Invano Giacomo Foscari, obbligato di presentarsi ogni giorno al governatore della Canea, riclamava contro l'ingiustizia dell'ultima sentenza, intorno alla quale la confessione dell'Erizzo aveva tolto ogni dubbio. Invano chiedeva grazia al feroce consiglio dei dieci, che non gli dava mai risposta. Il desiderio di rivedere il padre e la madre, giunti l'uno e l'altra ad estrema vecchiezza, il desiderio di rivedere una patria la di cui crudeltà non meritava un così tenero amore, si cambiarono in lui in vero furore, e non potendo tornare a Venezia per vivervi libero, volle almeno cercarvi un supplicio. Scrisse al duca di Milano in sul finire di maggio del 1456 per implorare la sua protezione presso al senato: e sapendo che una tal lettera verrebbe risguardata come un delitto l'espose egli medesimo in un luogo, in cui era sicuro che sarebbe raccolta dalle spie che lo circondavano. In fatti, essendo stata portata la lettera al consiglio dei dieci, egli fu subito mandato a prendere e ricondotto a Venezia il 19 luglio del 1456[46].
Giacomo Foscari non negò la lettera, e raccontò nello stesso tempo a quale oggetto l'aveva scritta, e come l'aveva fatta venire in mano del suo delatore. Malgrado questa confessione, il Foscari fu assoggettato alla tortura e gli furono dati trenta colpi di corda, per vedere se confermerebbe in appresso le sue deposizioni. Quando fu staccato dalla corda, fu trovato tutto lacerato da quelle orribili scosse. I giudici allora permisero a suo padre, a sua madre, a sua moglie ed a' suoi figli di andare a trovarlo nella sua prigione. Il vecchio Foscari, appoggiato sul suo bastone, si strascinò a stento nella camera, ove a l'unico suo figlio si medicavano le ferite. Egli chiedeva ancora la grazia di morire in casa sua. «Torna al tuo esilio, mio figliuolo, poichè l'ordina la tua patria (gli disse il doge), e ti sottometti alla sua volontà.» Ma rientrando nel suo palazzo, questo sventurato vecchio cadde svenuto, spossato dalla violenza che si era fatto. Giacomo doveva ancora passare un anno di prigione alla Canea, prima che gli si rendesse la stessa limitata libertà che gli era stata accordata avanti quest'avvenimento; ma egli non fu appena sbarcato nella terra del suo esilio che morì di dolore[47].
Dopo tale epoca il vecchio doge, e per quindici mesi, carico d'anni e di disgusti, più non riebbe nè la forza del corpo, nè quella della sua anima; egli più non assisteva a verun consiglio, nè poteva soddisfare ad alcuna incumbenza della sua carica. Era entrato nell'anno ottantasei della sua vita, e se il consiglio dei dieci fosse stato capace di qualche pietà avrebbe aspettato in silenzio il fine, sicuramente vicino, d'una vita insignita da tanta gloria e da tante calamità. Ma inallora il capo del consiglio dei dieci era Giacomo Loredano, figlio di Marco, e nipote di Pietro, il grande ammiraglio, ch'erano stati in tutta la loro vita gli accaniti nemici del vecchio doge. Essi avevano trasmesso per diritto ereditario il loro odio ai proprj figli, e quest'antica rivalità non era per anco soddisfatta[48]. Ad istigazione del Loredano Gerolamo Barbarigo, inquisitore di stato, propose al consiglio de' dieci, in ottobre del 1457, d'assoggettare il Foscari ad una nuova umiliazione. Poichè questo magistrato più supplire non poteva alle sue incumbenze, Barbarigo domandò che si nominasse un altro doge. Il consiglio, che aveva due volte rifiutata l'abdicazione di Foscari perchè la costituzione non lo permetteva, esitò prima di porsi in contraddizione co' proprj decreti. Le discussioni nel consiglio e nella giunta ai protrassero otto giorni fino a notte molto innoltrata. Allora si fece entrare nell'assemblea Marco Foscari, procuratore di san Marco e fratello del doge, onde fosse vincolato dal terribile giuramento del segreto, e non potesse impedire le pratiche de' suoi nemici. Finalmente il consiglio si recò presso il doge, chiedendogli d'abdicare volontariamente un impiego che più non poteva esercitare. «Ho giurato (rispose il vecchio) di soddisfare fino alla morte alle incumbenze cui mi ha chiamato la patria, come richiede l'onor mio e la mia coscienza. Io non posso da me stesso sciogliermi dal mio giuramento; che un ordine del consiglio disponga di me, ch'io mi sottometterò; ma non lo preverrò giammai.» Allora una nuova deliberazione del consiglio sciolse Francesco Foscari dal suo giuramento ducale, gli assegnò una pensione vitalizia di due mila ducati, gli ordinò dì uscire entro tre giorni dal palazzo, e di deporre le insegne della sua dignità. Il doge, avendo veduto tra i consiglieri che gli arrecarono quest'ordine un capo della quarantia ch'egli non conosceva, chiese il suo nome. «Io sono figlio di Marco Memmo (disse il consigliere). — Ah! tuo padre era mio amico (rispose il vecchio doge sospirando).» Ordinò all'istante che si trasportassero i suoi effetti in una casa di sua ragione, ed all'indomani, 23 ottobre, fu veduto, reggendosi a stento ed appoggiato al suo vecchio fratello, scendere quelle stesse scale, sulle quali trentaquattro anni avanti era stato installato con tanta pompa, ed attraversare quelle sale in cui la repubblica aveva ricevuti i suoi giuramenti. Tutto il popolo parve commosso da tanta durezza esercitata contro un vecchio che egli rispettava ed amava, ma il consiglio dei dieci fece pubblicare un ordine di non parlare di questa rivoluzione sotto pena d'essere tradotto innanzi agl'inquisitori di stato. Il 20 ottobre Pasquale Malipieri, procuratore di san Marco, fu eletto invece di Foscari, il quale non ebbe almeno l'umiliazione di vivere subordinato là dove aveva regnato. Udendo il suono delle campane che celebravano tale elezione, morì subitamente per l'emorragia d'una vena, che gli scoppiò nel petto[49].
CAPITOLO LXXVI.
Guerre d'Alfonso, re di Napoli, contro Malatesta di Rimini e contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di questo monarca e suo carattere.
1455 = 1458.
Più non restavano in tutta l'Italia altri semi di nuove guerre che quelli che Alfonso di Napoli non aveva acconsentito di soffocare col trattato di Lodi e colla lega formata nel susseguente anno. Egli aveva domandato che Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che Astorre Manfredi, signore di Faenza, e che i Genovesi, in allora governati dalla famiglia di Campo Fregoso, venissero esclusi dalla pace generale. Pure Alfonso non attaccò immediatamente coloro cui erasi riservato di poter fare la guerra; volle dare un poco di riposo ai suoi popoli, che dopo la morte di Giovanna II erano stati a vicenda in preda a civili discordie ed a straniere invasioni.
Sigismondo Malatesta si era procacciato l'odio di Alfonso con una mancanza di fede, cui poteva darsi il nome di truffa. Egli si era fatti dal re pagare trenta mila fiorini a conto di un armamento che doveva fare in suo favore, e dopo avere ricevuto il danaro si era unito ai di lui nemici. Forse Alfonso sarebbesi accontentato di forzarlo alla restituzione colle minacce o colle negoziazioni, se Sigismondo colla sua inquieta attività, colla sua violenza, colla sua rapacità, non si fosse attirato l'odio di tutti i suoi vicini. Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, era particolarmente irritato per cagione della sua mala fede. Sigismondo vessava sotto mille pretesti i vassalli d'Urbino; rompeva a voglia sua i trattati, e ne faceva di nuovi per romperli ancora. Le restituzioni che faceva dopo non erano mai un adequato compenso del danno cagionato[50].