Ma le guerre, sostenute con soldati mercenarj e stranieri ai paesi ch'essi difendevano, non erano necessariamente terminate colla pace segnata dai sovrani. Giacomo Piccinino, erede ad un tempo dell'armata e della riputazione di Niccolò suo padre e di Braccio, fondatore della sua scuola militare, perdeva colla pace d'Italia la sua esistenza ed il suo asilo. I Veneziani non volevano conservare al loro soldo che il solo Bartolommeo Coleoni, cui corrispondevano cento mila ducati all'anno pel mantenimento dell'armata. Giacomo Piccinino offrì ai soldati licenziati di condurli in un paese, ove potrebbero vivere col saccheggio in mancanza del soldo ch'egli non era in grado di poter loro corrispondere. Tutti accettarono, e l'armata del Piccinino, composta in principio di tre mila cavalli e di mille fanti, parve tanto più formidabile in quanto che il danaro fin allora creduto sì necessario alla guerra gli mancava assolutamente. Il Piccinino partì dalle vicinanze di Brescia con questa gente accostumata al disordine ed al saccheggio, ed omai incapace di tornare alla mal abbandonata agricoltura, o alle arti della pace. Attraversò gli stati del duca di Modena, che, lungi dall'opporgli resistenza, s'affrettò di somministrargli viveri per conciliarsi il di lui favore. Fu egualmente bene accolto da Malatesta Novello nella stessa città di Cesena. Passando per Bologna, tentò dal 2 al 9 maggio di rianimare la fazione che aveva altra volta data la sovranità di quella città a suo padre ed a suo fratello; ma il duca di Milano aveva mandati quattro mila cavalli nello stato di Bologna, per difesa del partito dominante; onde il contrario non si mosse, ed il Piccinino, senz'artiglieria e senza danaro, non potè trattenersi, o pensare ad intraprendere un assedio, durante il quale gli sarebbero in breve mancate le vittovaglie[33]. Non osando attaccare potenti stati, egli attraversò l'Appennino e scese in Toscana tra san Sepolcro ed Anghiari. Mostrò maggiori riguardi ai Fiorentini che agli altri stati; pagò scrupolosamente tutti i viveri che prese nel loro territorio, e giunse così ai confini dello stato di Siena. Nell'ultima guerra questa repubblica avea egualmente scontentati i Fiorentini, aprendo le sue fortezze al re Alfonso, e questo re, ricusando di darsi a lui. Pareva che niun sovrano si prendesse pensiero di difendere i Sienesi, ma Francesco Sforza e papa Calisto mandarono le loro armate dietro a quella del Piccinino per chiuderlo nel ritiro che si era scelto. Il Piccinino aveva prese Setona, Sartiani e pochi altri villaggi, col di cui sacco aveva arricchito i soldati. Corrado Foliano e Roberto di Sanseverino, generali del duca di Milano, si unirono al conte di Ventimiglia, generale del papa, e vennero ad accamparsi in Valle d'Inferno presso al fiume Fiora ed a Pitigliano; eglino si erano portati a sole tre miglia dal Piccinino, senza essere per altro determinati d'attaccarlo. Questi li prevenne, e li sorprese in sul bel mezzodì nel loro campo. Da principio sgominò la loro armata; ma avendo Roberto da Sanseverino adunati i suoi soldati, giunse finalmente a respingerlo[34].
Nelle situazioni in cui trovavasi il Piccinino, bisognava vincere; ed una battaglia indecisa equivaleva per lui ad una sconfitta. Dopo la battaglia della Valle d'Inferno egli ritirossi a Castiglione della Pescaja, castello che Alfonso aveva conquistato nella precedente guerra, e ch'era rimasto in suo potere. Il Piccinino sperava colà soccorsi dal re di Napoli; ma questa fortezza posta tra un lago paludoso ed il mare, nella più malsana parte della Maremma, non aveva abbastanza viveri per alimentare un'armata. I soldati non trovavano in que' deserti altri alimenti che frutti selvaggi; corrotte erano le acque, ed i contrarj venti, che dominavano sul mare, tenevano a dietro i vascelli di Napoli che loro recavano il biscotto. La febbre maremmana non tardò ad attaccare quest'armata, poc'anzi tanto formidabile, e vi cagionò grandissima mortalità. I generali dello Sforza, secondati da Pietro Brunoro, capitano de' Veneziani, e da Simonetta, capitano de' Fiorentini, tenevano il Piccinino senz'attaccarlo in questa fatale prigione. La metà de' soldati, che sotto diverse bandiere avevano combattuto in Italia negli ultimi dieci anni, perivano vittime del clima, mentre Alfonso negoziava invano per loro. Questi voleva che la lega italiana, nella quale egli era entrato, acconsentisse a tener sempre sul piede di guerra un'armata comune, di cui sarebbe capo il Piccinino. Voleva che fosse sempre pronta per opporsi ai Turchi, le di cui conquiste facevano tremare l'Europa, e domandava che le potenze d'Italia s'accordassero ad assicurare a quest'armata cento mila fiorini all'anno, ed i quartieri ai suoi soldati. Francesco Sforza rifiutò sdegnosamente la proposizione di rendere l'Italia tributaria di colui, ch'egli chiamava un capo d'assassini. Ma mentre si prolungavano questi trattati, la febbre aveva distrutta quell'armata che volevasi opporre ai Turchi; ed in sul finire della campagna non contavansi più di mille cavalieri[35], e le armate incaricate di tenerla d'occhio non erano state molto meno maltrattate. Non pertanto nel seguente inverno il Piccinino sorprese ancora il porto sienese d'Ortobello, col di cui sacco provvide alla sussistenza dell'armata. Lo restituì in primavera, colle altre sue conquiste pel prezzo di venticinque mila fiorini, che gli pagò la repubblica di Siena. Fu il re Alfonso che gli procurò questa capitolazione, e che, ritirandolo da questo disastroso accantonamento, lo ricevette colle sue truppe negli Abbruzzi, ove cercò di ristabilirsi[36].
La presa di Costantinopoli, che avrebbe dovuto far accogliere favorevolmente la proposizione d'Alfonso, di provvedere alla comune difesa con un'armata mantenuta a comuni spese, aveva ispirato maggior terrore ai Veneziani che a tutto il rimanente dell'Italia. La loro repubblica, confinante co' Turchi, e proprietaria in Levante di molte isole e colonie, aveva più strette relazioni di commercio e d'amicizia colla Grecia e coi deboli avanzi dell'impero orientale. Ma dopo che le armate dei Turchi si erano stese in Europa, lo stato di Costantinopoli, chiuso da ogni banda dalla potenza musulmana, più non comunicava che difficilmente coll'Italia; appena aveva esso qualche parte nelle guerre degl'Italiani, e più non faceva parte della bilancia politica; perciò era pressocchè dimenticato da loro, qualunque volta qualche grande calamità non richiamava sovr'esso l'attenzione e la compassione. Costantinopoli, sebbene nel quindicesimo secolo sempre cristiana, effettivamente più non apparteneva alla cristianità; era un mondo a parte, sul quale l'altro più non esercitava veruna influenza, nè egli n'esercitava alcun'altra a vicenda. Per altro lo spavento della presa di Costantinopoli, l'uccisione e la schiavitù di tante migliaja di Cristiani, toccarono vivamente tutti gli spiriti. I due papi, Niccolò V e Calisto III, vollero risvegliare lo zelo delle crociate; ed infatti si fecero in Italia molte offerte per sostenere la guerra sacra, e molti vestirono il segno de' crociati; ma l'infingardaggine di Federico III dissuase i Tedeschi di sceglierlo per capo d'una spedizione pericolosa. Carlo VII non volle permettere che in Francia si predicasse la crociata; la politica d'Italia assorbì bentosto compiutamente l'attenzione degli stati italiani, e nel 1456 la vigorosa resistenza di Giovanni Unniade a Belgrado, che si dice essere costata ai Turchi quaranta mila uomini, intiepidì ancora lo zelo della Cristianità, e persuase a persone che altro non chiedevano che di fermarsi, che la potenza dei Musulmani era bastantemente rintuzzata[37].
I Veneziani furono i primi a spedire ambasciatori a Maometto II dopo la presa di Costantinopoli. Bartolomeo Marcello venne particolarmente incaricato di trattare coi Turchi per la liberazione degli schiavi; nel che riuscì al di là di quanto sperava, perciocchè non solo riscattò i prigionieri veneziani, ma il 18 aprile del 1454 conchiuse in nome della sua repubblica un trattato di pace e di buona vicinanza col sultano, in virtù del quale I Veneziani continuarono, come sotto gli imperatori greci, a mandare un Bailo a Costantinopoli, per essere ad un tempo il loro ministro ed il giudice di tutte le liti de' loro sudditi negli stati del gran signore. Lo stesso Bartolomeo Marcello, che aveva sottoscritto il trattato, fu il primo Bailo di Venezia nella capitale dell'impero turco[38].
Il doge di Venezia, che con questo trattato aveva prevenuta una guerra non meno pericolosa di quella che aveva terminata quasi nello stesso tempo col trattato di Lodi, era in allora giunto ad una estrema vecchiaja. Francesco Foscari occupava questa prima dignità dello stato dal 15 aprile 1423. Sebbene avesse più di cinquantun anni quando fu eletto, era non pertanto il più giovane dei quarantuno elettori. Aveva ottenuto con molta difficoltà la carica che desiderava, e la sua elezione era stata condotta con molta destrezza. Per molti giri di scrutinio i suoi più zelanti amici non gli avevano dato il loro voto, perchè non fosse dagli altri considerato come un concorrente formidabile[39]. Il consiglio dei dieci temeva il di lui credito tra la nobiltà povera, perchè egli aveva cercato di guadagnarla mentre era procuratore di san Marco, facendo impiegare più di trenta mila ducati nel dotare fanciulle di buone case, o nello stabilire giovani gentiluomini. Temevasi inoltre la numerosa di lui famiglia, perciocchè in allora era padre di quattro figli, ed ammogliati di fresco; finalmente temeva la sua ambizione, e la sua inclinazione per la guerra. L'opinione che i di lui avversarj eransi di lui formata si verificò cogli avvenimenti: ne' trentaquattro anni che il Foscari fu capo della repubblica, ella fu sempre in guerra. Se le ostilità venivano sospese per alcuni mesi, non era che per ricominciarle in breve con maggior vigore. Fu questa l'epoca in cui Venezia stese il suo impero sopra Brescia, Bergamo, Ravenna e Crema, in cui fondò il suo dominio di Lombardia, e parve più volte a portata d'occupare tutta questa provincia. Profondo, coraggioso, irremovibile, il Foscari comunicò ai consiglj il proprio carattere, ed i suoi talenti gli procacciarono maggiore influenza sopra la sua repubblica di quella che avessero esercitata la maggior parte de' suoi predecessori. Ma se la sua ambizione aveva avuto per iscopo l'ingrandimento della sua famiglia, egli dovette trovarsi crudelmente deluso. Tre de' suoi figliuoli morirono ne' primi otto anni del suo ducato; il quarto, Giacomo, pel quale si perpetuò la famiglia Foscari, fu vittima della gelosia del consiglio dei dieci, ed avvelenò colle sue disgrazie la vita di suo padre[40].
Il consiglio de' dieci, diventando sempre più diffidente verso il capo dello stato, quando lo vedeva più forte pei suoi talenti e per la sua popolarità, teneva aperti gli occhi sopra Foscari, per punire in lui il suo credito e la sua gloria. In febbrajo del 1445 Michele Bevilacqua, fiorentino, esiliato a Venezia, accusò segretamente Giacomo Foscari presso gl'inquisitori di stato d'avere ricevuto dal duca Filippo Visconti dei regali consistenti in danaro e gioje per mezzo di persone della sua casa. Tale era l'odiosa processura adottata in Venezia, che su questa segreta accusa il figlio del doge, del rappresentante della maestà della repubblica, fu assoggettato alla tortura. Gli si strapparono coi tormenti la confessione delle accuse portate contro di lui, e lo relegarono a vita a Napoli di Romania, con obbligo di presentarsi ogni mattina al comandante della Piazza[41]. Per altro il vascello che lo portava avendo dato fondo a Trieste, Giacomo, gravemente ammalato in conseguenza della tortura, e più ancora per la sofferta umiliazione, chiese in grazia al consiglio dei dieci di non essere mandato più lontano. Ottenne questo favore in forza di una deliberazione del 28 dicembre del 1446: fu quindi richiamato a Treviso, ed ebbe la libertà d'abitare indifferentemente tutto il territorio Trevigiano[42].
Viveva in pace a Treviso, e la figlia di Leonardo Contarini, ch'egli aveva sposata il 10 febbrajo del 1441, era venuta a raggiugnerlo nel suo esilio, quando il 5 novembre del 1450 Almoro Donato, capo del consiglio dei dieci, fu assassinato. Gli altri due inquisitori di stato, Triadano Gritti ed Antonio Venieri, portarono i loro sospetti sopra Giacomo Foscari, perchè un di lui servitore, detto Olivieri, era stato veduto quella stessa sera in Venezia, ed era stato uno dei primi a spargere la notizia dell'assassinio. Olivieri fu posto alla tortura, ma negò fino alla fine con irremovibile coraggio il delitto ond'era accusato, sebbene i suoi giudici spingessero la barbarie fino a fargli dare ottanta colpi di corda. Non pertanto, siccome Giacomo Foscari aveva potenti motivi di nimicizia contro il consiglio dei dieci, che lo aveva condannato, e che mostrava odio verso il doge suo padre, si tentò di porre anche Giacomo alla tortura, prolungando contro di lui questo terribile tormento senza poterne avere veruna confessione. Malgrado la sua negativa il consiglio dei dieci lo condannò ad essere trasportato alla Canea, ed accordò un premio al suo delatore. Ma gli atroci dolori, sofferti da Giacomo Foscari, avevano turbata la sua mente. I suoi persecutori, commossi da quest'ultima disgrazia, acconsentirono che fosse ricondotto a Venezia il 26 maggio del 1451. Egli abbracciò suo padre, ricevette dai suoi conforti qualche coraggio e qualche calma, e fu immediatamente ricondotto alla Canea[43]. In questo tempo Niccolò Erizzo, uomo di già noto per un precedente delitto, confessò morendo che egli era stato l'uccisore d'Almoro Donato[44].
Lo graziato doge, Francesco Foscari, avea di già più volte cercato di abdicare una dignità a sè ed alla sua famiglia così funesta. Parevagli, che tornato nel rango di semplice cittadino, più non inspirando timore nè gelosia, non si continuerebbe ad opprimere suo figlio con sì acerbe persecuzioni. Abbattuto dalla morte de' primi figliuoli, aveva voluto fino dal 26 giugno del 1433 deporre una dignità, nell'esercizio della quale la sua patria era stata tormentata dalla guerra, dalla peste, e da disgrazie d'ogni sorta[45]. Rinnovò questa proposizione dopo i giudizj renduti contro suo figlio; ma il consiglio dei dieci lo riteneva forzatamente sul trono, come teneva il di lui figliuolo tra le catene.