Paolo II non aveva voluto in tempo del suo pontificato conservare la pace d'Italia, procurata dal suo predecessore; ma pensò ancora meno a difendere la Cristianità contro le invasioni sempreppiù minaccianti dei Turchi. Uno de' principali motivi che aveva avuto il conclave per riunire su di lui tutti i suffragi era la sua nascita veneziana. Si era creduto che la carità verso la sua patria, che l'influenza de' suoi congiunti, de' suoi amici, avrebbero secondate le intenzioni della Chiesa, che voleva riunire tutta la Cristianità alla repubblica di Venezia contro gli Ottomani. Erasi veduto Pio II apparecchiato a salire sulla flotta del vecchio doge, e si sperava che il di lui successore anderebbe ancora più d'accordo col primo magistrato della repubblica, in cui era nato. Ma Paolo II, incerto nelle sue relazioni colla sua patria, fu in tempo della spedizione del Coleoni in procinto di dichiararsi contro di lei; e quando poi strinse un'intima alleanza coi Veneziani, lo fece per soddisfare alla propria ambizione, volgendo ad altri usi le armi ch'essi impiegavano contro i Turchi. E non arrecò minor danno alla loro causa, dirigendo contro gli eretici di Boemia le forze di Mattia Corvino, loro unico alleato.

Mattia Corvino era figliuolo del gran Giovanni Unniade, ch'era stato vent'anni lo scudo dell'Ungheria. Ladislao di Polonia, ch'egli aveva fatto re, gli aveva per gratitudine data la dignità di Wayvoda di Transilvania. Durante la minorità di Ladislao il Postumo, o l'Austriaco, che Federico III teneva prigioniero nella sua corte, Giovanni Unniade aveva governato dodici anni il regno in qualità di reggente e di capitano generale. Un mese prima, che morisse aveva ancora, nel 1456, respinto Maometto II da Belgrado[380]. Ladislao il Postumo, figlio d'Alberto d'Austria, lungi dal mostrarsi riconoscente verso la famiglia di così grand'uomo, gettò, appena salito sul trono, Mattia Corvino in una prigione a Praga, e fece uccidere suo fratello[381]. Corvino fu cavato di prigione dopo due anni da Giorgio Podiebrad, nell'istante dell'improvvisa morte di Ladislao, accaduta a Praga il 23 novembre del 1457; ed aveva tuttavia i ferri ai piedi ed alle mani, quando venne proclamato re d'Ungheria in luogo di Ladislao, nello stesso tempo che Giorgio Podiebrad era proclamato re di Boemia. Sposò la figlia di quest'ultimo, e questi due sovrani, nominati dalle due nazioni riconoscenti, mostraronsi ambidue degni del trono[382]. Bentosto il regno di Mattia Corvino fu illustrato da vittorie non meno brillanti di quelle di suo padre. Nel 1462 ricuperò Jaicza, capitale della Bosnia, e la difese l'anno susseguente contro Maometto II[383]. Essendosi a tale epoca accesa la guerra tra i Veneziani ed i Turchi, Corvino strinse un'intima alleanza colla repubblica, la quale gli pagò ogni anno cento mila ducati, per supplire in parte alle spese de' suoi armamenti[384]. Il re d'Ungheria portò alternativamente le sue armi nella Rascia, nella Valacchia, nella Croazia, nella Transilvania, vi ottenne luminose vittorie sui Maomettani, e più ancora sui principi cristiani loro vassalli.

La fama di tali vittorie diede al papa un'alta idea della potenza di Mattia Corvino, e la corte di Roma lo eccitò a rivolgere le sue armi contro un nemico meno temuto, ma più odiato dei Turchi, Giorgio Podiebrad re di Boemia. La setta di Giovanni Huss mantenevasi sempre nel suo regno assai numerosa; e Podiebrad, portato sul trono dai suffragj della sua nazione, era forzato di tollerare i settarj che formavano il più fermo suo appoggio. La corte di Roma non lo rimproverava di sentire come loro, ma soltanto di non volere perseguitarli. Per allontanare ogni sospetto d'eresia egli aveva offerto di dichiarare solennemente che non credeva necessario ai fedeli di ricevere il sacramento sotto le due specie; ma il papa gli aveva risposto, che la sua dichiarazione non bastava, s'egli non autorizzava l'arcivescovo a punire severamente coloro che darebbero o riceverebbero la comunione sotto le due specie. «Ch'egli espressamente dichiari, soggiugneva il papa, se il braccio secolare eseguirà le sentenze dell'arcivescovo per punire i preti che favorissero gli errori, se gli si darà tutta l'assistenza reale ed attuale per ridurre all'ubbidienza della sede apostolica tutti i traviati, e per estirpare tutte le eresie[385].» Giammai il re di Boemia non volle abbandonare ai tribunali Rochizane, arcivescovo scismatico di Praga, e questo rifiuto di unirsi ai persecutori, risguardato da Paolo II come una ribellione odiosa contro la Chiesa, gli procurò finalmente dalla corte di Roma una sentenza di deposizione. Giorgio Podiebrad fu condannato il 20 dicembre del 1466, come colpevole d'eresia e dichiarato decaduto dal trono di Boemia[386]. Questo trono fu offerto a Casimiro, re di Polonia, che non volle accettarlo[387]. Pochi mesi dopo, una seconda scomunica colpì tutti i sudditi conservatisi fedeli a Podiebrad, e tutti coloro che gli prestassero ajuto o favore. Nello stesso tempo tutti i principi cristiani vennero sciolti da tutti i giuramenti che potessero avere emessi a di lui favore, e da tutti i trattati con lui stipulati; finalmente Rodolfo, vescovo di Lavenza, fu incaricato di predicare una crociata contro la Boemia[388]. Era questo l'anno posteriore alla morte di Scanderbeg; la Macedonia era stata posta a fuoco ed a sangue, ed invasa la Bosnia; e non pertanto il papa accendeva agli stessi confini della cristianità un'insensata guerra civile, che giovava agli avanzamenti dei Turchi. Mattia Corvino lasciossi sedurre dalla speranza d'una nuova corona; nel 1468 dichiarò la guerra a Giorgio Podiebrad, suo alleato, suo suocero e suo liberatore; sguarnì i confini dell'Ungheria per guastare e conquistare la Boemia, ed abbandonò i Veneziani nella lotta intrapresa di comune accordo. Pel corso di sette anni continuò i suoi attacchi impolitici, non più contro Podiebrad, morto nel 1470, ma contro Uladislao, figliuolo del re di Polonia, che i Boemi gli avevano sostituito, e mentre consumava inutilmente le sue forze in questa guerra, Maometto II dava ruinosi colpi alla Cristianità[389].

Quello che più atterrì gl'Italiani fu una spedizione diretta da Hassan Bey, cristiano rinegato e pascià della Bosnia. Era stato chiamato in Croazia da un gentiluomo di quella provincia, che voleva vendicarsi di suo fratello; egli vi entrò in luglio del 1469 con venti mila cavalli, prima che fosse stato fatto alcun apparecchio di difesa: otto mila Cristiani, ch'eransi rifugiati in una città della Croazia furono passati a fil di spada, e tre mila fatti schiavi. L'armata turca, continuando i suoi progressi, attraversò e guastò la Carniola: erasi di già avanzata cento sessanta miglia nell'interno delle terre, e più non aveva che una breve giornata di cammino per giugnere a Trieste o ai confini del Friuli e per entrare in Italia. Ma i vincitori, trovandosi bastantemente carichi di bottino, ed imbarazzati dai prigionieri, diedero a dietro senza aver presa alcuna fortezza. Erano stati uccisi diciotto mila Cristiani, e quindici mila condotti in Turchia per essere venduti come schiavi; non eransi risparmiati nè vecchi, nè fanciulli, erano state bruciate tutte le messi e scannati tutti gli armenti che i Turchi non avevano potuto esportare; onde sarebbesi detto che non nemici, ma furie avevano guastato il paese[390]. I Turchi per rientrare nella Bosnia avevano passato un fiume che il cardinale di Pavia chiama Lupratia[391]. Erasi in modo gonfiato questo fiume per le continue pioggie, che l'esercito turco dovette trattenersi otto giorni presso le sue rive prima di poterlo passare. In questo tempo sarebbesi potuto fare una giusta vendetta della loro barbarie, e riavere i prigionieri ed il bottino; ma era questa appunto la stagione in cui gli Ungari lasciando il proprio paese scoperto, saccheggiavano la Boemia. Mattia Corvino faceva allora prigioniere Vittorino, suo cognato, figliuolo di Giorgio Podiebrad, e riceveva in Olmutz le corone del regno di Boemia e del marchesato di Moravia, che supponeva d'avere conquistato[392].

La repubblica di Venezia, che tremante aveva veduto l'armata turca avvicinarsi ai suoi confini di terra ferma, non volle attaccare da questo lato i Musulmani, temendo d'insegnar loro in tal maniera la strada per la quale penetrar potevano nel cuore dell'Italia. Essa non voleva guerreggiare cogl'infedeli che per mare. Niccolò Canale, ch'era succeduto nel comando delle truppe veneziane in Grecia a Jacopo Loredano, adunò a Negroponte una flotta di ventisei galere, colla quale, dopo avere minacciate molte isole dell'Egeo, sorprese la città d'Eno nel golfo Saronico, cui prese d'assalto. Non sembra che i Turchi avessero guarnigione in Eno, città commerciante assai ricca, ed abitata solamente da Greci. Venne abbandonata a tutti gli orrori del saccheggio, ed all'ultimo ridotta in cenere; e non furono rispettati i luoghi sacri, nè le religiose chiuse ne' conventi, che gli stessi Turchi avevano rispettate. Furono condotti schiavi a Negroponte due mila prigionieri, tra i quali vedevansi molte rispettabili matrone greche, ed i soldati si divisero un ricchissimo bottino[393]. La notizia del sacco d'Eno fu portata a Roma nello stesso tempo dell'altra d'un vantaggio ottenuto sugli eretici boemi; per i quali prosperi avvenimenti il papa ordinò in tutte le chiese rendimenti di grazie[394].

Sebbene le piraterie de' Veneziani non recassero ordinariamente danno che ai sudditi cristiani di Maometto II, questo terribile monarca era disposto a non più soffrire somiglianti insulti. Il 2 agosto del 1469 egli pronunciò a Costantinopoli e fece ripetere in tutte le moschee del suo impero il seguente giuramento: «Io Maometto, figlio d'Amurat, sultano e governatore di Baram e di Rachmaele, elevato dal Dio supremo, collocato nel circolo del sole, coperto di gloria più di tutti gl'imperatori, felice in ogni cosa, temuto dai mortali, potente nelle armi, per le preghiere dei santi che sono in cielo e del gran profeta Maometto, imperatore degl'imperatori e principe de' principi che esistono dal Levante al Ponente; io prometto a Dio unico, creatore d'ogni cosa, col mio voto e col mio giuramento, che non accorderò sonno ai miei occhi, che non mangerò cose delicate, che non cercherò ciò che è aggradevole, che non toccherò ciò che è bello, che non volgerò la mia fronte dall'Occidente all'Oriente, se io non rovescio e non calpesto coi piedi de' miei cavalli gli Dei delle nazioni, quegli Dei di legno, di rame, d'argento, d'oro o di pittura, che i discepoli di Cristo sonosi fatti colle loro mani; giuro che sterminerò tutta la loro iniquità dalla faccia della terra, da Levante a Ponente, per la gloria del Dio di Sabaoth e del gran profeta Maometto. E perciò faccio sapere a tutti i popoli circoncisi, miei sudditi, che credono in Maometto, ai loro capi ed ai loro ausiliarj, s'essi hanno il timore del Dio fondatore del cielo e della terra, ed il timore dell'invincibile mia potenza, che tutti debbano recarsi presso di me, il settimo della luna di Ramadan, di quest'anno 874 dell'Egira (11 marzo 1470), ubbidendo al precetto di Dio e di Maometto, il primo dei quali colla sua provvidenza, il secondo colle preghiere, ci assistono senza dubbio[395]

Dietro tale invito un esercito ed una formidabile flotta, quali mai non avevano avuti i Musulmani, adunossi a Costantinopoli. I Latini esageravano sempre a dismisura la forza delle armate musulmane, apparecchiandosi per tal modo una scusa delle loro sconfitte, e maggior gloria nelle vittorie. In quest'occasione non parlano niente meno che di quattrocento navi uscite dall'Ellesponto, il 31 maggio del 1470, e di trecento mila uomini che dalla Tracia si avanzavano nella Grecia[396]. Minorandosi ancora molto questo numero, è sempre certo che l'armata di Maometto superava di molto tutto quanto potevano opporgli i Veneziani. Niccolò Canale, loro ammiraglio, trovavasi a Negroponte con trentacinque galere. Quando gli fu detto che la flotta turca era comparsa presso Tenedo, s'avanzò pel canale che separa Lenno ed Imbro, e mandò avanti Lorenzo Loredano con dieci galere per riconoscere i nemici. Gli ordinava di non evitare la battaglia quando i Turchi non avessero più di sessanta vele, perciocchè non tarderebbe egli medesimo a soccorrere la sua vanguardia, ed aveva fiducia di battere gl'infedeli, purchè questi non fossero più di due contro uno. Ma se i Turchi avevano più di sessanta vascelli, gli ordinava di far forza di vele e di remi per evitarli[397]. Bentosto il Loredano e lo stesso Canale scoprirono la flotta musulmana, che copriva tutto il mare. I Turchi, che per la prima volta sperimentavano la loro marina, sentendo la loro inferiorità nelle evoluzioni e nella grandezza delle navi, avevano compensati questi svantaggi alla maniera de' barbari, duplicando il loro numero. I Veneziani credettero che altro partito loro non restasse a prendere che quello della fuga, e, approfittando dell'oscurità della notte, si posero al coperto dietro l'isola di Sciro, mentre che i Turchi vi eseguivano una discesa per saccheggiarla e bruciarla. Allora previde il Canale che quest'armamento era destinato contro di Negroponte; e mandò tre galere, con quanti viveri potè ragunare a Calcide, capitale dell'isola; pochi giorni dopo ne mandò altre due; ma in allora più non era possibile d'entrare nello stretto, avendone i Turchi fortificati tutti i passaggi.

L'isola d'Eubea o di Negroponte stendesi lungo le coste della Tessaglia, della Beozia e dell'Attica cento quaranta miglia; in niun luogo conta più di venti miglia di larghezza, ed il suo circuito, allungato molto dalle sinuosità, è di 365 miglia. Le molte città ond'era in altri tempi tutta coperta, erano state presso che tutte distrutte. Conservavasi sola in piedi quella di Negroponte o Calcide in riva allo stretto dell'Eurypo, dov'è più angusto. Luigi Calvo comandava in questa città come capitano, Giovanni Bondumieri come provveditore, e Paolo Erizzo come podestà, i quali avevano sotto i loro ordini una debole guarnigione con alcuni nobili veneziani. Frattanto Maometto II giunse nella Beozia, in faccia a Negroponte colla sua armata di terra, che il Sabellico, il più moderato degli scrittori latini, porta a 120,000 uomini. La flotta turca era di già signora del canale, ed aveva cercato di chiuderne l'ingresso con catene, attaccate a vascelli colati a fondo di tratto in tratto[398]. Allorchè il sultano si trovò in faccia all'isola, i Turchi cercarono di unire con un ponte di battelli l'Eubea alla Beozia; e dopo alcuni attacchi valorosamente sostenuti dagli abitanti, questo ponte fu stabilito avanti alla chiesa di san Marco, discosta un miglio dalla città[399]. L'assedio fu subito cominciato; scoprironsi molte batterie; ed in allora risguardavasi come prodigiosa l'attività dell'artiglieria turca, perchè ogni bocca tirava contro ai muri cinquantacinque colpi per giorno.

Intanto erasi avuto avviso a Venezia che Negroponte era assediato, e conoscevasi il pericolo di quest'isola, risguardata come il principale luogo di tutte le colonie militari de' Veneziani nell'Arcipelago. Il senato fece armare a precipizio tutte le galere che aveva, e di mano in mano che furono pronte, le spedì a raggiugnere Niccolò Canale, ordinandogli di tutto avventurare per liberare Negroponte. Dal canto suo Girolamo Molini, che col titolo di duca governava Candia per la repubblica, aveva mandate alla flotta sette grosse galere cariche di viveri. Dopo avere ricevuti tali rinforzi, l'ammiraglio veneziano poteva credersi a portata di misurarsi coi Turchi. Più non eravi tempo a perdere per liberare gli assediati, cui erano già stati dati tre assalti successivi, il 25 e 30 giugno, ed il 5 luglio[400]; e sebbene i Veneziani cercassero di prendere coraggio, affermando che ne' due primi assalti erano stati uccisi 16,000 turchi, e 5,000 nel terzo; le perdite degli assediati, meglio avverate, erano spaventosissime. Niccolò Canale, spinto da favorevole vento, e secondato dalle correnti, ruppe finalmente le catene che chiudevano l'ingresso dell'Eurypo, e presentossi l'11 luglio in faccia alla città, alla flotta turca e a ponte, dal quale non era lontano più di un miglio. Gli assediati nel colmo della gioja si credettero liberati: Maometto, temendo di vedere tagliato il ponte e di trovarsi chiuso nell'isola, fu, per quanto dicesi, in procinto di fuggire. Ma il Canale non era stato seguito che da quattordici galere e da due vascelli, avendo la paura o qualche altro motivo trattenuto il rimanente della flotta al di fuori dell'Eurypo. Non pertanto il suo pilota, Candiano, e due capitani di vascello, i fratelli Pizzamani, lo consigliavano ad urtare nel ponte, credendosi sicuri di romperlo coll'ajuto della corrente e del vento, che li favoriva; e poco temevano la flotta turca, posta dietro al ponte in luogo troppo angusto per muoversi. Ma il Canale mancò di risoluzione; vietò al suo pilota di andar più oltre, finchè non giugnesse il rimanente della flotta, cui mandava per affrettarla messi sopra messi. Mentre l'aspettava inutilmente, Maometto II diede un quarto assalto, e nello stesso tempo fece avvicinare la sua flotta alle mura dalla parte di Borgo alla Zuecca. Gli assediati tenevano gli occhi immobili sul luogo in cui avevano veduto apparire le vele veneziane, la di cui immobilità formava l'oggetto della loro disperazione. Pure si difesero con estremo valore, finchè la notte divise i combattenti. Allo spuntare del giorno 12 ricominciò l'assalto, cui gli assediati opposero sempre la stessa resistenza. Di già le brecce erano praticabili; soldati sempre nuovi si presentavano all'attacco; ed i Calcidiesi trovavansi oppressi dalla fatica. Verso la seconda ora del giorno furono respinti dalle mura; ma perchè tutte le strade erano barricate, continuarono a difendersi in città fino alla morte dell'ultimo di loro. Tutti perirono, perciocchè il feroce Maometto aveva fatto pubblicare nel suo campo, che manderebbe al supplicio chiunque risparmiasse un solo prigioniero di oltre vent'anni[401]. I cadaveri, ammucchiati sulla piazza di san Francesco, e sopra quella del Patriarca, furono in appresso gettati in mare.