Pietro Mocenigo aveva di già estese le sue stragi alle coste d'una gran parte dell'Asia Minore, ed aveva fatto acquisto di molte teste musulmane, quando il 15 giugno del 1472, si unì a lui, presso a Capo Mallio, Requesens con diciassette galere napolitane. Poco dopo il cardinale Oliviero Caraffa gli condusse pure diciannove galere del papa. L'uno e l'altro generale dichiarò, che null'ostante il superiore rango dei loro sovrani avevano ordine di ubbidire ai generalissimo veneziano, e di attestare in tal modo la riconoscenza de' Cristiani verso la repubblica, che sosteneva sola la causa comune[444].

I varj storici di questa guerra non vanno d'accordo intorno alla forza della flotta cristiana, ma i più moderati calcoli la portano ad ottantacinque galere. I Turchi però non uscirono dai Dardanelli ad incontrarla; onde un così formidabile armamento, che al solo papa costava più di cento mila fiorini, non ebbe altro risultamento che la ruina d'alcune città dell'Asia Minore. La prima ad essere attaccata dai Latini fu Attalea, o Satalia, ricca città della Pamfilia, posta in faccia a Cipro, che serviva di mercato agli Egizj ed ai Sirj. Soranzo superò con dieci galere la catena che chiudeva il porto, e se ne impadronì. Le truppe da sbarco, comandate da Malipiero, occuparono la prima linea delle mura che circondavano i sobborghi, i quali furono saccheggiati egualmente che il porto, essendosi trasportata sulle galere una grandissima quantità di pepe, cannella e garofani. Ma le interne mura della città si difesero vigorosamente, e perchè la flotta cristiana non portava artiglieria di assedio, non furono attaccate. Il Mocenigo fece guastare la Pamfilia fin dove le sue truppe potevano giugnere, poi fece appiccare il fuoco ai sobborghi di Satalia, e ricondusse la flotta a Rodi[445], ove trovò l'ambasciatore che Ussun Cassan mandava al papa ed ai Veneziani[446]. Questo Persiano informò i generali cristiani delle vittorie del suo signore, il quale aveva preso agli Ottomani Tocat, città del Ponto, ai confini dell'Armenia, e faceva chiedere agli Europei artiglieria, senza la quale il Sofì non poteva assediare altre città[447].

Avendo la flotta veneziana spiegate di nuovo le vele, andò a saccheggiare l'antica Jonia in faccia alle coste di Chio. Non si trovarono nemici da combattere, ma i Cristiani svelsero le viti e bruciarono gli ulivi di quelle ridenti campagne; ed il legato pagò cento trentasette ducati per altrettante teste, che gli furono portate sulla sua galera. Gli altri sventurati, che furono rapiti dalle loro capanne, o trovati nascosti nelle foreste, furono venduti come schiavi[448]. Dopo tale spedizione, Requesens abbandonò, presso Nasso, la flotta veneziana, e ricondusse le galere di Ferdinando a Napoli per passarvi l'inverno. Ma il Mocenigo ed il legato vollero approfittare degli ultimi giorni della bella stagione, per portare ancora più lontano la desolazione. S'informarono dello stato di Smirne, e seppero che questa città, la più ricca e la più mercantile dell'Jonia, siccome quella ch'era posta in fondo ad un golfo, ove da lungo tempo non aveva veduti nemici, non si era presa cura di rifare le sue mura o di farle custodire. Il 13 settembre del 1472 presentaronsi in sul fare del giorno avanti Smirne; le truppe celeramente sbarcate, appoggiarono le loro scale alle muraglie, e le attaccarono bruscamente. I borghesi, spaventati, salirono sulle loro mura per difenderle, ma erano così poco accostumati alle armi, ed erano rimaste aperte tante brecce, che non ritardarono che pochi istanti l'invasione de' soldati e de' marinaj. Gli abitanti, vedendo la città presa, fuggirono con lamentevoli grida; le donne, recandosi i loro fanciulli in braccio, si rifugiavano nelle chiese e nelle moschee; alcuni uomini difendevano ancora i tetti ed i terrassi delle loro case, onde moltissimi furono uccisi, altri presi come schiavi. Le donne specialmente vennero inseguite, svelte dai luoghi sacri, disonorate, indi vendute. I vincitori non vollero far distinzione dalle chiese cristiane alle moschee; finsero di credere tutti gli abitanti musulmani, per trattarli tutti collo stesso rigore; e pure anche al presente quasi la metà degli abitanti professa ancora il Cristianesimo, sebbene si trovino da tanto tempo sotto il giogo de' Turchi. Balaban, pascià della provincia, quand'ebbe avviso dello sbarco de' Veneziani, accorse per respingerli colle poche truppe che potè adunare, ma venne ancor esso disfatto. I vincitori, rientrando in città, vi appicarono il fuoco, e la patria d'Omero fu in poco tempo incenerita. Non furono portate sulle galere che duecento quindici teste, perchè i soldati avevano trovato in così ricca città come caricarsi di più utile preda, che fu venduta all'incanto, dividendone il prezzo tra i soldati ed i marinaj[449].

Di ritorno dal sacco di questa città, i Veneziani sbarcarono ancora a Clazomene sull'istmo della penisola che chiude il golfo di Smirne; ma gli abitanti atterriti si erano ritirati nelle montagne, e non vi si trovarono che camelli e pochi altri animali da esportare. Allora le galere, approfittando d'un favorevole vento, fecero vela verso Modone: l'ammiraglio veneziano svernò nella Morea; il legato del papa, Oliviero Caraffa, tornò in Italia, e fece il suo ingresso in Roma il 23 gennajo del 1473. Si condussero innanzi a lui quindici camelli montati da venticinque Turchi, che egli aveva tenuti in vita per ornare il suo trionfo; oltre di che fece appendere avanti alle porte del Vaticano alcuni pezzi della catena che chiudeva il porto di Attalea[450].

Le stragi de' Veneziani nell'Asia Minore erano vendicate da quelle dei Turchi ne' possedimenti veneti, ed in questo cambio di ferocia e di assassinio, non è facile il riconoscere qual era il popolo più barbaro, qual era quello che fu dai primi oltraggi provocato ad usare dell'infame diritto di rappresaglia. Le città dell'Albania, ch'erano rimaste ai Veneziani come parte dell'eredità del grande Scanderbeg, vedevano il loro territorio periodicamente guastato due volte all'anno, all'avvicinarsi della messe e della vendemmia, fino alle mura di Scutari, d'Alessio e di Croja: ma queste rapide corse di cavalleria non erano mai seguite da regolare attacco[451].

L'apparizione del pascià di Bosnia nello stato veneto fu ben cagione di maggior terrore. Dopo avere rapidamente attraversata la Carniola, o l'Istria, questo pascià entrò a mezzo autunno nel Friuli. La cavalleria turca arrivò in sul fare della notte alle rive dell'Isonzo, e si fece subito a passarlo a guado. La cavalleria veneziana, accantonata sull'opposta riva, si riunì bentosto e respinse vivamente al di là del fiume i primi Musulmani che lo avevano attraversato; ma, sebbene rimasta in possesso delle rive, cedette poco dopo ad un terrore panico, e si ritirò prima che facesse giorno nell'isola di Cervia, formata da due rami del fiume avanti Aquilea. Al levare del sole i Turchi passarono l'Isonzo senza incontrare resistenza, e si sparsero per le ricche campagne del Friuli. L'incendio delle case e delle capanne, che andavano scontrando, avvisò da lontano gli altri abitanti di ritirarsi ne' luoghi murati. Le porte di Udine, capitale della provincia, erano ingombrate dalle famiglie de' contadini fuggitivi, dai loro carri, dai loro bestiami. Le chiese erano piene di donne supplicanti, le mura coperte di mal armati cittadini, e se i Turchi avessero spinta più in là la loro cavalleria, questa città poteva essere presa in quel primo terrore. Ma si fermarono in distanza di tre miglia, dando a dietro carichi di preda, e cacciandosi avanti truppe di schiavi[452].

Mentre che Pietro Mocenigo, ritiratosi durante l'inverno a Napoli di Romania, attendeva a porre la flotta in istato di cominciare vigorosamente la prossima campagna, un giovane siciliano, chiamato Antonio, che i Turchi avevano fatto prigioniero nell'isola d'Eubea e condotto a Costantinopoli, trovò modo di fuggire, e venne a presentarsi all'ammiraglio veneziano. Gli chiese un battello ed alcuni compagni coraggiosi, impegnandosi col loro ajuto d'appiccare il fuoco alla flotta turca, a traverso della quale era passato a Gallipoli. Dichiarò d'avere vedute su quella rada cento galere, che, non essendo guardate in tempo di notte, potevansi facilmente incendiare. Il Mocenigo, lodato assai il coraggioso giovane, gli promise le più magnifiche ricompense. Gli fece dare una barca carica di frutta, con alcuni de' più coraggiosi marinai della sua flotta. Antonio si annunciò ai Turchi come un mercante di frutti, e rimontò senza difficoltà i Dardanelli. Giunto a Gallipoli, cominciò a vendere le sue frutta ai soldati, e perchè non diffidavasi in alcun modo di lui, gli si permise di starsi la notte presso la flotta. Ne approfittò per appiccare il fuoco ai vascelli a lui più vicini; ma le persone accorse per ispegnerlo non gli permisero di continuare, e lo forzarono a fuggire sulla sua barca, cui erasi pure comunicato l'incendio. Il fuoco lo costrinse ad abbandonarla, per fuggire co' suoi compagni nel primo bosco che trovò lungo lo stretto. Avendo lasciata la barca mezzo consunta dal fuoco nel luogo in cui era sbarcato, questa fece scoprire il suo ritiro ed egli fu arrestato co' suoi compagni. Il sultano volle vederlo e gli domandò se aveva ricevuta qualche ingiuria, che lo avesse consigliato a così forsennata vendetta: «Niuna, rispose francamente Antonio, ma io ti ho conosciuto pel comune nemico de' Cristiani; il mio attentato è abbastanza glorioso, e lo sarebbe assai più, se avessi potuto bruciare il tuo capo, come bruciai le tue navi.» Il Turco, poco scosso dal coraggio del suo nemico, lo fece segare per mezzo il corpo co' suoi compagni. Il senato veneto non permise che tale coraggiosa intrapresa si restasse senza ricompensa, e non potendo beneficare Antonio personalmente, dotò sua sorella, ed assegnò una pensione a suo fratello[453].

Frattanto Pietro Mocenigo ebbe ordine da Venezia di mettersi in mare, e di seguire nell'entrante campagna le indicazioni che gli sarebbero date da Ussun Cassan, il di cui ambasciatore aveva stretta alleanza coi Veneziani; Giosafat Barbaro, uomo attempato assai, che parlava bene la lingua persiana, era stato incaricato di ricondurlo al suo padrone, e di presentare al Sofì a nome del senato veneto ricchi doni di vasi d'oro e di stoffe di Verona. Seco conduceva tre galere cariche di molta artiglieria, e cento ufficiali comandati da Tommaso d'Imola, che la repubblica mandava ai servigj del sovrano della Persia. Essi contavano di recarvisi, costeggiando la Cicilia e la Siria, ove dovevano trovare due fratelli, principi della Caramania, di già in parte spogliati da Maometto, ma che ancora si difendevano nel restante de' loro stati[454].

Onde aprirsi per questa strada una comunicazione con Ussun Cassan, Pietro Mocenigo si diresse da principio verso l'isola di Cipro. Aveva in allora quarantacinque galere veneziane, due galere del cavalieri di Rodi e quattro del re di Cipro. Con questa flotta veleggiò alla volta di Seleucia, assediata da uno dei principi caramani. Piramet, il più attempato di questi due fratelli, era nel campo d'Ussun Cassan, ed il più giovane, Cassan Bet, aveva indicato per trovarsi coi Veneziani un luogo ad un miglio di distanza da Seleucia presso ad un tempio ruinato. Egli disse a Vittore Soranzo, mandato verso di lui, che la Caramania, devota alla sua famiglia, era adesso nel timore e nella dipendenza di Maometto II per mezzo di tre fortezze, poste lungo il mare in faccia alle coste di Cipro; cioè Sichesio, Seleucia e Corico (Sikin, Selefki, Curko), ove i Turchi tenevano guarnigione, e di cui i Caramani non potevano impadronirsi senza artiglieria. Il Mocenigo assediò successivamente queste tre fortezze, e le consegnò a Cassan Bet dopo avere forzate le guarnigioni turche a capitolare; pareva che questa prima operazione dovesse aprire una facile comunicazione con Ussun Cassan[455].