Federico di Montefeltro era stato, come i Gonzaga, allievo di Vittorino da Feltre, e fu il più caro, il più distinto di tutti gli scolari di così celebre precettore; si acquistò in Italia altrettanto nome colla sua lealtà, colla sua aperta condotta, colla sua dilicatezza sul punto d'onore, quanto pei suoi talenti militari. Coperto da ogni genere di gloria, egli era nello stesso tempo l'amico ed il protettore dei dotti coi quali lavorava, ed il mecenate delle belle arti che faceva fiorire in Urbino. Questa piccola città si andava adornando sotto il di lui governo co' più bei monumenti d'architettura[51]. Federico, che occupavasi con molto zelo della prosperità de' suoi sudditi, non sapeva soffrire di vederla turbata dagli assassinj del principe suo rivale e suo vicino. Pure, prima di riaccendere la guerra in Italia, voleva avere il consentimento degli stati che si erano obbligati a mantenere la pace. Nella state del 1467 egli visitò Firenze, Bologna, Milano e Ferrara; ovunque fu ricevuto coi riguardi dovuti ben più al suo carattere che al suo rango. Il duca di Modena, Borso, lo fece in Ferrara scontrare in Sigismondo Malatesta, sperando che si riconcilierebbero; ma quest'incontro non servì che ad inasprirli di più e si separarono con motti ingiuriosi. Federico, dopo avere inutilmente cercata la pace, passò a Napoli per associare il suo risentimento a quello di Alfonso. Fu di ritorno in novembre con Giacomo Piccinino, che aveva avuto il tempo di rifare la sua armata a Città di Chieti nell'Abbruzzo, ov'erasi trattenuto un anno. Prima che le nevi obbligassero questi due generali a prendere i quartieri d'inverno, essi tolsero al Malatesta Reforzato, Montalto, e quattro in cinque altri castelli[52].
Ma la guerra di Romagna, che limitavasi a piccoli assedj fatti con piccole armate, non era che un giuoco che appena turbava la tranquillità d'Italia. L'altra guerra, che Alfonso erasi riservato il diritto di continuare, era molto più importante, e gli stava molto più a cuore. Mantenevasi vivo un odio ereditario tra i Catalani ed i Genovesi, e quest'odio aveva sempre fatto avidamente abbracciare alla repubblica di Genova le parti di tutti i nemici d'Alfonso. Questo monarca non aveva dimenticato l'affronto ricevuto a Ponza l'anno 1435, nè la battaglia in cui era stato fatto prigioniero coi suoi fratelli e colla sua nobiltà, e dove aveva potuto credere rovesciata per sempre la sua fortuna. Nuove offese erano state aggiunte a questo primo insulto; alleanze da lui contratte coi ribelli della repubblica gli avevano fatto abbracciare un partito nelle sue guerre civili, ed Alfonso credeva interessato l'onor suo a cacciare di Genova Piero di Campo Fregoso.
Questa repubblica, separata dalle montagne dalla Lombardia, più occupata del suo commercio del Levante che delle rivoluzioni degli stati vicini, era inoltre talmente indebolita dalle sue civili dissensioni, talmente concentrata ne' suoi domestici affari, che veniva dimenticata nel sistema politico d'Italia; e negli ultimi vent'anni erasi appena veduto il suo nome o le sue armi prendere parte ai grandi avvenimenti di questa contrada.
Potevasi a Genova osservare che la potenza de' grandi nomi e delle memorie istoriche non è meno durevole nelle repubbliche che nelle monarchie. Ma questa potenza non era stata ben legata alla costituzione dello stato, ed invece di essere una delle basi su cui riposavano l'ordine e le leggi, essa diventava per lo contrario un fomite di rivoluzione e di anarchia. Un popolo non conserva con sicurezza la sua libertà che quando l'aristocrazia costituzionale si unisce intimamente all'aristocrazia naturale, e si prestano a vicenda le forze loro, e reciprocamente si garantiscono, e non pertanto sono ambedue contenute ne' giusti limiti dal potere popolare. Ma se per lo contrario la potenza conservatrice nella repubblica deve continuamente lottare contro i pregiudizj che mantengono la nobiltà, lo stato non può sottrarsi a violenti convulsioni.
Quanto più un popolo è libero, tanto più ogni cittadino s'interessa vivamente alle grandi azioni operate per la patria, e tanto più allora la gloria ereditaria, che si attacca alle imprese ed alle virtù pubbliche, è sicura. Il suddito di un despota altro non vede nel generale vittorioso che l'istrione d'un magnifico spettacolo; il cittadino vede in lui il suo difensore, il suo salvatore, l'autore della propria sua gloria. Il nome, reso illustre da una nobile azione, è una proprietà nazionale, che in una patria libera fa brillare di gioja tutti i cuori. Niun popolo mostrò maggior entusiasmo del genovese per le sue famiglie nobili; ogni erede dei nomi dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi, dei Grimaldi, o dei nomi plebei ma illustri, degli Adorni e dei Fregosi, disponeva di una tale forza d'opinione che la nobiltà mai non esercitò in alcuna monarchia. Quest'aristocrazia di fatto aveva eccitata la gelosia della magistratura, e le leggi, che avrebbero dovuto appoggiarsi alla medesima come ad una áncora, tendevano per lo contrario a distruggerla.
Perchè un popolo sia liberamente governato, un elemento d'aristocrazia deve esistere nella sua costituzione; imperciocchè la libertà è l'equilibrio; il peso che nella bilancia reprime gli eccessi del popolo è essenziale all'equilibrio, siccome il peso che comprime la cupidigia dei grandi. Sopra tutto d'uopo è che trovinsi in una repubblica i rappresentanti del tempo passato, come quelli del tempo presente; che si veda un potere conservatore, come un potere rinnovatore. Conviene che trovisi in qualche parte del governo uno spirito aristocratico che sia il difensore delle antiche instituzioni, e l'áncora della repubblica per tenerla ferma contro le agitazioni democratiche. I progressi del pensiero ed il cammino dei secoli devono fare sperare un perfezionamento progressivo nelle politiche instituzioni; ma quelle che hanno di già la sanzione di una lunga durata, che riposano sul consentimento di molte generazioni non devono essere leggermente abbandonate. Dunque le leggi non devono respingere alcune innovazioni, ma devono renderle tutte difficili, per dare a tutte le quistioni la maturità della disamina. Tale è il bisogno aristocratico di tutti gli stati liberi; è un bene che trovisi sempre in loro un elemento aristocratico proprio a soddisfarlo.
I pregiudizj, le passioni, gl'interessi della nobiltà, vale a dire delle famiglie rese illustri dalla pubblica riconoscenza, la rendono propria in tutti gli stati a questo ufficio conservatore. La sua potenza sta interamente nella durata e nelle memorie. Le passioni del momento attuale hanno agli occhi suoi minor valore che l'eredità dei secoli; le fanno paura le innovazioni, perchè l'antichità è l'unica sua garanzia: applaude al superstizioso rispetto per le forme, pei costumi, pei pregiudizj, perchè la disamina di questi può nuocere a lei medesima, e perchè l'opinione di cui gode è associata ai pregiudizj. Per tal modo gl'interessi proprj della nobiltà, e le sue private passioni guarentiscono il suo zelo conservatore, qualora non le si accordino altre funzioni nello stato; mentre che questi stessi interessi, queste medesime passioni schiaccerebbero tutte le altre classi, se esercitassero esclusivamente la sovranità.
Genova conservata avrebbe la sua libertà, la sua gloria e l'interna sua prosperità, se le nobili famiglie, i di cui nomi si associavano sempre nel cuore d'ogni marinajo, d'ogni soldato ligure, alle vittorie che insanguinarono le coste della Sardegna, della Sicilia, dell'Italia, della Grecia, avessero legalmente goduto di un rango che potesse soddisfarle; se fossero state interessate a mantenere la costituzione e la gloria nazionale; se le leggi, invece di castigare la loro celebrità, l'avessero ammessa, e si fossero ristrette a limitarne la potenza. Ma l'imprudenza del legislatore non aveva prese in considerazione la celebrità dei discendenti di Paganino Doria e la somma influenza loro sul popolo, che per escluderli con tutti i nobili dalla principale dignità dello stato. Egli non aveva meglio associato gli Adorni ed i Fregosi alla difesa della costituzione, quantunque li riconoscesse plebei; non aveva voluto avere riguardo alcuno al favore popolare, ed aveva affidata la difesa dell'ordine stabilito a nuovi personaggi, opposti a coloro che invocavano la potenza dei secoli. Da ciò nacque che Genova fu forse di tutte le repubbliche la più infelice, quella che fu esposta alle più violenti convulsioni, quella che volontariamente soggiacque più volte al giogo straniero, perchè coloro che la natura aveva chiamati a difendere le sue leggi, s'armarono sempre per rovesciarle; perchè i custodi dell'onore nazionale lo resero dipendente dai loro capricci; perchè l'opinione rimase sovra di loro senza forza, tostocchè si furono una volta accertati che i numerosi loro partigiani non gli abbandonassero, quand'ancora tratterebbero coi nemici della patria; per ultimo perchè in tutte le occasioni l'aristocrazia del governo si trovò in opposizione coll'aristocrazia che aveva creata la pubblica opinione.
Abbiamo descritta la maniera con cui Genova riebbe la sua libertà in sul finire del 1435, ed in qual modo i cittadini occuparono in principio del susseguente anno il Castelletto, la sola fortezza che il duca di Milano avesse conservata entro le loro mura. Dopo tale epoca non avremmo quasi più opportunità di trattare di questa città, poichè le turbolenze che pel corso di venti anni seguirono quella rivoluzione si operarono quasi affatto internamente. I cittadini, adunati nel tempio di san Siro, avevano scelto per loro doge Isnardo di Guarco, figliuolo di quel Niccola ch'era stato capo della repubblica in tutto il tempo della guerra di Chiozza dal 1378 al 1383. Ma due famiglie potenti in Genova, due famiglie proprietarie di molti feudi nelle due Riviere, ed imparentate con tutta l'antica nobiltà esclusa dalla legge dalla suprema magistratura, non acconsentiva giammai che la corona ducale si trovasse fuor dell'una casa o dell'altra. Era appena stato posto sul trono Isnardo di Guarco, quando Tommaso Fregoso rientrò in città con una truppa di faziosi, lo attaccò il settimo giorno della sua magistratura, lo cacciò dal palazzo pubblico, e adunò il consiglio degli elettori. Tommaso Fregoso rappresentò loro ch'egli stesso era doge di Genova, ch'era stato legittimamente eletto il 4 luglio del 1415; che dopo tale epoca nulla aveva fatto che potesse fargli perdere la carica accordatagli dalla sua patria; che veramente egli si era assoggettato al trattato con cui la repubblica, per godere qualche riposo, aveva, il 2 novembre del 1421, chiamato il duca di Milano alla signoria, ma che nel 1425 egli era stato il primo ad accorrere in soccorso dell'oppressa libertà, che il suo tentativo, sebbene non coronato da felice riuscita, doveva averlo renduto benemerito dei suoi concittadini, che altronde egli perduti non aveva i suoi diritti, e che, la repubblica trovandosi finalmente riconstituita, doveva rientrare egli stesso nel godimento della sua prima dignità. Questo discorso, sostenuto dalla presenza di Battista Fregoso, il valoroso fratello di Tommaso, dalla ricordanza della di lui vittoria sopra i Catalani a Bonifazio, e da un partito audace ed armato, persuase il consiglio a riconoscere Tommaso per doge in forza della precedente elezione[53].
I Genovesi, dopo le lunghe loro guerre civili, avevano la sventura di non riputare delitto nè turpe cosa il prendere le armi contro la patria, o l'arrogarsi violentemente una contrastata autorità. I principi loro vicini che volevano signoreggiarli, coglievano avidamente tutte le occasioni per prendere parte nelle interne loro discordie, seducendo i capi di fazione con offerte di soccorsi, e loro suggerendo ambiziosi progetti che mai non avrebbero osato di formare essendo soli. Il duca di Milano fece insinuare a Battista Fregoso, che postocchè il popolo di Genova non aveva eletto suo fratello che per cagion sua, era cosa da stolto il lasciare il fratello sopra un trono ch'era destinato a lui medesimo, lasciando altrui raccogliere i frutti di quel favore popolare, che tutto dirigevasi verso di lui. Gli offrì soldati, danaro e la sua alleanza. Battista non seppe resistere a tanta seduzione; si assicurò l'assistenza de' soldati, che gli erano affezionatissimi, occupò il pubblico palazzo mentre suo fratello assisteva ai divini ufficj, e si fece riconoscere doge l'anno 1437. Per altro i migliori cittadini, sdegnati da questo attentato contro le leggi, e da questo domestico tradimento, accorsero in ajuto di Tommaso Fregoso, attaccarono con lui il palazzo, fecero prigioniere Battista; e lo consegnarono al fratello. Tommaso, lungi dall'acconsentire che fosse condannato a pena capitale, come ne facevano istanza i tribunali, gli perdonò, e nel susseguente anno gli affidò il comando delle galere accordate dalla repubblica al re Renato per combattere Alfonso nel regno di Napoli[54].