Paolo II aveva incaricato il cardinale di Siena di sollecitare la dieta di Ratisbona, perchè facesse la guerra ai Boemi non meno che ai Turchi[423]. Confutò come calunniosa la supposizione ch'egli avesse mai acconsentito a qualsifosse accordo con Podiebrad, se questo monarca fosse vissuto[424]. Le deliberazioni de' Tedeschi non ebbero verun effetto; ma Mattia Corvino, cui il papa aveva accordata la corona di Boemia, spingeva i suoi progetti di conquista su questo regno. I Boemi, piuttosto che sottomettersi a lui, avevano offerta la corona ad Uladislao, figlio del re di Polonia, che venne a porsi alla loro testa. Nello stesso tempo Casimiro, suo padre, chiamato dai malcontenti d'Ungheria, venne ad attaccare Corvino ne' suoi proprj stati, e si avanzò fino a Nitria, ove in appresso sostenne un assedio[425]. E per tal modo, lungi che l'Ungheria fosse assistita dal rimanente della Cristianità, il papa l'indeboliva con una potente diversione, mentre opprimeva i Polacchi con una formidabile invasione. Ma la campagna contro i Turchi riuscì meno infelice di quello che temevasi. Essi avevano terminato sui confini della Sirmia, al passo della Sava, le fortificazioni d'una cittadella, cui diedero il nome di Sabatz, ossia l'Ammirabile[426]. Ma Maometto nel presente anno non fu alla testa de' suoi eserciti, e le spedizioni de' suoi pascià erano molto meno formidabili che le sue. Parve inoltre che covasse qualche pensiero di pace coi Veneziani. La vedova d'Amurat II, figlia di Giorgio Bulkowitz, ultimo despota della Servia, si offrì mediatrice; e due ambasciatori veneziani, Niccolò Cocco e Francesco Cappello, furono spediti presso questa principessa, indi alla corte di Maometto. Questo monarca avea avuto avviso degli armamenti della lega, e pensava d'intiepidirli con una negoziazione: a questo solo oggetto aveva chiamati i deputati veneziani alla Porta, e li rinviò senza aver nulla convenuto[427].
Ma Paolo II ed i Veneziani non avevano cercati ausiliarj contro i Turchi solamente tra gli Europei ed i Cristiani; avevano intavolata una più straordinaria negoziazione con Hassan Beg, o Ussun Cassan, che aveva conquistata la Persia nel 1468, scacciandone i discendenti di Timour, e fondandovi la dinastia del Monton Bianco[428]. Un frate francescano, Luigi di Bologna, si portò per la via di Caffa presso il conquistatore della Persia per eccitarlo a far valere i diritti di quell'impero, ch'egli ristaurava, sopra la Colchide e Trebisonda, e per promettergli ad un tempo i soccorsi degli Occidentali in una guerra contro i Turchi. Ussun Cassan prese infatti parte a questa confederazione; scrisse a Paolo II una lettera enfatica, tutta di stile orientale, per promettergli la sua cooperazione. Dopo avere per sè presi i più pomposi titoli, ne accordò pure d'assai magnifici al papa, ne' quali l'annalista della Chiesa vide una confessione della grandezza de' pontefici, strappata di bocca ad un infedele dalla forza della verità[429]. La sfida che Ussun Cassan mandò poco dopo a Maometto II era tutta simbolica. L'ambasciatore persiano versò innanzi al trono del sultano un sacco di miglio, ch'egli in appresso scopò, per significare che la scopa di Ussun doveva facilmente portar via tutta la moltitudine dell'armata ottomana. Maometto rispose nello stesso stile; dopo avere di nuovo fatto stendere il miglio, fece portare alcuni polli, che lo mangiarono. «Dì al tuo padrone, o ambasciatore, aggiunse egli, che come i miei polli hanno mangiato il suo miglio, così i miei giannizzeri mangeranno i suoi pastori della Tartaria, di cui ha creduto poterne fare dei soldati[430].»
Il papa, che aveva cominciate queste negoziazioni non potè vedere le conseguenze delle vicendevoli minacce, essendo morto, come si disse nel precedente Capitolo, il 26 luglio del 1471[431]. Francesco della Rovere di Savona, che Paolo II aveva levato dall'ordine di san Francesco, di cui era generale, e fatto cardinale di san Pietro ad vincula, gli fu dato per successore il 9 agosto del 1471, sotto il nome di Sisto IV[432]. La Rovere trovavasi in allora nell'età di 57 anni; era nato bassamente; ma dopo la sua esaltazione, cercò di confondere la sua origine con quella della nobile casa della Rovere di Torino. Questa casa, avendo aggradite le sue proposizioni, egli ne ricompensò la condiscendenza con due cappelli di cardinale[433]. Questo papa, che in seguito sagrificò scandalosamente gl'interessi della Chiesa alla grandezza di sua famiglia, che, come osserva il Machiavelli, «mostrò il primo tutto ciò che poteva un sovrano pontefice, e come molte cose, che prima dicevansi errori, potevano celarsi sotto l'autorità pontificia[434],» si fece vedere ne' primi mesi del suo regno tutto inteso ai pubblici affari ed alla difesa della Cristianità. Parve pure disposto d'accordare alla Boemia una pacificazione, o tregua, per poter disporre di più grandi forze contro i Turchi[435]. Ma mentre stava intento a calmare queste lontane turbolenze, poco mancò che una guerra civile, accesa nel ducato di Ferrara, non isforzasse la repubblica di Venezia a dividere le sue forze per far rispettare i suoi confini.
Borso d'Este era morto il 20 agosto, nemmeno un mese dopo il papa, che lo aveva fatto duca di Ferrara. Questo amabile principe non lasciava figliuoli, ed aveva mostrata la medesima predilezione verso suo nipote e verso suo fratello. Il primo, Niccolò d'Este, era figlio legittimo di Lionello, predecessore di Borso e bastardo come lui; il secondo, Ercole d'Este, era figlio legittimo di Niccolò III, padre di Borso. Il diritto di successione, male stabilito nella casa d'Este, pareva chiamare soltanto alla corona ducale quello tra i principi ch'era in istato di governare. Tra i figliuoli di Niccolò III i due bastardi erano andati innanzi ai due legittimi soltanto perchè questi, nati da Ricciarda di Saluzzo, erano ancora in tenera età, quando morì il loro padre. Il figlio di Lionello, nato di legittimo matrimonio con una principessa Gonzaga, aveva per la medesima ragione fatto luogo al suo zio Borso. Ma alla morte di questi Niccolò ed Ercole erano ambidue in età di poter governare, ed eguali sembravano i loro diritti. Nè l'istituzione dei ducati di Modena e di Reggio, fatta dall'imperatore, nè quella di Ferrara, fatta dal papa, avevano deciso tra di loro, e lo stesso Borso non erasi meglio dichiarato. Quando la sua malattia fece prevedere la prossima apertura della successione, i due pretendenti cercarono di occupare le fortezze, per essere in istato di dare la legge, e nello stesso tempo si procurarono esterne alleanze. Ercole, il primo, s'impadronì di Castelnovo sul Po, e vi pose molla infanteria; inoltre domandò l'assistenza de' Veneziani, nelle di cui armate aveva servito. La signoria di Venezia fece di fatti avvicinare a Ferrara tre galere, due fuste e settanta barche, mentre che adunava quindici mila uomini nel Polesine di Rovigo. Dal canto suo Niccolò si era fortificato nello stesso palazzo del duca, ove lo raggiunsero i suoi amici. Intanto aveva sollecitati i soccorsi di Luigi Gonzaga, suo cognato, e di Galeazzo Sforza, duca di Milano. L'ultimo aveva raccolti quindici mila uomini nel Parmigiano, per favorire il figlio di Lionello; ma la morte di Paolo II guastò i progetti di Galeazzo. Egli non voleva arrischiarsi d'entrare in guerra, prima di conoscere la politica del nuovo pontefice. Niccolò, costernato da questa immobilità e dalla vicinanza de' Veneziani, andò a Mantova presso suo cognato, onde ravvivare lo zelo de' suoi alleati. Intanto Borso morì; Ercole entrò nella capitale, accompagnato da più di due mila uomini armati, e fu proclamato duca di Ferrara e di Modena; molti partigiani di Niccolò furono uccisi nelle strade, e questi altro più non fu agli occhi del vincitore che un esiliato ed un ribelle[436].
Il 24 di novembre susseguente più di ottanta tra gentiluomini e borghesi di Ferrara, che si erano attaccati a Niccolò, e che lo avevano seguito nel suo esilio, furono in contumacia condannati a morte; ed alcuni di loro caduti in potere di Ercole furono appiccati[437].
Frattanto la successione di Ferrara non fu che un passaggiero movimento, che procurò alla repubblica un vicino a lei affezionatissimo. D'altra parte un nuovo doge, Niccolò Tron, venne dato per successore a Cristoforo Moro, morto il 9 di novembre[438]. Tranquilla nell'interno, Venezia cercò di approfittare delle diverse negoziazioni del precedente anno, e di attaccare Maometto II con ragguardevoli forze da più parti simultaneamente. Catarino Zeno era stato nell'inverno mandato ad Ussun Cassan per avvisarlo degli apparecchi de' Veneziani, e domandare la sua cooperazione[439]. Il re di Persia era nello stesso tempo eccitato da sua moglie, la quale era cristiana, e figlia dell'ultimo imperatore di Trebisonda. Entrò nella Georgia con trenta mila cavalli, uccise moltissimi Turchi, e fece un ricco bottino; ma, tranne Tocat, da lui presa nella provincia di Siwas, nell'Armenia, non assediò verun'altra fortezza, e ripatriò senza aver fatto un'importante conquista[440].
Dall'altra banda Pietro Mocenigo, sapendo che il gran signore sguarnirebbe l'Arcipelago per opporsi ad una invasione e difendere le sue province dell'Asia, partì da Modone dove aveva svernato; imbarcò molti Stradioti o soldati greci a Napoli di Romania, ed andò a saccheggiare Militene e Delo[441]. Gli Stradioti cominciavano allora a formare una parte essenziale delle armate veneziane; perciocchè vent'anni di disgrazie e di oppressione avevano costretti i Greci a riprendere le abitudini militari. Essi avevano imparato a formare una cavalleria leggiera, armata di scudi, di lance e di spada; in vece di corazze guarnivano le loro vesti con una grande quantità di bambagia per ammorzare i colpi; velocissimi erano i loro cavalli, e sostenevano lunghe corse; ed il vigore di que' cavalli fece presto conoscere il merito della nuova milizia. Quelli della Morea, ed in particolare del circondario di Napoli, furono i più stimati, e la parola greca che significa soldato, diventò il nome proprio di questa cavalleria leggiera[442].
Il Mocenigo volle quest'anno portare le sue armi verso l'Asia, quasi abitata soltanto dai Musulmani, piuttosto che verso le isole ed il continente di Romania, ove il grosso della popolazione era Cristiana. La guerra marittima, quando si fa tra due flotte, è di tutte la più nobile, perchè non compromette che la vita e le ricchezze di coloro che guerreggiano; ma i guasti d'una flotta lungo le coste, sempre macchiati da una vergognosa pirateria, non recano danno al sovrano nemico, ma al popolo, non al soldato, ma al borghese. Lo scopo delle spedizioni marittime è la distruzione, non la conquista; i marinaj antepongono la sorpresa alla battaglia, attaccano coloro che non si trovano in su le difese e fuggono all'avvicinarsi de' nemici; e si avvezzano in tale maniera ad un'odiosa mescolanza di timore e di crudeltà. Per quanto spaventosi fossero i guasti, pei quali i Turchi eransi meritati delle rappresaglie, non possiamo affezionarci all'ammiraglio cristiano che promette un ducato per premio d'ogni testa di Musulmano che gli viene portata; la quale ricompensa fece massacrare molti Greci, le cui teste erano poi vendute come appartenenti a Musulmani. Non possiamo prendere interesse a favore della flotta del Mocenigo, quando eseguisce uno sbarco presso Pergamo per ispogliare sventurati contadini, e per innalzare vergognosi trofei di teste innocenti; o quando in appresso saccheggia la Caria, ne' contorni di Cnido, poi le opposte rive dell'isola di Coo[443]. In queste spedizioni di pirateria la sola cosa che tuttavia interessa sono que' nomi un tempo tanto famosi, che non si pronunciano mai senza risvegliare la memoria del trionfo delle arti, della poesia, dell'eleganza del gusto; ma quando questi nomi non si presentano nella storia che per dirci che queste antiche città vennero rapite dai barbari ad altri barbari; quando soprattutto è il popolo ridotto a maggior civiltà che cerca di distruggerle, ed il popolo più feroce che ancora difende quegli antichi monumenti dell'incivilimento; una profonda tristezza si associa ai fasti di quest'orribile guerra.