In fatti non era altrimenti l'ambizione di accrescere il dominio papale, meno ancora quella di rendere potente la sua famiglia, che potevano far trascurare a Niccolò V i suoi doveri di comune pastore dei fedeli. Ma nella sua amministrazione temporale, che per lui non era che un interesse affatto secondario, non sapeva soffrire opposizione. I privilegj riclamati dai suoi sudditi gli facevano perdere quel tempo ch'egli avrebbe voluto consacrare alla Chiesa, alle lettere ed alle arti, e si sbrigava con sollecite decisioni. Altronde, avendo vissuto tanti anni nell'altrui dipendenza, non conosceva che le relazioni di padrone e di servitore, e chiedeva quell'illimitata ubbidienza ch'egli aveva tanto tempo prestata ad altri. I magistrati romani continuavano a considerarsi come rappresentanti del popolo e della repubblica, ed egli voleva ridurli al rango di semplici agenti del sovrano pontefice. Il Porcari, che di buon'ora aveva manifestato il suo amore di libertà, che coi suoi discorsi cercava sempre di tener viva nel popolo quell'antica fiamma, era in particolar modo sospetto al papa. Ciò non impedì che Porcari fosse nominato Podestà d'Anagni; ma questa carica veniva probabilmente conferita dalla città, come costumavasi universalmente in Italia[18]. Al suo ritorno, dopo avere terminate le incumbenze della sua carica, il Porcari non perdette di vista il suo favorito progetto di rendere la libertà a Roma. Un tumulto, eccitatosi pei giuochi di piazza Navona, parvegli una propizia occasione di tentare qualche cosa; in questa circostanza si compromise di nuovo, e venne esiliato a Bologna, con ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, allora governatore di quella città[19].

Fu in tempo di quest'esilio, che Stefano Porcari concepì il progetto di far scuotere ai suoi compatriotti un giogo, ch'essi risguardavano come ignominioso. Il governo era omai tutto tra le mani degli ecclesiastici, la maggior parte di oscuri natali, forastieri, ed innalzati dall'intrigo ad una potenza, cui non erano stati preparati dalla loro educazione. Ma i Romani si vergognavano di dovere ubbidire a cotal gente; riguardavano come una usurpazione il potere dei papi, che ne' suoi cominciamenti, tre in quattro secoli prima, era stato limitato da quello dei caporioni, veri rappresentanti dello stato, e che in appresso aveva fatto luogo a quello della repubblica finchè la corte si era tenuta in Avignone, ed avea durato lo scisma. La temporale autorità dei pontefici, ristabilita da Martino V nel 1420, appena era stata riconosciuta quindici anni di seguito. Eugenio IV ne fu nuovamente spogliato nel 1434, e fu costretto ad esiliarsi da una città, in cui i legittimi magistrati non volevano permettergli di risiedere. Dopo la sua tornata, continui abusi di potere, sanguinose esecuzioni, non precedute da regolare giudizio, guerre e ribellioni sempre rinascenti nelle vicinanze di Roma, non avevano che fatto troppo conoscere, che il governo de' prelati aggiugneva tutti i vizj dell'anarchia a quelli del despotismo. Durante il regno di Niccolò il malcontento era diventato estremo tanto nella nobiltà che nel popolo. La protezione delle lettere e delle arti non dev'essere pel governo che un oggetto secondario; ed i Romani potevano essere mal governati da quello stesso papa, che ristaurava i manoscritti e gli edificj dell'antichità. I prelati erano vinti dall'ebbrezza del potere, dal lusso, dalle ricchezze, da tutti i vizj de' principi, mentre richiedevasi dal loro ordine un contegno ed una decenza, di cui più alcuno non dava l'esempio.

A questi motivi, che incoraggiavano il Porcari nella sua intrapresa, un altro degno di osservazione ne aggiugne il Machiavelli, che ci fa conoscere le opinioni del secolo. Il Porcari leggeva con trasporto la canzone del Petrarca: Spirto gentil, che quelle membra reggi; nella quale l'antica capitale del mondo viene chiamata dal poeta a nuova libertà. Non solo in essa vedeva ch'egli in ogni tempo le anime sublimi si erano proposte uno stesso scopo; ma inoltre risguardava quest'ode come uno slancio profetico. Parevagli che il Petrarca per la superiorità dei suoi lumi avesse acquistato il privilegio di leggere nell'avvenire, e credevasi dal poeta chiamato egli medesimo avanti il suo nascere sotto l'indicazione di cavaliere:

Un cavalier, che Italia tutta onora,

Pensoso più d'altrui che di sè stesso.

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Dice che Roma ognora

Cogli occhi di dolor bagnati e molli

Ti chier mercè da tutti i sette colli[20].