malcontenti, facendogli sperare di unirlo con un parentado alla propria famiglia[314]. Dopo avere disuniti i suoi nemici Pietro entrò in Firenze. Molti uomini armati stavano aspettandolo in casa sua, e non pochi altri suoi partigiani vennero a raggiugnerlo poichè fu arrivato. Allora mandò alla signoria la lettera del Bentivoglio, per giustificarsi d'aver prese le armi: i suoi avversarj, diceva egli, avevano cominciato prima di lui, e lo avevano forzato a difendersi. Ma i suoi nemici non erano ancora apparecchiati; ed il solo Niccolò Soderini, compensando in quest'occasione colla sua attività e risolutezza ciò che gli era mancato essendo gonfaloniere, aggiunse duecento suoi amici alle tre compagnie tedesche, adunò tutto il popolo del quartiere di santo Spirito, dove egli abitava, ed andò a casa di Luca Pitti a supplicarlo di prendere le armi e attaccare i Medici, prima che si fossero fortificati cogli esterni soccorsi che aspettavano. La vittoria sarebbe ancora stata per loro, se avessero saputo coglierla; ma Luca Pitti pretestò il suo rispetto per la memoria di Cosimo, suo amico, e dichiarò di voler salvare la sua famiglia dal furor popolare[315]. In appresso si conobbe che era stato ingannato dai trattati cominciati per suo privato interesse. Diotisalvi Neroni andò al palazzo pubblico: il gonfaloniere e quattro priori erano attaccati al suo partito; pure si comportavano da buoni magistrati insieme ai loro colleghi, per terminare la lite all'amichevole, e far deporre le armi. Colla loro mediazione si conchiuse una specie di armistizio; le due parti si mantennero in armi nel loro quartiere, mentre si stava negoziando; ma con tale negoziazione Pietro ad altro non pensava che a guadagnar tempo. La signoria in allora regnante stava per terminare i suoi due mesi, ed il gonfaloniere, capo di quella che stava per subentrare pochi giorni dopo, doveva essere preso nel quartiere di santa Croce, quasi tutto devoto a casa Medici. In fatti il 28 del mese fu estratto a sorte Roberto Lioni, uno de' più caldi partigiani di Pietro, e tutta la signoria gli era egualmente favorevole. Gli amici della libertà s'accorsero allora, ma troppo tardi, d'avere commesso un grandissimo errore perdendo tanto tempo. Diedero orecchio a proposizioni d'accomodamento, fatte dalle due signorie riunite, e furono soscritte da Luca Pitti, e da Lorenzo e da Giuliano de' Medici[316].