La credenza dei doni profetici non era inallora risguardata come indegna de' più filosofici ingegni; non era straniera allo stesso Machiavelli, e nelle pericolose imprese somministrava agli eroi soprannaturali forze.

Il Porcari risolvette adunque di arrischiare la propria vita per rendere a Roma la libertà; si concertò con Battista Sciarra, suo nipote, che aveva iniziato ne' suoi progetti, e che lo assecondava con ardore. Gli ordinò d'invitare a casa sua tutti coloro di cui conosceva il patriottismo. Trecento soldati e quattrocento esiliati furono segretamente raccolti nelle case del Porcari, dello Sciarra e di Angelo Mascio, cognato del Porcari[21]. Tutti i congiurati furono invitati ad un gran pranzo pel 5 gennajo del 1453, vigilia della Epifanìa. Il Porcari, che aveva finto di essere ammalato, e che con tale pretesto erasi sottratto alla vigilanza del cardinale di Bologna, comparve tra i convitati con una veste di porpora e di oro. La pompa di tali abiti non era tanto destinata ad abbagliare i congiurati, come ad agevolargli all'indomani l'ingresso della basilica. Sapeva che i guardiani delle porte giudicavano del rango dei personaggi dal loro abito, e che non ricuserebbero di lasciar passare chi vestiva la porpora e l'oro. Alcuni de' suoi complici, in abito di capitani della guardia notturna, dovevano condurre un sufficiente numero di congiurati alle prigioni del Campidoglio, e presentarli come sediziosi che avevano arrestati; e questi dovevano occupare quell'importante luogo nell'atto che ne sarebbero state aperte le porte[22].

Il Porcari, trovandosi in mezzo ai congiurati ricordò loro con quell'eloquenza, che l'aveva già renduto celebre, i diritti dei Romani e la presente loro oppressione; fece vedere i loro statuti violati, e la crescente corruzione de' loro padroni[23]. Espose il suo progetto di sorprendere il papa ed i cardinali avanti alla porta della basilica di san Pietro, in occasione che vi si recherebbero all'indomani per celebrare la Epifanìa. Con tali ostaggi in mano egli contava di farsi dare Castel sant'Angelo e le porte di Roma, di suonare in appresso la campana del Campidoglio, e di ricostituire la repubblica coll'autorità di quest'assemblea del popolo romano, cui un secolo prima Cola da Rienzo aveva inspirato il suo entusiasmo. Tutti gli uditori di Porcari mostravansi apparecchiati a seguirlo ed a sagrificarsi per così nobile cagione. Ma stava ancora arringando, che di già era tradito. Il senatore, avvisato dell'adunanza che tenevasi in questa casa, l'aveva fatta circondare dai suoi soldati, che l'attaccarono bruscamente; i satelliti dei congiurati, separati da loro, e senza avere ricevuto alcun ordine, non poterono soccorrerli. Il Porcari volle fuggire, ma fu trovato presso sua sorella nascosto in un cofano; furono inoltre arrestati i principali complici, tranne il nipote, che battendosi ebbe il coraggio di aprirsi una via alla fuga[24]. Non si fecero esami, non si confrontarono gli accusati, non s'intraprese un regolare processo; i loro progetti e la colpa loro non possono perciò essere conosciuti che vagamente; e lo stesso giorno Stefano Porcari fu appiccato con nove complici ai merli di Castel sant'Angelo. Si ricusò loro, prima di morire, la confessione e la comunione, sebbene ne facessero caldissima istanza; perciocchè la loro intrapresa contro la temporale autorità dei papi non li rendeva meno zelanti cattolici[25].

Niccolò V, persuaso che si era voluto assassinarlo, sebbene la sua morte avrebbe evidentemente troncati i progetti del Porcari, diventò timido e feroce, mentre prima era confidentissimo e di facile accesso. Altre esecuzioni tennero dietro alle prime quasi senza intervallo; il 12 gennajo fece appiccare un dottore ed un cittadino romano, che avevano accompagnato il Porcari nella sua evasione da Bologna; lo stesso giorno fece promettere mille ducati di premio a colui che darebbe in mano della giustizia due parenti del Porcari che si erano nascosti, e cinquecento ducati a colui che gli assassinasse. Trattò con tutti i governi d'Italia per avere coloro che si erano salvati; e molti vennero infatti arrestati a Venezia ed a Padova, tra i quali Battista Sciarra, nipote del Porcari, che tutti furono condannati a morte. Dietro le calde preghiere del cardinale di Metz Niccolò fece grazia della vita ad uno dei prevenuti, detto Battista di Persona, ch'era, dicevasi, assolutamente innocente; ma all'indomani lo fece arrestare di nuovo, ed appiccare senza processo. Nè i soli congiurati furono lo scopo delle sue crudeltà: un gentiluomo, detto Angelo Ronconi, che aveva ajutato il conte Averso dell'Anguillara a nascondersi per sottrarsi alla giustizia che lo inseguiva, fu dal papa chiamato a Roma, ove recossi munito di un salvacondotto soscritto di proprio pugno di sua santità; ciò non ostante egli fu preso per ordine di Niccolò il 13 ottobre del 1454, giorno susseguente al suo arrivo, ed immediatamente decapitato. Vero è che il giorno dopo Niccolò lo fece chiedere al capitano di giustizia, e che mostrossi maravigliato assai ed afflitto oltre modo, quando gli fu detto ch'egli medesimo ne aveva ordinato il supplicio. Aggiugne Stefano Infessura, che fu detto che il papa era ubbriaco quando condannò il Ronconi, perciocchè aveva fama di bever molto[26]. Per lo contrario il Vespasiano ci assicura, che l'accusa d'intemperanza sparsa contro Niccolò V era soltanto fondata sulle compre ch'egli faceva di squisiti vini, i quali poi donava agli amici[27].

Niccolò V non sopravvisse lungamente a queste esecuzioni. Era crudelmente tormentato dalla gotta; e si accerta che il dolore cagionatogli dalla presa di Costantinopoli, ed i mali della Cristianità, che ne furono la conseguenza, terminarono di distruggere la sua mal ferma salute. Nell'ultimo anno di vita, prevedendo vicino il suo fine, chiamò presso di sè due religiosi che godevano opinione grandissima di dottrina e di santità, Niccola da Tortona e Lorenzo di Mantova, e gli alloggiò in palazzo. Andò un giorno nella loro camera, e sedutosi a canto a loro, lagnossi d'essere il più sventurato uomo del mondo. «Giammai, egli disse, io non vedo un uomo passare la soglia della mia porta, che mi dica una parola di vero. Io sono così confuso dalle finzioni di coloro che mi circondano, che, se non mi trattenesse il timore dello scandalo, rinuncierei al pontificato per ritornare ad essere Tommaso di Sarzana. Io aveva sotto questo nome più soddisfazioni in un sol giorno, che non posso omai sperarne in un anno.» Allora questo pontefice, il di cui regno era stato così glorioso ed in apparenza così felice, s'intenerì fino a versar lagrime[28]. Chi sa se tra gli errori in cui lo avevano strascinato gl'intrighi della sua corte, i suoi rimorsi non gli facevano dare il primo luogo alla credenza ch'egli aveva data alla trama di Porcari contro la sua vita, ed alla precipitazione ed al rigore delle sentenze che avevano tenuto dietro alla scoperta di tale congiura?

Durante la sua malattia, sebbene soffrisse acerbissimi dolori, Niccolò non fu mai udito lagnarsi; ma i suoi amici piangevano intorno al suo letto. Gli venne tra questi veduto Giovanni, vescovo d'Arras, dotto teologo, tutto bagnato di lagrime. «Presenta queste lagrime, mio caro Giovanni, gli diss'egli, al Dio onnipossente che noi serviamo, e domandagli con umili e devote preghiere di perdonarmi i miei peccati; ma ricordati che tu vedi oggi morire in papa Niccolò un vero e buono amico.» Allora il vescovo d'Arras, più non potendo frenare i suoi singhiozzi, fu costretto ad uscire di camera[29].

Niccolò V morì il 24 marzo del 1455[30]. Il giorno 8 aprile il conclave gli diede per successore Alfonso Borgia, nato in Valenza e vescovo della stessa città, il quale prese il nome di Calisto III. Questo pontefice, di già assai vecchio nell'istante della sua elezione[31], parve da principio che d'altro occupare non si volesse che d'una crociata contro i Turchi, ai quali dichiarò la guerra; ma i favori che andò accumulando sopra i suoi nipoti in tempo del breve suo regno, aprirono la strada delle grandezze a quella casa Borgia, che Alessandro VI e Cesare, suo figliuolo, dovevano rendere così vergognosamente famosa. La perdita delle ultime speranze di libertà per Roma, e la morte di Stefano Porcari dovevano tirarsi dietro assai da vicino il regno dei più odiosi tiranni.

Uno degli ultimi atti del pontificato di Niccolò V era stato quello di ridurre Alfonso a ratificare il trattato di Lodi; e l'accessione di questo monarca alla pace sembrava guarantire il riposo dell'Italia. In fatti il nuovo duca di Milano non aveva portata sul trono l'inquietudine d'un condottiere; egli voleva guarire le piaghe che così lunghe guerre avevano fatto al commercio ed all'industria de' suoi stati, e cercava ogni mezzo di ravvicinarsi a que' medesimi che aveva combattuti. Sottoscrisse una lega di venticinque anni coi Fiorentini, i Veneziani ed il re di Napoli; e l'oggetto di questo nuovo trattato, di cui era garante il papa, era il mantenimento della pace. Bentosto lo Sforza contrasse più intime relazioni con Alfonso. Malgrado l'accanito odio che gli aveva lungamente divisi, malgrado la perdita de' suoi stati nella Puglia, negli Abbruzzi, nella Marca d'Ancona, che Alfonso gli aveva tolti, egli preferì l'unione di questo potente re all'amicizia della casa d'Angiò, perchè que' medesimi Francesi, che altra volta egli aveva chiamati in Italia per la conquista di Napoli, avevano pure delle pretensioni sopra i suoi stati. Alfonso dal canto suo sentiva egli pure, come lo avea già insegnato a Filippo Maria Visconti, quanto importasse alla sicurezza d'Italia, che il sovrano di Milano si unisse a quello di Napoli per chiudere la strada delle Alpi alla Francia, di cui vedevasi crescere la potenza a dismisura. La venuta del re Renato d'Angiò in Lombardia nell'anno 1453, e nel susseguente anno la venuta in Toscana di suo figlio Giovanni, che portava il titolo di duca di Calabria, avevano fatto sentire ad Alfonso che una nuova guerra poteva compromettere la stessa sua esistenza. Trattò dunque con Francesco Sforza un doppio matrimonio, onde assicurare con un'intima alleanza la successione di suo figlio naturale Ferdinando, intorno alla quale poteva avere qualche dubbio, e la superiorità del partito d'Arragona sopra l'Angioino. Nel 1456 egli fece promettere per isposa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, mentre che Sforza Maria, terzo figlio dello Sforza, fu promesso ad Isabella Eleonora, figliuola di Ferdinando. Il duca di Milano, che voleva consolidare il suo regno unendo la sua famiglia per mezzo di matrimonj a tutti i principi d'Italia, aveva promesso suo figlio maggiore alla figliuola del marchese di Mantova, il secondo alla figlia del duca di Savoja, e sua nipote, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro, a Santi Bentivoglio capo ed amministratore della repubblica di Bologna[32].