Il duca di Milano, altero del parentado che lo faceva cognato del re di Francia, si rese intollerante di qualunque freno, e più non volle ascoltare i consigli di sua madre Bianca Visconti, che si era sempre mostrata tenera e generosa verso di lui. La maltrattò indegnamente sforzandola ad abbandonare la corte ed a ritirarsi a Cremona. Colà morì bentosto il 19 ottobre del 1468, e si aveva di già una tale opinione della scelleratezza di Galeazzo, che venne accusato d'averla avvelenata, per impedire il progetto che supponevasi avere Bianca di dare Cremona ai Veneziani[367].
Paolo II, respinto dal duca di Milano, nulla poteva sperare da Luigi XI dopo l'intima sua alleanza col duca. Per altro era propriamente alla corte di Francia che il papa aveva sperato di trovare un difensore, un vindice, e colà aveva intavolati i suoi primi trattati. Ma Giovanni d'Angiò, duca di Calabria, cui erasi rivolto per armarlo contro il re di Napoli, trovavasi in allora occupato in un'altra guerra con quegli stessi Arragonesi, cui aveva precedentemente contrastata la corona di Napoli, e questa guerra più non permetteva al papa di sperare nè i soccorsi de' Francesi nè quelli degli Spagnuoli. Il fratello del grande Alfonso, Giovanni re di Navarra, gli era succeduto sul trono d'Arragona senza voler rinunciare lo stato di Navarra, ereditato dalla prima sua moglie, a suo figlio Carlo, conte di Viana, come aveva promesso di fare. La sola domanda fattagliene aveva in lui risvegliato un violento risentimento verso i figli del primo letto, e la seconda sua consorte, Giovanna Enriquez, che gli aveva dato per figlio il troppo famoso Ferdinando il Cattolico, non aveva mancato d'inasprire questo risentimento, cambiandolo in un implacabile odio. A Ferdinando pensava Giovanni di trasmettere le corone ereditate da Alfonso. Aveva fatta la guerra al conte di Viana, la di cui causa era stata abbracciata dal re di Castiglia. I Catalani eransi sollevati a favore del loro principe ereditario, ed il re per disfarsi di lui si era valso del tradimento. Aveva sotto la fede pubblica chiamato suo figlio alle Cortes d'Ilerda, dove lo aveva poi fatto arrestare con aperto disprezzo del suo salvacondotto, e quando universali insurrezioni lo forzarono a rilasciarlo, egli non gli diede la libertà che dopo avergli dato un veleno, che lo condusse a morte il 24 agosto del 1461[368]. Due sorelle legittime, eredi del conte di Viana, imbarazzavano ancora il cammino di Ferdinando. Il re Giovanni sagrificò la maggiore, Bianca, sposa separata del re di Castiglia, alla cadetta, Eleonora, che fu poi regina di Navarra, la quale aveva sposato il conte di Foix. Bianca fu data in mano ad Eleonora, e perì avvelenata nel castello d'Orthès nel 1464[369]. Tanti delitti non fecero che accrescere la ripugnanza dei popoli per tali sovrani. I Catalani, piuttosto che riconoscere Giovanni o suo figliuolo, chiamarono al trono don Pedro, infante di Portogallo, e morto questi nel 1466[370], si volsero finalmente al vecchio re Renato d'Angiò, che per sua madre Yolanda d'Arragona veniva ad essere nipote di Giovanni I d'Arragona, morto nel 1395. Renato, troppo vecchio per prendere parte a nuove guerre, cedette l'eventualità di questa spedizione a suo figliuolo Giovanni, duca di Calabria: Giovanni fu infatti proclamato re di Barcellona; e colà aveva ricevute le prime proposizioni di Paolo II; siccome l'intrapresa guerra non procedeva troppo prosperamente, forse non sarebbe stato lontano dal pensiero di sperimentare un'altra volta la sua fortuna nel regno di Napoli; ma, sorpreso da una malattia epidemica in Barcellona, vi morì il 16 dicembre del 1470, in età di 45 anni[371], e pose con ciò fine alla resistenza dei Catalani, alle negoziazioni del papa, ed alle ultime speranze del partito d'Angiò[372].
Anche prima della morte del duca di Calabria i progressi dei Turchi, ch'empirono l'Italia di spavento, l'invasione della Croazia nel 1469, la conquista di Negroponte nel 1470, fecero all'ultimo sentire a Paolo II quanto imprudente cosa sarebbe l'accendere una nuova guerra alle porte di Roma, impiegando contro un feudatario della santa sede quei soldati e quelle ricchezze, di cui potrebbe tra poco aver bisogno per difendere la propria esistenza. Acconsentì adunque di lasciare a Roberto Malatesta i feudi che aveva posseduti suo padre, e coll'intervento di Borso, duca d'Este, propose a tutti gli stati d'Italia una lega per la difesa generale, ed il mantenimento d'ognuno nella propria indipendenza; lega che venne finalmente da tutti accettata, e pubblicata il 22 dicembre del 1470[373].
Paolo II aveva compiutamente tradite le speranze de' cardinali e di tutta la Chiesa; l'unanimità de' suffragi in suo favore nell'istante in cui cercavasi un uomo degno di succedere a Pio II, uno de' più grandi pontefici che abbia avuto la Chiesa, faceva da Paolo sperare sommi talenti e grandi virtù; ed egli per lo contrario facevasi conoscere ambizioso, collerico, perfido nelle sue negoziazioni, ingrato verso la sua patria, imprudente nella sua politica, poco curante dei veri interessi della Cristianità. Nell'istante in cui suo malgrado ridonava la pace all'Italia, abbandonossi a nuovi progetti di vendetta contro altri nemici, che credeva d'avere scoperti. Erano questi i letterati di Roma, che, in sull'esempio di altre città d'Italia, avevano di fresco fondata un'accademia. Una feroce diffidenza fece da Paolo II risguardare la loro associazione come una trama contro la sicurezza del papa e contro la pace della Chiesa. Assoggettò alla tortura uomini il di cui nome in allora pronunciavasi con venerazione; volle essere presente egli medesimo ai loro tormenti per incalzare ii loro interrogatorio, e lasciò che i carnefici eccedessero in modo i limiti prescritti in questa orribile processura, che Agostino Campano, uno de' dotti, ch'egli aveva fatti imprigionare, morì tra le loro mani. Pure tante crudeltà non gli svelarono alcuna trama, che potesse giustificare la sua collera, alcuna eresia contro la Chiesa, alcuna cospirazione contro lo stato[374]. Provocarono soltanto sopra di lui l'odio de' suoi contemporanei e quello dei letterati, ed avrebbero tolto ogni difensore alla sua memoria, ad eccezione di quelli che difendono per professione tutti gli atti della santa sede, se un beneficio da lui accordato alla casa d'Este, o piuttosto un titolo d'onore, onde lusingò la di lei vanità, non gli avesse acquistati degli apologisti tra i beneficati di questa casa.
Borso d'Este era stato dall'imperatore creato duca di Modena e di Reggio; ma in Ferrara non aveva ancora altro titolo che quello di vicario pontificio. Le prime due città dipendevano dall'impero, l'altra dalla santa sede. Spiaceva a Borso di non prendere il suo più onorevole titolo dalla città in cui abitualmente dimorava, e che da più lungo tempo ubbidiva alla sua famiglia. Borso aveva meritata la riconoscenza del pontefice pel suo zelo come mediatore dell'ultima pace. Egli aveva tratto Paolo II dall'imbarazzo ov'erasi imprudentemente posto coll'aggressione di Rimini e colle negoziazioni col duca di Calabria. Il papa per attestargli la sua gratitudine acconsentì d'innalzare Ferrara al rango di ducato dipendente dalla santa sede. Chiamò Borso a Roma pel giorno di Pasqua, 14 aprile del 1471 per investirlo di questa nuova dignità con una straordinaria pompa. In principio della cerimonia il papa lo armò cavaliere di san Pietro, gli diede a tenere la spada sguainata in tempo della messa per difendere la Chiesa e per confondere gl'infedeli. Gliela fece in appresso cingere da Tommaso, despota della Morea, fratello dell'ultimo imperatore d'Oriente. Gli si fecero porre gli speroni da Napoleone Orsini, generale della Chiesa, e da Costanzo Sforza, figlio del signore di Pesaro. Fin allora Borso aveva avuto posto cogli arcivescovi; ma quando il papa gli ebbe in appresso dato il mantello ducale, lo fece sedere tra i cardinali, quasi lo avesse renduto loro eguale; finalmente Paolo II gli presentò la rosa d'oro, che il pontefice costuma di dare il dì di Pasqua ad alcuno de' più grandi signori della Cristianità[375]. Pare che veruna bolla autenticasse questa nomina, o almeno niuna ne viene riferita dall'annalista della Chiesa, o da quello della casa d'Este[376]. Non pertanto fu per cagione di tal nuovo titolo, che questa casa venne in appresso spogliata d'uno stato, cui aveva posseduto più di quattro secoli. Il vicariato perpetuo della santa sede, estinguendosi la legittima linea, doveva ricadere al supremo signore. Originariamente i signori di Ferrara avevano riconosciuto l'alto dominio della Chiesa per sottrarsi a quello dell'imperatore: ma i signori di Ferrara non avevano ricevuta da costoro l'autorità sopra Ferrara, ma da un antico contratto col popolo. La vana pompa, che diede un titolo alla casa d'Este, la cinse di catene fin allora non vedute. La sovranità di Ferrara e la dignità ducale vennero risguardate come beneficj della santa sede, i quali essa aveva potuto limitare con condizioni, e poteva ritirare a di lei beneplacito. Don Cesare d'Este perdette il ducato di Ferrara, il 13 gennajo del 1598, perchè Borso ebbe la debolezza di ricevere la corona ducale il 14 aprile del 1471.
Del resto questa pompa teatrale fu press'a poco l'ultimo atto dell'uno e dell'altro. Paolo II morì di subita morte il 26 luglio di quest'anno, lasciando un ragguardevole tesoro in danaro, e sopra tutto una grande quantità di pietre preziose, per le quali nutriva un gusto puerile. L'estrema sua avarizia lo aveva renduto odioso alla sua corte ed a tutti i signori d'Italia. Riteneva giacenti tutti i ricchi beneficj de' prelati che morivano, pel solo desiderio di ammassare; perciocchè non arricchì altrimenti i suoi congiunti, nè impiegò i suoi tesori per ostentazione di lusso, o pel vantaggio della Chiesa, o pel compimento de' suoi progetti[377]. Borso primo, duca di Ferrara, che aveva seco portata da Roma una continua febbre, che si ascrisse ad un lento veleno, morì ancor esso il 20 agosto del 1471[378]. E così la scena del mondo erasi totalmente rinnovata. Alfonso di Napoli, Cosimo dei Medici e suo figlio Pietro, Francesco Sforza e sua moglie Bianca, Giovanni Unniade e Scanderbeg, Giovanni d'Angiò, Sigismondo Malatesta, infine tutti coloro che avevano avuta una parte importante nelle rivoluzioni accadute circa la metà del quindicesimo secolo, mancarono quasi nello stesso tempo; e ritirandosi fecero piazza a nuovi personaggi, animati da nuovi interessi e da nuove passioni[379].
CAPITOLO LXXXII.
Continuazione della guerra de' Turchi; loro guasti nella Carniola e nel Friuli; quelli de' Veneziani nella Grecia e nell'Asia minore. — Rivoluzioni di Cipro, che riducono questo regno sotto la dipendenza della repubblica di Venezia.
1469 = 1473.