Pietro era stato forzato ad accettare condizioni, perchè fin tanto che la magistratura, mantenevasi imparziale, i movimenti del suo partito potevano essere puniti come atti di ribellione; ma egli violò sfrontatamente queste condizioni, tostocchè vide i suoi amici installati nella signoria. Roberto Lioni, fingendo di credere che Niccolò Soderini volesse riprendere le armi, adunò il parlamento il 2 settembre del 1466, quattro giorni dopo la soscrizione degli articoli di pace, sebbene la più essenziale condizione della medesima fosse la promessa dei Medici di non adunare parlamento e di non domandare la balìa[317]. Egli aveva occupata la piazza con soldati affezionati ai Medici, e per forza ottenne dal popolo la creazione d'una balìa composta di otto creature di Pietro. Questa balìa dichiarò subito che l'estrazione a sorte della magistratura rimarrebbe sospesa per dieci anni, e vi sostituì elezioni fatte dalla sola fazione dei Medici. A tale notizia gli amici della libertà, prevedendo di già i rigori che si eserciterebbero contro di loro, fuggirono a precipizio da tutte le bande; ma non si poterono però sottrarre alle sentenze rivoluzionarie della balìa: l'Acciajuoli ed i suoi figli vennero relegati per venti anni a Barletta; Neroni ed i suoi fratelli in Sicilia, ed un altro dei suoi fratelli, ch'era arcivescovo di Firenze, ritirossi a Roma; il Soderini ed i suoi figliuoli furono relegati in Provenza; Gualtiero Panciatichi fu per dieci anni esiliato dagli stati di Firenze. Molte altre meno illustri famiglie vennero nello stesso tempo condannate a somiglianti pene[318]. In capo a pochi giorni i rigori andarono crescendo a ridoppio; e mentre la signoria ordinava processioni e rendimenti di grazie per una rivoluzione, che diceva essere la salute dello stato, si arrestarono in mezzo a queste stesse processioni molti cittadini, per gettarli nelle carceri, o per abbandonarli ai carnefici[319]. Luca Pitti fu il solo eccettuato da questa universale persecuzione; ma, caduto in sospetto d'avere venduti i suoi amici, e di avere data a Pietro la nota di coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, disprezzato da tutti i repubblicani, mal visto dalla parte vittoriosa, egli strascinò il rimanente della sua vita nell'obbrobrio, fuggito da tutti, ruinato, inabilitato a terminare i superbi palazzi che aveva cominciati con tanto fasto, ed uno de' quali, comperato dopo un secolo dal primo gran duca, si conservò, quale monumento del di lui orgoglio e della di lui imprudenza.
CAPITOLO LXXXI.
Gli emigrati fiorentini si riuniscono sotto la protezione di Venezia ed attaccano con infelice successo i Medici: ingiustizie del governo fiorentino: morte di Pietro de' Medici. — Inquieta ambizione di Paolo II che vuole acquistare l'eredità del Malatesti; egli cerca invano alleati; muore detestato dai Romani e dai dotti.
1466 = 1471.
La libertà, anche non esente dal suoi abusi, faceva sentire a Firenze la sua creatrice potenza, e in mezzo alle sventure, prodotte dall'impero delle fazioni, consolava ancora i cittadini. La città veniva sconvolta da burrascose passioni; i partiti si animavano, si provocavano, si battevano, e nell'ebbrezza della vittoria il vincitore stendeva la sua proscrizione su tutti i vinti, li privava della loro patria, e riempiva tutta l'Italia di esiliati. Non si può senza dolore vedere così detestabili vendette, e tanta dimenticanza dei diritti dei cittadini; ma la pietà inspirata da queste violenti scene è mista di stupore. Ci chiediamo come mai un così piccolo stato poteva sostenere così grandi perdite; come potevano da una sola città uscire tanti potenti ed illustri uomini; come Firenze avesse in allora più nomi storici che tutta l'intera Francia; come ognuno de' suoi cittadini, che vedevasi innalzato o atterrato, era più conosciuto nell'Europa, più ricco, più realmente potente che un pari d'una grande monarchia, il di cui feudo forse pareggiava in estensione tutto lo stato fiorentino. Ci domandiamo che cosa faceva grandeggiar tanto gli uomini in alcune repubbliche d'Italia, mentre sembravano tuttavia tanto piccoli nel restante del cristianesimo, che cosa così profondamente imprime in noi la memoria delle loro azioni, lega la loro vita alla storia dell'umano incivilimento, e coprì la loro terra natale di que' maravigliosi monumenti, ne' quali il gusto e la magnificenza di quegli illustri borghesi superano tutto quanto hanno fatto i principi ed i re; e conviene ben essere ciechi, per non ravvisare in questi prodigj l'opera della libertà[320].
Questa libertà era in allora gagliardamente lacerata; essa più non aveva nelle leggi, nelle istituzioni una sufficiente garanzia; più non assicurava ai cittadini i beneficj che dovevano da essa ripromettersi, una imparziale giustizia, un'inviolabile sicurezza personale; e tante scosse la minacciavano d'una prossima e totale ruina; pure le sue abitudini si mantenevano tuttavia in tutti i cuori. I cittadini fiorentini più non sapevano quali fossero i loro diritti, ma non avevano dimenticato quale fosse la loro dignità; un nobile orgoglio serviva loro di guarenzia, e quantunque nella lotta contro lo stabilimento della tirannia dei Medici, siamo oramai per vederli quasi sempre soccombenti, se non altro questa lotta fu lunga e si rinnovò per due in tre generazioni, fino alla totale distruzione di tutti coloro ch'erano stati allevati nelle generose massime; ed anche quando i patriotti fiorentini soggiacquero per non più rialzarsi, caddero almeno nobilmente.
La rovina e la dispersione dei Soderini, degli Acciajuoli, di Luca Pitti, e del loro partito lasciò in balìa di Pietro de' Medici il dominio nella città di Firenze; ma l'Italia si riempì d'emigrati fiorentini. Coloro ch'erano stati scacciati da Cosimo nel 1434 si unirono agli espulsi da suo figlio Pietro nel 1466. Giovanni Francesco, figlio di Palla Strozzi, poteva essere considerato come il capo de' primi, perciocchè le ricchezze, ch'egli aveva colla mercatura acquisiate grandissime, gli procacciavano quello stesso credito ch'era stato il principio della grandezza de' Medici. Angelo Acciajuoli trovavasi capo dei secondi; egli però non volle associarsi ai figliuoli di coloro ch'egli aveva perseguitati, prima d'aver tentato di riconciliarsi co' suoi antichi amici; ma Pietro gli rispose irrisoriamente, unendo alle proteste di filiale rispetto il consiglio di sottomettersi pazientemente all'esilio ed alla persecuzione[321]. Tutti i fuorusciti fiorentini si recarono in allora a Venezia, e domandarono alla repubblica di proteggere uomini proscritti per quella nobile causa della libertà, nella quale essa medesima riponeva la sua gloria. Ebbero frequenti conferenze col consiglio de' Pregadi, e con Bartolomeo Coleoni, generale dei Veneziani. I Fiorentini, avuta di ciò notizia, condannarono tutti i loro esiliati come ribelli, e taglieggiarono le loro teste[322]. Nello stesso tempo si apparecchiarono alla guerra, e rinnovellarono la loro alleanza col duca di Milano e col re di Napoli.
Per altro gli emigrati non avevano potuto ottenere che Venezia apertamente sposasse la loro causa. Quella repubblica erasi accontentata di licenziare dal suo servigio Bartolommeo Coleoni, e di permettere loro di assoldarlo. In allora questo generale soggiornava in Bergamo; sebbene egli non si fosse mai acquistato gran nome con istrepitose azioni, essendo sopravvissuto a tutti gli altri, risguardavasi come il più rinomato generale d'Italia[323]. I Veneziani gli anticiparono segretamente del danaro, e gli emigrati fiorentini, arricchiti dal commercio, adunarono facilmente considerabili somme. Essi non si accontentarono del Coleoni, che doveva essere il loro supremo generale e che aveva di già adunati sotto le sue bandiere alcune migliaja di soldati; ma trattarono con Ercole d'Este, legittimo fratello del duca di Ferrara, e lo presero al loro soldo con mille quattrocento cavalli[324]. Arruolarono inoltre i signori di Carpi, della Mirandola e di Forlì, Marco Pio, Galeotto Pico e Pino degli Ordelaffi, stendendo in tal modo le loro alleanze intorno ai confini della Toscana. Astorre Manfredi, signore di Faenza, si era obbligato ai servigj dei Medici e doveva custodire le gole di Val di Lamone di concerto con Federico di Montefeltro. Non pertanto, dopo avere ricevuto il loro danaro, mutò bruscamente partito, dichiarossi a favore degli emigrati, e pose in grandissimo pericolo l'armata fiorentina che aveva ricevuto nel suo territorio[325]. Per ultimo la stessa famiglia Sforza non si mantenne tutta intera attaccata ai Medici. Alessandro, signore di Pesaro, fratello dell'ultimo duca di Milano, mandò suo figlio Costanzo all'armata degli emigrati. Tutto sembrava piegare a seconda degli ultimi; gli antichi amici della repubblica avevano abbracciata la loro causa, e contavansi nella loro armata ottomila cavalli e sei mila pedoni di buona e vecchia truppa, quando il Coleoni passò il Po il 10 maggio del 1467, e si avanzò fino a Dovadola nel territorio d'Imola con intenzione d'entrare in Toscana dalla banda della Romagna[326].