Frattanto questo monarca erasi avanzato nell'Armenia, fino a poca distanza da Trebisonda e dal regno del Ponto, con un'armata, che malgrado gli stravaganti calcoli dei Latini non era forse che di quaranta mila uomini, ma che certo non eccedeva i sessanta mila. Maometto II gli marciava all'incontro con dieci mila giannizzeri, dieci mila guardie della corte, venti mila fanti e trenta mila ausiliarj. Con queste forze Maometto occupò Carachizara, ossia Cara-Issar sul fiume Lico[456]. Chaz Murath Beglierbey di Romania aveva il comando dell'avanguardia; egli si trovò in mezzo ai Persiani senz'avvedersene. Le sue truppe, impetuosamente attaccate, furono disfatte, ed egli rimase sul campo di battaglia ucciso nel primo urto. Ma mentre i Persiani inseguivano i fuggiaschi si scontrarono nel corpo ove trovavasi Maometto co' suoi tre figliuoli, Bajazette, Mustafà e Gem. Il sultano approfittò del disordine de' vincitori per attaccare. Ussun Cassan si difese vigorosamente, e la mischia fu lunga e crudele. Frattanto Daut pascià, Beglierbey di Natólia, che comandava una delle ale, avendo fatta avanzare la sua artiglieria, sparse il disordine tra i Persiani poco accostumati alle armi da fuoco. Uno dei figli d'Ussun Cassan fu ucciso, e la di lui testa venne presentata a Maometto. Ussun prese la fuga, e si ritirò con una parte della sua armata nelle montagne dell'Armenia. Il suo campo fu saccheggiato, i prigionieri, che aveva fatti, vennero liberati, e Maometto, dopo questa luminosa vittoria che guarentiva da ogni insulto i confini del suo impero da questo lato, rientrò trionfante in Costantinopoli[457].
Il Mocenigo, avanti d'essere informato della sorte dell'alleato della repubblica, aveva investite varie piazze dell'Asia Minore. Assediò prima Myra nella Licia, per liberare la quale essendosi avanzato Aiasa-Beg, comandante della provincia, con alcune truppe musulmane, fu battuto ed ucciso in battaglia. Allora Myra s'arrese agli assedianti, che permisero alla guarnigione ed agli abitanti di ritirarsi, ma che saccheggiarono e bruciarono la città. In appresso il Mocenigo sbarcò avanti Fisso nella Caria, e ne guastò i contorni. Colà ebbe un messo di Catarino Zeno, ambasciatore presso di Ussun Cassan, che lo invitava ad accostarsi alla Cilicia per potere, ove abbisognasse, secondare il monarca persiano. Egli era tornato a Corico, quando fu raggiunto da un nuovo corriere, che gli dava avviso della disfatta del Sofì, e della di lui ritirata nell'Armenia[458].
Durante tutta questa campagna il Mocenigo aveva agito solo. Mentre stava in Cilicia l'arcivescovo di Spalatro, nuovo legato del papa, gli aveva ben fatto sapere che verrebbe a raggiugnerlo con dieci galere, qualora fosse certo che l'ammiraglio veneziano volesse intraprendere qualche cosa per beneficio della Cristianità. Ma il Mocenigo, che credeva avere di già fatto assai per la causa comune, fu offeso da questo messaggio, e ricusò soccorsi offerti di così mala grazia. Altronde la sua attenzione cominciava ad essere di già distratta dagli affari di Cipro; il credito, ch'egli di già si arrogava in quest'isola, era d'una maggiore importanza per la repubblica, che tutte le conquiste che aveva fin allora tentate; ed egli non volle, trattando cogli ultimi Lusignani, essere osservato da un legato del papa, che gli rimprovererebbe ogni impresa estranea alla guerra dei Turchi.
L'isola di Cipro, che nel 1191 era stata così generosamente data da Riccardo cuor di Lione a Gui di Lusignano come indennizzamento del regno di Gerusalemme, erasi conservata fino al 1458 sotto il dominio della legittima discendenza di quest'illustre famiglia. Giano III[459], il XIV re di Cipro di questa famiglia, era un principe effeminato, che non aveva vissuto che per il piacere. La sua prima consorte, della casa di Monferrato, era morta non senza sospetto di veleno; e la seconda, Elena Paleologo, era una greca del Peloponneso, che dispoticamente governava il marito. Essa l'aveva persuaso a ristabilire il culto greco nell'Isola, atto di giustizia e di clemenza, che non pertanto dai Latini gli venne rinfacciato come un delitto. Ma com'ella signoreggiava Giano, così lasciavasi governare dalla nudrice, la quale dipendeva interamente da un suo figliuolo. Il re aveva avuta dalla prima moglie una figlia chiamata Carlotta, e non aveva figli dalla seconda, ma da una sua amante gli restava un figlio detto Giacomo. Carlotta, presuntiva erede del regno, fu maritata a Giovanni di Portogallo, figlio del duca di Coimbra, e nipote di Giovanni I. Il principe portoghese risvegliò la gelosia del figliuolo della nudrice; e dopo violenti contese tra di loro, Giovanni perì nel 1457[460], e si credette avvelenato. L'insultante trionfo del figlio della nudrice non ebbe lunga durata. Giacomo, il bastardo di Giano, lo uccise di propria mano, non tanto per liberare Carlotta dalla sua insolenza, quanto per aprirsi la via del trono colla perdita di un pericoloso favorito[461].
Giano destinava in appresso sua figlia a Luigi di Savoja, secondo figlio del duca Luigi, che aveva egli medesimo sposata una principessa cipriota; ma Giano morì prima d'avere potuto effettuare queste nozze. Per altro Luigi giunse a Nicosia, capitale del regno, sposò Carlotta il 7 ottobre del 1459, e fu coronato col titolo di re di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia[462].
Sua intenzione era stata quella di far entrare il bastardo negli ordini sacri, destinandogli l'arcivescovado di Nicosia, prima prelatura del regno. Ma per una imprudente politica, Carlotta prevenne la corte di Roma contro suo fratello, e gl'impedì d'avere quest'eminente sede[463]. Giacomo irritato passò alla corte del soldano d'Egitto, di cui i re di Cipro riconoscevansi feudatarj, e gli chiese per sè l'eredità paterna. Il vantaggio del sesso è agli occhi de' Musulmani, più importante assai che quello della legittimità de' natali, per la successione. Altronde il sultano vedeva quasi con altrettanta diffidenza che Maometto II un principe d'Occidente e del sangue francese stabilirsi nel centro dei mari della Siria. I Cipriotti dal canto loro preferivano un Lusignano, nato nel loro paese, ad un sovrano straniero. Melec Ella diede dunque a Giacomo colla corona reale un'armata di Mamelucchi per sottomettere l'isola di Cipro. Giacomo fu accolto in Nicosia senza difficoltà; egli prese in poco tempo le fortezze di Sigur, Pafo e Limisso mal difese dai gentiluomini savojardi, assediò poi Luigi e Carlotta in Cerina, e, tranne questa fortezza, si rese padrone di tutto il regno[464].
Era Luigi di Savoja un principe indolente e sensuale, ma Carlotta era di una singolare attività. Ella lasciò Cerina per andare a chiedere soccorso a tutti i principi dell'Occidente. Nel 1460 si presentò a Pio II. «Questa donna, egli dice nelle sue memorie, sembra dell'età di ventiquattr'anni, ed è di mediocre statura; ha il viso giallo e pallido, il suo linguaggio è armonioso, e scorre come un fiume coll'abbondanza propria dei Greci. Veste alla francese, e le sue maniere sono degne del real sangue[465].» Questo papa, mosso dalle istanze di Carlotta e persuaso della giustizia della sua causa, le promise la sua protezione. Dichiarossi a lei favorevole anche l'ordine de' cavalieri di san Giovanni, ed accordò a lei ed a suo marito un asilo a Rodi; da quest'isola ella fece partire convoglj di viveri e di munizioni per Cerina, e rinnovò le sue corrispondenze coi malcontenti del regno. Finalmente i Genovesi, che ancora possedevano alcune fortezze in Cipro, e tra le altre Famagosta, abbracciarono ancor essi i di lei interessi: ciò fu agli occhi de' Veneziani una bastante ragione per dichiararsi per la contraria parte.
Marco Cornaro, gentiluomo veneziano, esiliato dalla sua patria e stabilito in Cipro, aveva stretta domestichezza con Giacomo, bastardo di Lusignano. Gli aveva somministrato il danaro necessario per fare la guerra, prima co' proprj fondi, in appresso con quelli de' suoi compatriotti; lo ajutò pure costantemente co' suoi consiglj, lo diresse soprattutto nell'assedio di Cerina, che si arrese a Giacomo verso la fine del 1464, ed in quello di Famagosta, che gli aprì le porte lo stesso anno, dopo aver tenuto tre anni[466]. Giacomo, trovandosi allora padrone di tutta l'isola di Cipro, tentò nuovamente di farsi riconoscere dal papa, ma non potè riuscirvi. Respinto da tutti i principi cristiani, si volse a Marco Cornaro, per contrarre colla di lui mediazione un'alleanza colla repubblica di Venezia. Aveva Marco una bellissima giovanetta sua nipote per nome Catarina, figlia di Andrea Cornaro; l'offri in matrimonio a Giacomo di Lusignano con cento mila ducati di dote, a condizione che Catarina sarebbe prima adottata per propria figlia dalla repubblica di Venezia. Questo trattato s'intavolò circa il 1468, e dopo lunghe dilazioni questo parentado si accettò dalle due parti. Catarina Cornaro venne solennemente dichiarata figlia di san Marco, fu maritata per procura nel 1471 alla presenza del doge e della signoria, fu accompagnata come regina fino alla sua flotta dal doge nel Bucintoro, vascello dello stato destinato alle grandi cerimonie, e parti in seguito alla volta di Cipro con quattro galere comandate da Girolamo Diedo[467].
Con questa parentela Giacomo di Lusignano avendo contratta la singolare relazione di genero della repubblica, si mostrò sempre affettuoso parente ed amico fedele. I suoi porti furono costantemente aperti alla flotta de' Veneziani, e le sue alleanze e le sue nimicizie vennero determinate dai loro consiglj; e nella guerra contro i Turchi somministrò loro rinforzi proporzionati alla ricchezza ed alla popolazione de' suoi stati. Ma non erano appena passati due anni da che si era ammoglialo, quando morì il 6 giugno del 1473. Lasciò la consorte gravida, e col suo testamento instituì suo crede, prima la prole che da lei nascerebbe, ed in suo difetto, Giano, Giovanna e Carlotta, tre suoi bastardi[468]. I Cipriotti, che avevano combattuto con accanimento contro Carlotta, onde non portasse la corona ad un principe straniero, videro con profondo dolore che il loro affetto per Giacomo gli aveva ridotti a sottomettersi alla sua vedova, ancora più straniera al sangue dei Lusignani che non il principe di Savoja, ch'essi avevano scacciato. Il malcontento risvegliò la diffidenza, e sospettarono il Cornaro e Marco Bembo, zio il primo, l'altro cugino della regina, d'avere avvelenato suo marito[469].