Mentre ancora durava così spaventosa carnificina, il rimanente della flotta venne a raggiugnere l'ammiraglio, ma era troppo tardi; le bandiere di san Marco erano staccate dalle mura; la città era perduta, ed i soldati delle galere affatto scoraggiati. I Veneziani ritiraronsi a precipizio dal canale dell'Eurypo, fremendo di dolore e di rabbia per avere lasciata distruggere sotto i loro occhi una così importante colonia. Due dei comandanti veneziani, che si trovavano in Calcide, erano morti combattendo; il terzo, Paolo Erizzo, stava chiuso nella cittadella, e si arrese a condizione d'avere la testa sicura. Maometto ordinò che fosse segato a mezzo il corpo, aggiugnendo l'atroce facezia, di non avergli garantita che la testa, e che perciò gliela lasciava[402].

Il dolore cagionato a Venezia dalla perdita di Negroponte fu accompagnato dalla più violenta indignazione verso Niccolò Canale. Invece d'incoraggiare i soldati alla battaglia, aveva ritenuti dei guerrieri di lui più animosi, ed aveva rifiutato di tentare di rompere il ponte de' vascelli turchi, nel momento in cui avrebbe così potuto salvare la città. Fin allora il di lui coraggio non era mai venuto meno nelle battaglie; ma si pretese che in quest'occasione la presenza di suo figlio sulla flotta gli avesse inspirato un insolito timore. Dopo la caduta di Calcide niente egli fece per riparare l'insulto fatto alla bandiera di san Marco. Frattanto Giacomo Veniero ed altri gli avevano condotti tali rinforzi, che finalmente aveva raccolte cento galere sotto i suoi ordini. Questa flotta era più formidabile che quella de' Turchi, quand'ancora la musulmana fosse stata effettivamente composta di quattrocento vascelli, come affermano diversi storici. Il sultano aveva riuniti tutti quelli del commercio, tutti quelli che potevano servirgli pei trasporti, e la sua flotta, male agguerrita, nè sapeva agire nelle battaglie, nè ubbidire ai segnali, mentre che i Veneziani erano i più arditi marinaj del mediterraneo, perchè i più esperti.

Dopo la conquista di Negroponte la flotta ottomana si ritirò verso i Dardanelli, e Niccolò Canale l'inseguì fin presso a Scio; colà adunò un consiglio di guerra, e dietro il parere de' suoi capitani si astenne dall'attaccare i Turchi, che di già credevansi perduti. Tornò in appresso a Negroponte, che tentò di riprendere; ma non essendo stato combinato l'attacco delle truppe da sbarco con quello delle galere, egli venne respinto con perdita. Mentre ancora durava quest'azione, Pietro Mocenigo giunse presso a Canale, e disse, che per non isconcertare col suo arrivo piani anticipatamente combinati egli era apparecchiato a combattere sotto gli ordini di Canale se questi voleva rinnovare l'attacco. Il Canale vi si rifiutò, dichiarando che se Mocenigo voleva combattere era disposto a servire sotto di lui. Pareva che l'uno e l'altro temesse la responsabilità d'un'impresa troppo pericolosa; e l'uno e l'altro ricusarono di tentare la fortuna: ma il Mocenigo, avendo invano offerto al suo predecessore un'occasione di reabilitarsi, prese il comando della flotta, fece conoscere la commissione, ond'era incaricato dal consiglio dei dieci, e fatto arrestare il Canale, lo mandò incatenato a Venezia; dopo di che ricondusse i suoi vascelli ne' porti della Morea, per isvernarvi[403].

Niccolò Canale non restò senza apologista: papa Paolo II scrisse al doge di Venezia per giustificarlo; Francesco Filelfo, cui un'alta riputazione letteraria dava in politica un credito quasi uguale a quella che il Petrarca aveva esercitato nel precedente secolo, compose pure un'apologia di questo generale; ma il Canale venne relegato a vita a Porto Gruaro.

La perdita di Negroponte cagionò uno spavento universale in tutta la Cristianità. Fin allora i Veneziani si erano risguardati come i padroni del mare. Per qualsifosse superiorità che dal numero o da una forza brutale avessero potuto trarre i Turchi, eransi trovati impediti dal continuare le loro imprese dal più piccolo canale; un braccio di mare pareva un insuperabile baluardo alle insegne della mezzaluna. Sebbene la conquista dell'Illirico gli avesse avvicinati al centro de' paesi inciviliti, supponevasi sempre che sarebbero trattenuti dalla doppia linea di montagne, che loro si affaccerebbero prima d'entrare in Italia, e nè pure si pensava al pericolo di quella lunga estensione di coste da Reggio di Calabria fino a Venezia, di dove si aveva ovunque a vista d'occhio paesi musulmani. Siccome queste coste non erano state mai insultate dopo il decimo secolo, credevansi al coperto di ogni sorpresa. La subita creazione d'una formidabile marina musulmana fece sentire a tutti i paesi bagnati dal mare, che i loro porti erano aperti ad un conquistatore, determinato di distruggere la sede della religione cristiana[404]. Ferdinando, i di cui stati non erano separati dalla Turchia che da un canale di dodici leghe di larghezza, fu a ragione il più atterrito: Maometto gli aveva comunicato con insultante arroganza la sua vittoria di Negroponte, pregandolo a rallegrarsene con lui. Rispose il re di Napoli, che una vittoria ottenuta sopra Cristiani suoi alleati non potev'essere per lui occasione di gioja; ch'egli non poteva conservare amicizia per sua altezza; mentre la sua fede era in pericolo; ch'egli non verrebbe meno ai bisogni della sua religione, e che ordinerebbe alla sua flotta di unirsi ai Veneziani, per combattere gli Ottomani[405].

Bessarione, cardinale di Nizza, uno de' più illustri tra i Greci che avevano assistito ai concilj di Ferrara e di Firenze, invitava di già gli altri Greci, suoi compatriotti, a fuggire lontano da quell'Italia, ove più non potevano sperare sicurezza[406]. Pure aveva altresì dirette eloquenti esortazioni ai principi italiani per aprire loro gli occhi sullo spaventoso pericolo che li minacciava[407]. Papa Paolo II, che sapeva che Maometto la prendeva in particolar modo contro di lui e contro della sua sede, si rivolgeva a tutti gli stati cristiani, cercando di riunirli. Galeazzo Sforza aveva attaccato i signori di Coreggio e loro aveva tolto Brescello: Paolo lo supplicò di deporre le armi, di non perseguitare più oltre i piccoli principi, i di cui feudi erano sotto la protezione del duca di Modena[408]. I Veneziani facevano fare certi lavori in sul Mincio, che inquietavano il marchese di Mantova, e lo avevano costretto a ricorrere alla garanzia del duca di Milano: Paolo II scrisse loro per farli desistere da un'intrapresa, che poteva turbare la pace d'Italia[409]. Abbiamo veduto che rinunciò egli stesso ai suoi progetti d'invasione nel territorio di Rimini, ed alla sua vendetta contro Ferdinando. Non trascurò nè meno i piccolissimi potentati; Luigi, marchese di Mantova, Guglielmo di Monferrato, Amedeo IX di Savoja, i Sienesi, i Lucchesi, e Giovanni, re d'Arragona, padrone della Sicilia. Ottenne all'ultimo di ridurre i loro ambasciatori a rinnovare la lega d'Italia, alle stesse condizioni sotto le quali era stata conchiusa a Venezia nel 1454, e confermata a Napoli il 26 gennajo seguente. Quest'alleanza di tutti gli stati d'Italia per la vicendevole loro difesa si pubblicò a Roma, il 22 dicembre del 1470, e fu festeggiata in ogni luogo dal popolo[410].

Paolo II aveva pure rivolte le sue mire alla Germania; approvò il 14 gennajo del 1471 la pace conchiusa tra Mattia Corvino e l'imperatore Federico III, che tutti e due, dietro i suoi eccitamenti, avevano pretesa la corona di Boemia, e contrastatala colle armi[411]. Mandò Francesco, cardinale di Siena, che fu poi Pio III, alla dieta convocata a Ratisbona pel 25 aprile del 1471[412]. Lo incaricò d'una doppia missione; di affrettare per una parte i necessarj soccorsi per preservare la Germania da invasioni simili a quelle che avevano di fresco guastate la Carniola e la Carinzia, ed impedire dall'altra che i principi dell'impero non prendessero qualche favorevole risoluzione per Giorgio Podiebrad. La morte di questo re di Boemia rese inutile questa parte della missione del legato[413].

La prima assemblea di questa dieta, da cui si speravano così poderosi soccorsi, non si tenne che il 24 giugno. Il vescovo di Trento fu il primo a parlare, esponendo ai principi i guasti commessi dai Turchi ai confini della Germania ne' due precedenti anni[414]. Il cardinale di Siena, ch'era stato in Germania con suo zio Pio II, e conosceva tutti gl'interessi di quel paese, parlò ancor esso con molta forza per persuadere i Tedeschi a difendere la comune loro patria[415]. All'indomani Paolo Morosini, ambasciatore dei Veneziani, così parlò alla nazione germanica: «Da più di dugent'anni i Veneziani hanno cominciato a fare la guerra ai Turchi; essi sostennero soli, e segnatamente negli ultimi otto anni, i continui loro attacchi nella Tracia e nell'Illiria. Essi sonosi presentati soli come difensori della Cristianità, e pure, in un pericolo a tutti comune, trovansi abbandonati dal rimanente de' Cristiani. Il sonno dell'Europa ha cresciuta la potenza del nemico: e piaccia a Dio che l'Europa, risvegliandosi, sia tuttavia abbastanza forte per resistergli. Questo nemico si avanza egualmente per l'Illirico, per la Pannonia e per il golfo Adriatico, e non lascia sperare sicurezza nè sulla terra, nè sul mare. Finalmente i Tedeschi aprano gli occhi, ed osservino da quale specie di guerra sono minacciati. I vecchi sono uccisi, strozzati i fanciulli, e tutti coloro, che, fatti prigionieri, possono essere venduti, vengono strascinati dai barbari in fondo all'Asia; i templi sono bruciati coi sacerdoti che vi si trovano; tutti i prodotti dell'agricoltura e delle arti distrutti dal ferro e dal fuoco.... Pure, soggiunse, non dobbiamo ancora disperare, purchè i Tedeschi dispieghino in guerra quel valore con cui devesi difendere la propria vita e la libertà de' suoi congiunti. I Veneziani hanno ancora una numerosa flotta, e guarnigioni sparse su tutte le coste dell'Illirico e della Grecia, e venticinque mila uomini servono sotto le loro insegne. Il re Ferdinando aggiugnerà 23 galere alle nostre sessanta; il resto dell'Italia porterà facilmente la flotta veneziana a cento venti vascelli: se i Tedeschi li secondano per terra con eguale vigore, in breve saranno fuori di pericolo, e sicuro tutto il rimanente della Cristianità[416]

In un'altra sessione si lessero lettere indirizzate alla dieta dalla Carniola. In tutto il paese aperto, vi si diceva, più non rimane alcuna chiesa, nè casa di coltivatori. I cadaveri de' fanciulli e dei vecchi, scannati dai Turchi, perchè non isperavano di trovare compratori, non erano ancora stati sepolti e guastavano l'aria col loro fetore; non pertanto erano stati condotti via da questa sola provincia più di venti mila schiavi. I Turchi avevano fortificate alcune piazze, ove riponevano in sicuro il loro bottino, dopo avere ruinato tutto il vicinato. Poscia furono lette le lettere ricevute da Strigonia e dai magnati d'Ungaria: annunciavano queste, che l'armata dei Turchi, divisa in due corpi, minacciava i paesi cristiani; uno aveva presa la strada della Carniola, ed entrava nella Germania per gli stati di Federico III; si era l'altra fermato alla Sava, ove pareva che volesse formare un ponte ed una fortezza per dilatare da quella banda i suoi guasti in Ungaria. Aggiugnevano gli Ungari, che da cent'anni combattevano contro i Turchi, che il loro regno trovavasi esausto di uomini e di danaro, e che, se non ricevevano esteri soccorsi, non potrebbero lungamente sostenere gli attacchi di così potente ed ostinato nemico; ch'essi combattevano tanto per sè che per la causa comune; e che, sebbene fossero i primi esposti al pericolo, non perirebbero soli; che si volgevano all'imperatore ed ai principi della Germania, come coloro che trovavansi i primi allo scoperto, se essi rimanevano perdenti; e che inoltre spettava a colui, che il titolo d'imperatore faceva capo della repubblica cristiana, a porsi il primo tra i difensori della Cristianità[417].

Ma quest'imperatore era ben lontano dal corrispondere col suo zelo a ciò che da lui si chiedeva. Mentre si stava deliberando, i Turchi guastavano la Carniola, ed egli nulla faceva per difenderla o per vendicarla[418]; non pensava a dar soccorso nè agli alleati, nè ai vicini, ma soltanto chiedeva alla dieta di accordargli dieci mila uomini, di cui un quarto fosse di cavalleria, per difendere i suoi confini[419]; poco dopo non ne voleva più di quattro mila, forse atterrito dall'obbligazione, che gl'imporrebbe una più numerosa armata, di fare una guerra più attiva, e di dovere spesare quest'armata, mentre attraverserebbe i suoi stati. Dopo lunghissime deliberazioni la dieta decise nella seduta del 19 luglio, che tutto l'impero contribuirebbe in proporzione delle sue entrate; di modo che ogni migliajo di fiorini di capitale somministrerebbe e manterrebbe un cavaliere. Venne partecipato ai legati ed all'ambasciatore veneziano, che questa leva potrebbe produrre dugento mila uomini equipaggiati e mantenuti. Risposero con diffidenza a così esagerato calcolo, che, ove potessero aversi, basterebbero ottanta mila uomini[420]. Ma era troppo difficile il dare esecuzione a così generico decreto, e di fare eseguire tale riparto in tutti gli stati dell'impero; ed appena sarebbe bastata l'attività del più ambizioso e più riputato imperatore. Federico III nemmeno ci pensò, non d'altro occupandosi in allora che della sua rivalità coll'elettore palatino[421]. La dieta venne trasportata a Norimberga; niuna delle sue ordinanze ebbe esecuzione, e la Germania, l'Ungheria e l'Italia furono abbandonate senza difesa al furore de' Turchi[422].