I Fiorentini avevano opposto al Coleoni Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, che formato nella scuola di Francesco Sforza, univa un'alta riputazione militare a quella delle lettere. Non altrimenti che il suo avversario più non trovavasi nel vigore dell'età, ed ambedue si prendevano maggior cura di non pregiudicare l'antica loro riputazione, per cui talvolta usavano un'esagerata prudenza, che di terminare sollecitamente la guerra con ardite operazioni. Quanto i Medici da un lato e gli emigrati dall'altro bramavano un'azione decisiva, onde approfittare degli immensi armamenti che esaurivano i loro tesori, altrettanto i due generali pareva che cercassero di evitarla. Frattanto il giovane duca di Milano, Galeazzo Sforza, erasi affrettato di recarsi al campo fiorentino per attestare nel più solenne modo che si conserverebbe fedele alle alleanze di suo padre coi Medici e colla repubblica. Il suo rango voleva che gli si dasse un comando non dovuto alla sua inesperienza. Non meno impetuoso di quel che cauto fosse e considerato il Montefeltro, era inoltre riscaldato dalle basse adulazioni de' suoi cortigiani, sicchè, credendo tutto sapere, tutto osava intraprendere; ma il vero coraggio non si accoppiava alla sua audacia, e vile mostravasi poi nel pericolo in cui si era temerariamente posto. Due volte trasse Federico di Montefeltro a presentare battaglia al nemico, e due volte, preso da panico terrore, l'abbandonò nell'istante dell'azione; sicchè due volte l'armata fiorentina sarebbe stata distrutta, se il Coleoni fosse stato più giovane e più confidente, ed avesse saputo approfittare de' suoi vantaggi[327].

I decemviri della guerra a Firenze sapevano che il Montefeltro non rispondeva della sorte dell'armata affidatagli, finchè aveva un tale collega. Altronde essi conoscevano la presunzione di Galeazzo Sforza, e temevano di offenderlo. Presero adunque il partito d'invitarlo a Firenze per assistere alle pubbliche feste, colle quali la repubblica voleva attestargli la sua riconoscenza ed il suo rispetto[328]; e Federico di Montefeltro ebbe ordine di approfittare della sua lontananza per venire a battaglia. Infatti il 25 luglio del 1467, poco dopo il mezzogiorno, attaccò il Coleoni alla Molinella. Ostinata fu la battaglia, e soltanto l'oscurità potè separare i combattenti dopo una mischia di otto ore fino a notte inoltrata. L'artiglieria leggiera adoperata in questa battaglia, per quanto si racconta contribuì a renderla più sanguinosa; appoggiandosi a questa circostanza si cercò di attribuire al Coleoni l'invenzione de' cannoni di campagna; ma è certo che vennero adoperati nelle due armate col nome di spingarde senza dare un deciso vantaggio all'uno o all'altro generale[329].

Ritirandosi dal campo di battaglia della Molinella, i due generali si scoraggiarono calcolando le proprie perdite, come se ambidue fossero stati battuti. Per altro il Coleoni aveva perduti più uomini e più cavalli: onde pochi giorni dopo sottoscrissero un armistizio ed intavolarono negoziati[330].

Nello stesso tempo messer Filippo di Bressa, fratello del duca di Savoja, era entrato negli stati del marchese di Monferrato, e minacciava quelli di Milano. Galeazzo tornò sollecitamente in Lombardia con quattro mila cavalli e cinque mila fanti per impedirgli di avanzarsi; ma le due armate si osservarono e minacciarono senza venire a battaglia, mentre il re di Francia trattava tra le parti il ristabilimento della pace, che in fatti venne soscritta il 14 novembre del 1467 fra il duca di Savoja, il duca di Milano ed il marchese di Monferrato[331].

Le due repubbliche di Firenze e di Venezia avevano ancora maggior bisogno della pace, non avendo ritratto verun vantaggio da così dispendiosi armamenti, nè fatto verun acquisto. Gli emigrati, che si erano ruinati per mettere in campagna l'armata del Coleoni, avevano col danaro perduta ogni considerazione. La guerra più non aveva uno scopo, e non pertanto riuscì difficile la conchiusione della pace. Borso d'Este, duca di Modena, e papa Paolo II si offrirono come mediatori. Il primo, non deviando dalla politica della sua famiglia, che dopo il cominciamento del secolo era stata la pacificatrice dell'Italia, cercava di buona fede i mezzi di conciliazione; ma Paolo II per lo contrario tentava segretamente di imbarazzarlo. Ora rappresentava al duca di Modena, che la discordia delle grandi potenze d'Italia formava la sicurezza delle piccole, e dava maggiore considerazione al pontefice[332]; ora cercava di persuadere al Fiorentini d'essere apparecchiato di unirsi a loro contro Venezia: onde Francesco Naselli, ambasciatore di Ferrara, provò maggiore difficoltà nello sventare le segrete pratiche del papa senza offenderlo, che a conciliare gl'interessi delle potenze nemiche[333].

Finalmente il duca di Modena, dopo avere discussi tutti gli articoli colle parti contraenti, lasciò al solo pontefice l'onore del trattato di pace. Paolo II lo pubblicò il 2 febbrajo del 1468 sotto la forma d'una sentenza pontificia, minacciando la scomunica a chiunque non vi si assoggetterebbe. Gli articoli convenuti dalle due parti erano poco complicati; non era stata fatta alcuna conquista e non eravi nulla da restituire; rispetto agli emigrati fiorentini, pei quali erasi cominciata la guerra, e che quasi soli ne avevano sostenute le spese, nulla fu convenuto a loro favore, e furono vilmente abbandonati dai loro alleati. I sovrani, la di cui morale pubblica non ha che la sanzione della forza, non risguardano i loro impegni verso le private persone come facenti parte del diritto politico. Ma agli articoli di pace concordemente stipulati, Paolo II aggiunse l'inaspettata condizione di nominare Bartolomeo Coleoni generale della Cristianità, per sostenere la guerra contro i Turchi in Albania con una paga di cento mila fiorini a carico di tutti gli stati d'Italia[334]. I sovrani, chiamati a concorrere al mantenimento del Coleoni, erano persuasi che il papa non aveva altrimenti intenzione di mandarlo in Albania, ma piuttosto di valersene per opprimere l'Italia, dopo averlo fatto sua creatura. I Fiorentini promisero di pagare il loro contingente, ma solo quando il Coleoni avrebbe posto piede nel territorio dei Turchi. Il duca di Milano ed il re di Napoli protestarono altamente contro una convenzione per la quale non avevano dato alcun potere ai mediatori; minacciarono di farsi ragione colle armi, appellandosi della scomunica del pontefice ad un futuro concilio. Paolo II sconcertato modificò la sua sentenza del 25 aprile, togliendone tutto quando risguardava il Coleoni. Venne allora accettata e pubblicata in tutta l'Italia[335].

Non solo il governo dei Medici punto non restituì agli emigrati fiorentini i loro beni ch'egli aveva presi, e non li richiamò in patria, ma prese anzi occasione da questa guerra per farsi più tirannico ed arbitrario, e per estendere le sue persecuzioni sopra una folla di cittadini non compresi nelle prime sentenze. Le più ragguardevoli famiglie di Firenze vennero trattate con eccessivo rigore. I Capponi, gli Strozzi, i Pitti, gli Alessandri ed i Soderini, ch'eransi sottratti alle prime condanne, furono compresi in quella del mese d'aprile del 1468[336]. Vere o pretese congiure per occupare ora Pescia, ora Castiglionchio, vennero punite col supplicio di moltissimi imputati. La giustizia erasi renduta totalmente venale; le magistrature, lungi dal proteggere il popolo, omai non sembravano istituite che per soddisfare le private passioni, opprimendo alternativamente tutti coloro che avevano la sventura di eccitare la gelosia o la cupidigia degli uomini potenti[337]. Pietro de' Medici, tenuto quasi continuamente nella sua villa di Careggi dalla violenza della sua malattia, non conosceva che imperfettamente i disordini che per sua autorità ed in suo nome si andavano moltiplicando; ed altronde non sapeva come apporvi rimedio. La gotta lo aveva renduto paralitico, non lasciandogli altro di sano che la mente. I suoi figli, sebbene ancora fanciulli, annunciavano veramente quei talenti, che poi li resero illustri, ma l'età loro non permetteva loro di partecipare al governo dello stato, o di reprimere i tirannici modi della loro fazione. Le brillanti feste, le giostre, i tornei, nei quali si distinsero questi giovinetti[338], distrassero alcun tempo il popolo dal pensiero della propria miseria; e siccome gli eruditi, che soli in questo secolo erano i dispensieri della riputazione, continuavano a ricevere piccoli doni e pensioni da Pietro, come ne avevano ricevuto da Cosimo suo padre, non fecero difficoltà di attribuirgli il nome di Mecenate, e di celebrarne il carattere, i talenti, le cognizioni, facendolo risguardare come il primo cittadino dell'Italia, perchè ne era il più ricco[339].

Diede motivo al rinnovamento di queste feste e di questi spettacoli il matrimonio del primo figlio di Pietro, Lorenzo de' Medici, con Clarice, figliuola di Jacopo Orsini, principe romano. I Fiorentini non videro senza gelosia un loro concittadino ricercare questo esterno parentado con un gran signore. Più prudente era stato il vecchio Cosimo, che non aveva ammogliati i suoi figliuoli fuori della patria, per non esporsi all'accusa di sdegnare l'eguaglianza repubblicana. Questo matrimonio si celebrò con grandissima pompa il 4 giugno del 1469[340], quando già Pietro sentiva venir meno le sue forze, e vedeva avvicinarsi il fine della sua vita; egli non poteva non sentire che la cattiva condotta dei capi del suo partito provocava sulla di lui famiglia l'odio pubblico, ed esponeva alle passioni popolari que' giovanetti, ch'egli bentosto lasciar doveva senza difensori. Assicura il Machiavelli che chiamò presso di sè coloro che governavano la repubblica, per dar loro questi ultimi avvisi. «Io non avrei mai creduto, disse loro, che e' potesse venir tempo, che i modi e costumi degli amici mi avessero a far amare e desiderare i nemici, e la vittoria la perdita, perchè io mi pensava avere in compagnia uomini che nelle cupidità loro avessero qualche termine o misura, e che bastasse loro vivere nella loro patria sicuri ed onorati, e di più de' loro nemici vendicati. Ma io conosco ora come io mi sono di gran lunga ingannato, come quello che conosceva poco la naturale ambizione di tutti gli uomini, e meno la vostra; perchè non vi basta essere in tanta città principi, ed avere voi pochi quegli onori, dignità ed utili, de' quali già molti cittadini si solevano onorare; non vi basta avere in tra voi divisi i beni dei nemici vostri; non vi basta potere tutti gli altri affliggere con i pubblici carichi, e voi liberi da quelli avere tutte le pubbliche utilità, mentre voi con ogni qualità d'ingiuria ciascheduno affliggete. Voi spogliate de' suoi beni il vicino, voi vendete la giustizia, voi fuggite i giudizj civili, voi oppressate gli uomini pacifici, e gl'insolenti esaltate. Nè credo che sia in tutta l'Italia tanti esempj di violenza e di avarizia, quanti sono in questa città. Dunque questa nostra patria ci ha dato la vita, perchè noi la togliamo a lei? Ci ha fatti vittoriosi, perchè noi la distruggiamo? Ci onora, perchè noi la vituperiamo? Io vi prometto per quella fede che si debbe dare e ricevere dagli uomini buoni, che se voi seguiterete di portarvi in modo ch'io mi abbia a pentire d'avere vinto, io ancora mi porterò in maniera, che voi vi pentirete d'aver male usata la vittoria[341].» In fatti, queste ammonizioni riuscendo inefficaci, Pietro fece venire celatamente Angelo Acciajuoli in Caffagiuolo per trattare con lui del richiamo degli esiliati e dei mezzi di reprimere l'insolenza del partito vincitore; ma la morte che lo sorprese in principio di dicembre del 1469 prevenne l'esecuzione di tali suoi onestissimi pensieri[342]. In tempo della sua amministrazione il territorio della repubblica fiorentina erasi ingrandito con un solo acquisto fatto in un modo totalmente pacifico. La signoria acquistò il 28 febbraio del 1467 da Luigi di Campo Fregoso Sarzana e la fortezza di Sarzanello pel prezzo di trentasette mila fiorini. Questa piccola città signoreggiava la Lunigiana e l'apertura dei due importanti passi che conducono in Toscana, l'uno da Genova, l'altro da Parma per Pontremoli, ed era stata data in feudo alla casa Fregoso il 2 novembre del 1421 da un trattato tra la repubblica di Genova ed il duca di Milano[343].

Di questi tempi i sovrani del mezzogiorno d'Italia aggravavano il giogo dei loro sudditi. Ferdinando, dopo avere colpite le più illustri vittime, aveva potuto facilmente sorprendere tutti coloro che nella guerra civile gli avevano dato qualche momentanea inquietudine, ma che egli aveva saputo addormentare con vane speranze e falsi giuramenti. Da principio aveva tenuta questa tortuosa politica d'accordo con Paolo II. Alcuni grandi feudatarj della santa sede erano caduti vittima della perfidia del papa, mentre i baroni di Napoli soggiacevano a quella del re. I conti dell'Anguillara avevano dato ombra agli immediati predecessori di Paolo II. Dolce erasi distinto come condottiere, Averso, sotto Eugenio IV aveva più volte portata la guerra civile fin presso Roma; aveva poi lasciata l'alleanza degli Orsini per quella de' Colonna, e tentato d'ottenere colle armi la successione di Tagliacozzo[344]. Uno de' figliuoli d'Averso era stato levato al fonte battesimale da Paolo II, il quale nel principio del suo regno approfittò di questa relazione per intavolare con lui e con suo fratello amichevoli negoziazioni, eccitandolo a passare al suo servigio piuttosto che impegnarsi col Piccinino. Erano omai d'accordo rispetto al soldo, ma non erano per anco convenuti intorno a tutti gli articoli: frattanto il papa faceva avanzar truppe verso i confini del re di Napoli, e questi faceva lo stesso dal canto suo: ed era appunto nella circostanza in cui il Piccinino giugneva presso di Ferdinando, e veniva accolto con così splendide feste. Credevasi che la guerra fosse per iscoppiare tra il re e la santa sede, e che il Piccinino verrebbe posto a fronte del conte dell'Anguillara, quando improvvisamente il Piccinino fu imprigionato ed ucciso; i figli del conte d'Aversa colpiti nel tempo medesimo da sentenza di scomunica, e le truppe del re, unitesi a quelle del papa, presero in undici giorni ai loro legittimi padroni dodici fortezze credute inespugnabili. Francesco Averso dell'Anguillara fu arrestato co' suoi figliuoli e custodito nelle prigioni del papa; Deifobo, suo fratello, potè fuggire; e Paolo II, che aveva combinato questo tradimento con quello di Ferdinando contro il Piccinino, divulgò che la morte di quest'ultimo aveva renduta la libertà all'Italia[345].

Frattanto il papa pretendeva un tributo dal regno di Napoli. Le antiche investiture ne determinavano il valore in otto mila once d'oro, ossiano sessanta mila fiorini per le due Sicilie; ma dopo la separazione dell'isola dalla terra ferma il tributo di quest'ultimo regno era stato ridotto a quaranta mila cinquecento fiorini[346]. Paolo II ne chiedeva il pagamento, e Ferdinando per dispensarsene pretestava la miseria del suo regno e le spese della sua spedizione contro i conti dell'Anguillara, intrapresa per servigio del papa[347]. Altre contestazioni intorno alla sovranità di Terracina, del ducato di Sora e delle miniere d'allume di Tolfa inasprirono bentosto le due vicine potenze, che cominciavano a non più aver bisogno de' mutui soccorsi. Ferdinando non volle dichiarare la guerra al papa, ma sperava di atterrirlo ostentando le proprie forze. Di suo ordine suo figlio Alfonso occupò, armata mano, i territorj in lite, mentre Paolo II gli rimproverava amaramente la sua ingratitudine verso la santa sede, cui doveva la sua corona[348].