La successione ai feudi dei Malatesti in Romagna, cui aspirava Paolo II per essere estinta la legittima linea, sparse nuovi semi di discordia tra questo impetuoso pontefice, il re di Napoli, e gli altri vicini. I due fratelli Domenico e Sigismondo Malatesta avevano egualmente incontrata la disgrazia dei pontefici. Questi avevano acconsentito a stento a lasciarli godere parte de' loro stati finchè vivessero; ma impazientemente aspettavano che morissero questi principi, per richiamare le loro signorie sotto l'immediato dominio della chiesa, o per assegnarle in retaggio ai loro nipoti. Paolo II aveva nel 1463 fatto conoscere il suo malcontento per avere Domenico Malatesta, signore di Cesena, venduta la piccola città di Cervia e le sue saline ai Veneziani. Quando venne a morte questo Domenico, il 20 novembre del 1465, Paolo II fece occupare la sua eredità, e non volle accordarne che una piccola parte a Roberto, figliuolo di Sigismondo[349].
L'eredità di Sigismondo Pandolfo Malatesta era di molto maggiore importanza. Questo principe morì il 13 ottobre del 1468 dopo un regno di trentanove anni, ne' quali aveva spiegati più talenti militari che niun altro capo di questa casa così feconda di grandi capitani[350]. Da prima Sigismondo aveva guerreggiato per proprio conto presso Rimini, poscia militato al soldo dei re di Napoli, de' Fiorentini e de' Veneziani. Ma la sua perfidia era ancora più celebre che la sua abilità o il suo valore; perciocchè veruna promessa aveva mai avuto forza di legarlo. Genero di Francesco Sforza e zio del conte d'Urbino, gli aveva tutti e due traditi; aveva meritato colla sua perfidia verso il papa l'accanimento di Pio II per ispogliarlo del suo stato; e se la tortuosa sua politica poteva pur trovare qualche apologia in quella di tutti i principi suoi contemporanei, la sua politica nell'interno della sua famiglia l'aveva mostrato uno scellerato. Ammogliatosi tre volte, aveva crudelmente fatte perire le due prime mogli, ed Isotta, la terza, che gli sopravvisse, aveva sortiti oscuri natali, ed era stata lungo tempo la sua amica[351]. Niuna consorte gli aveva dati figliuoli, ma da due altre amanti ne aveva avuti due, Roberto II e Sallustio, che Pio II aveva legittimati nel 1450. Quest'uomo per altro sentiva quel gusto per le lettere, le arti e la magnificenza, che tanto onorò i principi Italiani del XV.º secolo. Aveva abbellita la sua città di Rimini di palazzi e di chiese che tutta sentivano la purità della rinascente architettura, e vi aveva fondata una biblioteca con enorme dispendio, imperciocchè, sebbene a' suoi tempi si fosse inventata la stampa, non erasi ancora tanto diminuito il prezzo dei libri, che, per raccogliere le scritture degli antichi autori, non abbia dovuto impiegarvi una considerabile parte del danaro guadagnato nelle battaglie e nel servizio di stranieri principi[352]. Le corti d'Italia non s'accostavano di lunga mano al lusso che vi si vede nell'età nostra; la casa del principe non contava che un piccolo numero di guardie e di semplici servitori; non si conoscevano i grandi ufficiali della corona, ed anche i più piccoli stati non erano ruinati dal fasto de' sovrani. Invece di marescialli, di ciambellani, di grandi cacciatori, il Malatesta aveva presso di sè alcuni uomini distinti, cui non chiedeva verun servigio. Aveva egli stesso composte alcune poesie italiane, e volentieri s'intratteneva coi poeti e coi dotti. Trovava ne' loro discorsi quell'istruzione che sapeva cercare ancora nei libri; entrava volentieri in dotte dispute, e permetteva di contraddirlo; aveva un particolar gusto per le più oscure quistioni della filosofia naturale, e queste vivaci conversazioni formavano la delizia de' conviti del suo palazzo, o dei pranzi in casa de' suoi sudditi, cui interveniva familiarmente[353].
Quando morì Sigismondo Malatesta, suo figlio Roberto, da lui chiamato erede de' suoi stati, trovavasi ai servigj del papa e lontano da Rimini. Ebbe un corriere da sua madrigna Isotta, che gli dava avviso della morte del principe, e l'invitava a venire a prendere possesso della sua successione. Isotta non amava Roberto, pure più confidava in lui che nel papa, e preferiva di ubbidire a suo figliastro anzichè di vedere spenta la sovranità in cui ella aveva regnato. Ma non era cosa facile a Roberto l'uscire di mano al pontefice; egli cercò di sedurlo con una falsa confidenza; gli fece vedere la lettera d'Isotta, promettendogli di tradire la matrigna, e di darla in sei giorni con tutte le fortezze agli ufficiali del papa. Gli furono promesse in ricompensa le signorie di Sinigaglia e di Mondovì; gli si diedero mille fiorini per le spese di questa spedizione, ed il papa credette essersi di lui assicurato con trattati suggellati dai giuramenti. Ma questa garanzia è troppo debole, quando l'oggetto stesso del trattato è una perfidia ed uno spergiuro. Roberto, che giurava al papa di tradire la sua matrigna, prometteva a sè medesimo di tradire anche il papa. Giunto a Rimini vi fu accolto con entusiasmo e proclamato signore dal popolo. Ai talenti di suo padre aggiugneva le più amabili maniere; altronde gli abitanti di Rimini temevano di essere incorporati alla Chiesa, e con ciò di vedere la città loro ridotta al rango di città di provincia. Tutti i vicini stati s'interessavano alla conservazione della casa Malatesta. Federico da Montefeltro, ch'era stato tanto tempo nemico di Sigismondo, aveva maritata sua figlia a Roberto; i Fiorentini ed il re di Napoli volevano che la Romagna restasse divisa tra piccoli principi, e sarebbe loro spiaciuto che fosse caduta sotto l'immediato potere del papa. Roberto, assicuratosi di questi alleati, ricusò di dare la città ai commissarj del papa, ed anzi ne domandò l'investitura alle medesime condizioni cui era stata accordata a suo padre[354].
Paolo II, rimasto vittima de' proprj intrighi, non proruppe in rimproveri; mostrò di riconoscere Roberto, e non volle minacciarlo, prima d'avere tutto apparecchiato per privarlo dello stato. Il 28 maggio del 1469 conchiuse un'alleanza coi Veneziani che doveva durare venticinque anni[355], in forza della quale gli furono dati quattro mila cavalli e tre mila fanti, che entrarono nella Romagna. Fece nello stesso tempo offrire ad Alessandro Sforza, signore di Pesaro, parte delle spoglie del suo vicino, e fece marciare verso Rimini Napoleone Orsini e molti altri capitani della Chiesa. Quando tante forze furono da ogni banda in movimento, fece in giugno sorprendere il sobborgo di Rimini dall'arcivescovo di Spalatro, governatore della Marca. A questo segno l'armata pontificia si raccolse sotto le mura della città, per cominciarne l'assedio[356].
Di già il re di Napoli ed i Fiorentini mandavano truppe a Federico di Montefeltro per soccorrere il Malatesta. Il papa lo aveva preveduto, e le sue pratiche non tendevano a niente meno che ad accendere una guerra generale per questa piccola eredità. Pensava di dividere la Romagna coi Veneziani, accordando loro ancora Bologna, ch'essi dovevano strappar di mano ai Bentivoglio, e possedere alle medesime condizioni. Paolo II prometteva il trono di Ferdinando a Renato d'Angiò ed a suo figlio Giovanni, ch'egli richiamava in Italia. Ferdinando, diceva il papa nel suo concistoro, aveva meritato colla sua ingratitudine di perdere la corona; e che, bastardo ancor esso, erasi affrettato di armarsi a favore d'un altro[357]: ma gli alleati cui appoggiavasi il papa erano più lontani che quelli dei suoi avversarj. Da una parte il duca Alfonso di Calabria, dall'altra Tristano Sforza, fratello del duca di Milano, vennero personalmente ad unirsi all'armata di Federico da Montefeltro, il quale, sentendosi il più forte, attaccò il 29 agosto l'esercito pontificio, e lo ruppe compiutamente. I principi di Romagna, che ne facevano parte, combattevano con dispiacere contro un loro fratello, temendo di essere come lui spogliati uno dopo l'altro. Costoro opposero una così debole resistenza, che non rimasero uccisi nella battaglia che circa cento uomini, sebbene il Montefeltro facesse tre mila prigionieri, tra i quali si trovavano i più distinti ufficiali dell'armata. Furono abbandonati al saccheggio gli equipaggi ed il campo, e l'artiglieria, ch'era assai bella, venne in mano de' vincitori[358]. Federico di Montefeltro avrebbe potuto approfittare assaissimo di questa vittoria; ma, rispingendo l'armata pontificia non volle attaccare la Chiesa. Si accontentò di forzare una trentina di castelli dei territorj di Rimini e di Fano a riconoscere per loro signore Roberto Malatesta; poi licenziò in novembre la sua armata[359].
La mala riuscita di questa spedizione contro Rimini calmò alquanto l'ardore guerriero di Paolo II; egli sentì che in Italia non aveva superiorità, e cominciò a concepire alcuni timori intorno alle negoziazioni d'oltremonti ancora vaghe e mal combinate, nelle quali si andava impegnando. Prima d'avere posti in movimento gli alleati che cercava al di là dei monti, potev'essere oppresso dai suoi più prossimi vicini. Altronde lo stato dell'Europa prometteva poco buon esito alle nuove leghe che Paolo II aveva voluto formare. Borso d'Este, duca di Modena, versato molto più di lui ne' sistemi, negl'interessi e nelle alleanze della grande repubblica europea, approfittava delle proprie cognizioni per illuminare il papa intorno ai veri suoi interessi, facendogli sentire che aveva molto a temere e nulla a sperare dagli oltremontani, onde così ricondurlo a quelle pacifiche disposizioni, che ugualmente convenivano al suo rango di sovrano ed alla sua qualità di padre dei fedeli[360].
L'imperatore era il primo de' sovrani, cui il papa poteva proporre la sua alleanza. Ma Paolo appunto allora era stato da lui visitato, e la personale conoscenza di Federico III non era tale da ispirargli troppa confidenza. Federico era precipitosamente partito dai suoi stati alla volta d'Italia in sul declinare del 1468; era passato il 10 dicembre per Ferrara con ristretto corteggio, ed era giunto a Roma per la vigilia del natale, senz'altro scopo che quello di soddisfare ad un suo voto. Il papa, che non poteva darsi a credere che la sola divozione dirigesse le azioni dei re, era persuaso che questo viaggio nascondesse qualche grande progetto politico, ed aveva concepito un'estrema diffidenza; aveva ingombrata Roma di soldati, ed erasi messo in guardia contro ogni sorpresa, come se il successore degli Enrici dovesse essere non meno di loro nemico della tiara. Aveva peraltro potuto presto riconoscere che l'indolente monarca di Vienna veniva alla di lui corte per adorare e per ricevere leggi, non per dettarle. Federico erasi affrettato di baciare i piedi non altrimenti che le mani ed il volto del papa[361]. Erasi mostrato più geloso dell'onore di leggere innanzi a lui il vangelo in abito da diacono, che della sua imperiale corona[362]; aveva tenuta la staffa del papa, quando questi montava a cavallo; e tutte le piccole umiliazioni della sua alta dignità furono diligentemente raccolte e descritte nella storia della corte di Roma[363]. Del resto sino dalle prime sue conferenze con Paolo II egli aveva mostrata la debolezza e la versatilità del suo carattere. In breve erasi renduto in Roma tanto spregevole quanto già lo era da lungo tempo agli occhi de' Tedeschi, de' Boemi, degli Ungari. Federico non aveva saputo conservare, nè le prerogative della sua corona, nè i confini del suo impero. Tutti i suoi diritti erano stati invasi dagli stati della Germania: di trent'anni, ch'egli regnava, la Cristianità vedevasi sempre esposta a crescenti calamità; i Turchi erano finalmente giunti ai confini de' suoi stati ereditarj, e niente aveva egli ancora fatto per difenderli. In così manifesta impotenza aveva per altro l'ambizione di far valere le antiche pretese dell'impero sullo stato di Milano; onde non aveva voluto riconoscere Francesco Sforza, nè adesso suo figlio Galeazzo. Aveva rimandati bruscamente gli ambasciatori di Galeazzo, dichiarando ch'egli solo era il duca di Milano e non altri. «Colla spada, rispose uno di loro, il duca Francesco acquistò questo ducato, e suo figlio aspetterà per perderlo che gli sia tolto colla spada[364].» Ma Federico era ben lontano dal tentare un'impresa di tanta importanza. Vero è che desiderava di entrare in lega colla santa sede, che contava Galeazzo tra i suoi nemici; ma, lungi dal riuscirvi, inspirò a Paolo II tanta diffidenza della sua debolezza, che questi avrebbe piuttosto accettata l'alleanza dello stesso Galeazzo, se a tale prezzo avesse potuto farsi guarentire le conquiste che meditava di fare in Romagna[365].
Galeazzo Sforza poco temeva l'imperatore e non pensava pure ad amicarsi il papa. Erasi attaccato alla Francia. Luigi XI aveva saputo solleticare la sua vanità, mostrando di valutare assai la di lui alleanza, che rendeva più intima con un matrimonio. Il 6 luglio del 1468 Galeazzo Sforza sposò Bonna di Savoja, sorella di Carlotta moglie di Luigi XI. Per fare questo matrimonio mancò di fede al marchese Gonzaga, che da lungo tempo gli aveva promessa sua figlia. Bonna era stata educata nella corte di Francia, e Luigi XI ne disponeva come se dipendesse da lui solo. Non interpellò pure il di lei fratello, Amedeo IX, duca di Savoja, o piuttosto la reggenza che governava a nome di questo principe, reso quasi affatto imbecille da frequenti insulti epilettici. Luigi XI assegnò per dote a Bonna di Savoja la città di Vercelli, autorizzando Galeazzo Sforza ad acquistarla colle armi; ma questi vide tornar vani i suoi tentativi in ottobre del 1468[366].