Il nuovo re aveva molte volte comandate le armate di suo padre contro i Fiorentini, i Veneziani ed i Turchi, aveva scacciati gli ultimi da Otranto, e questa spedizione gli aveva procacciata non poca riputazione militare. Aggiugneva a questo vantaggio quello di disporre di un immenso tesoro ammassato con avarizia dal padre, e ch'egli stesso accrebbe con una straordinaria contribuzione assai pesante imposta in occasione del suo avvenimento al trono[72]. Finalmente Alfonso godeva riputazione di non avere eguali in quella perfida politica, che credesi accortezza fin che è coronata da felici successi. «I nostri nemici, dice Filippo di Comines, erano tenuti savissimi e sperimentati in fatto di guerra, ricchi ed abbondanti d'uomini accorti e di buoni capitani, ed in possesso del regno[73].» Ma tutta la loro riputazione non sostenne una prima prova.
Alfonso, salendo sul trono, doveva apparecchiarsi a difenderlo contro il vicino assalto che gli era annunciato: da un canto gli era perciò necessario di spalleggiarsi con un buon sistema di alleanze; dall'altro di adunare un'armata che potesse anche sola tener testa al nemico, perciocchè mai non doveva lusingarsi che veruno alleato abbracciasse la sua causa con maggior vigore di quel che la difenderebbe egli medesimo; ma parve che il nuovo re avesse maggiore confidenza nelle negoziazioni che nelle armi.
Mandò subito Camillo Pandone, uno de' suoi confidenti ministri, lo stesso che tornava dall'ambasciata di Francia, a Bajazette II, imperatore dei Turchi, per rappresentargli che Carlo VIII diceva scopertamente che non risguardava la conquista di Napoli che come uno scalino necessario per occupare l'impero d'Oriente; e che effettivamente i suoi porti dell'Adriatico, i quali non erano lontani che pochi giorni di navigazione da quelli della Macedonia, quando fossero in potere di una nazione così potente e bellicosa quanto lo era la francese, potrebbero facilitare i più pericolosi attacchi contro l'impero turco. In conseguenza Alfonso domandava a Bajazette sei mila cavalli ed altrettanti pedoni, offrendosi di pagarli per tutto il tempo che sarebbero al suo servigio in Italia[74]. Dopo pochi mesi Pandone fu nuovamente spedito a Bajazette, cui il papa, volendo pure trattare in nome proprio, aggiunse Giorgio Bucciardo, Genovese, che Innocenzo VIII aveva altra volta incaricato di poco onorevole missione presso la sublime Porta[75]. Alessandro VI, che nelle sue bolle esortava Carlo VIII a volgere tutte le sue forze contro il Turco, poichè le guerre con un principe cristiano erano indegne di un monarca che prendeva il titolo di Cristianissimo, e di figlio primogenito della Chiesa[76], cercava nello stesso tempo di eccitare i Turchi contro lo stesso monarca. D'altra parte accordava a Ferdinando il cattolico il prodotto delle tasse della crociata che faceva predicare nelle Spagne, purchè questo re le adoperasse contro i Francesi e non contro gl'infedeli[77]. Maometto II non avrebbe certo trascurata così bella occasione di mettere piede in Italia, e ridurre ad una specie di vassallaggio un nuovo principe cristiano; ma il suo debole successore non istendeva tant'oltre la sua politica, e temeva di turbare la propria tranquillità; si limitò pertanto di ordinare al pascià d'Albania di adunare circa quattro mila soldati turchi alla Valona, e non prese veruna parte nella guerra[78].
Intanto Alfonso aveva mandati quattro ambasciatori al papa per rendere più intima l'alleanza con lui conchiusa da suo padre, ed ottenere l'investitura della Chiesa. Alessandro VI, la di cui politica consisteva nel porre sfrontatamente all'incanto la sua fedeltà, aveva mostrato di dare orecchio alle proposizioni del cardinale Ascanio Sforza, che nel collegio de' cardinali spalleggiava il partito francese, mentre che il cardinale Piccolomini era alla testa dell'arragonese. Ma questa non era che un'astuzia del papa per vendere a più alto prezzo le sue concessioni, ed il 18 aprile del 1494 accordò ad Alfonso le bolle d'investitura per il regno di Napoli sotto le condizioni espresse nelle precedenti investiture[79].
Il cardinale Giovanni Borgia, figlio del papa ed arcivescovo di Monreale, era stato nominato legato a latere per la cerimonia della coronazione d'Alfonso, e questi andò a Napoli a raccogliere per la sua famiglia le ricompense, colle quali questo monarca aveva comperata l'alleanza de' Borgia. Eranvi a Napoli sette grandi cariche della corona, che a seconda delle istituzioni feudali erano ministeri a vita, quasi indipendenti dall'autorità reale: una di loro, quella di protonotario fu accordata a Giuffrè Borgia col principato di Squillace, la contea di Cariati e dieci mila ducati d'entrata; un'altra, cioè la prima che rimarrebbe vacante, fu promessa al duca di Candia, secondo figlio del papa, col principato di Tricarico, i contadi di Chiaramonte, Cauria e Carinola, e dodici mila ducati d'entrata; finalmente Virginio Orsini, che aveva condotto questo trattato, ricevette un'altra di queste grandi cariche della corona, ed era quella di grande contestabile la più eminente di tutte[80]. Diverse rendite ecclesiastiche vennero accordate nel regno a Cesare Borgia, che suo padre aveva di fresco creato cardinale, facendo con testimonj e giuramenti provare ch'era figlio legittimo di un cittadino romano e capace d'esercitare le più sublimi dignità della Chiesa[81].
L'alleanza di Pietro de' Medici non era stata comperata a così alto prezzo, ed aveva bastato per sedurlo la propria vanità. Credevasi che Alfonso gli avesse promesso d'ajutarlo a mutare la sua autorità sopra Firenze in assoluto dominio, col titolo di principato[82]. In contraccambio il Medici, in forza di segreta convenzione, non comunicata ai consigli della repubblica, prometteva al re di Napoli di ricevere la sua flotta nel porto di Livorno, di fare per lui in Toscana leve di soldati, e di resistere colle armi all'attacco de' Francesi[83]. Inoltre credeva il Medici di potere rispondere delle repubbliche di Siena e di Lucca, che trovavansi quasi affatto chiuse nel territorio fiorentino, e che non potevano pensare a tenere una diversa politica. Alfonso aveva pure estesi i suoi trattati dalla banda della Romagna. Cesena era rientrata sotto l'immediata autorità del pontefice che ne rispondeva; Faenza, principato del giovane Astorre Manfredi, trovavasi allora sotto la tutela de' Fiorentini; Imola e Forlì, che appartenevano ad Ottaviano Riario, sotto la tutela di sua madre, la famosa Catarina Sforza, presero parte alla lega mercè un sussidio promesso da Alfonso e dai Fiorentini; finalmente Giovanni Bentivoglio di Bologna abbracciò lo stesso partito ad eguali condizioni[84]. Per tal modo tutta l'Italia meridionale sembrava unita da una sola alleanza, e più non presentava che un solo confine dalle rive dell'Adriatico a quelle del mar Tirreno. La Toscana e Bologna erano i soli paesi per i quali l'armata francese potesse avanzarsi verso Roma e Napoli; Alfonso si obbligò di custodire l'uno e l'altro confine con due armate, che occuperebbero la linea delle montagne, ed i passaggi fortificati dei fiumi. Nello stesso tempo, perchè aveva avuto avviso de' grandi apparecchi marittimi che i Francesi facevano a Genova, e ricordandosi che Giovanni, duca di Calabria, l'ultimo dei principi Angiovini, aveva invaso per mare il regno di Napoli, diede a don Federico, suo fratello, il comando di una flotta di trentacinque galere, diciotto grandi vascelli e dodici più piccoli, coi quali doveva portarsi a Livorno per aspettare i Francesi in quelle acque, e chiuder loro il passaggio del mare di sotto, se mai volessero tentarlo[85].
Per disporre, d'accordo co' suoi alleati, le forze di terra, Alfonso andò il 13 luglio a Vicovaro, presso Tivoli, ove dovevano trovarsi Alessandro VI e gli ambasciatori Fiorentini. Assicurasi che in questo congresso Alfonso parlò con molta eloquenza intorno alla necessità di salvare co' più vigorosi sforzi, non il suo trono, ma l'indipendenza di tutta l'Italia, l'esistenza di tutti gli stati, l'esistenza delle loro leggi e delle loro costumanze. D'uopo era, diceva egli, o persuadere Lodovico il Moro a rinunciare all'alleanza contratta col monarca francese ed a rientrare negl'interessi italiani, o forzarlo a scendere dal trono, rendendo l'autorità al nipote[86]. Per giugnere a questo scopo Alfonso offriva la sua flotta, comandata da suo fratello don Federico, e l'armata di terra, composta di cento squadroni di cavalleria pesante, di venti uomini d'armi per ogni squadrone, e di tre mila arcieri o cavalleggeri. Pensava di attraversare la Romagna con queste truppe e di far rivoltare la Lombardia, prima che il Moro avesse ricevuti soccorsi dai Francesi[87].
Ma questi vigorosi consigli vennero attraversati dagl'interessi e dalle private passioni del papa. Voleva questi approfittare delle forze adunate ne' suoi stati, per liberarsi prima di tutto dai suoi nemici. Aveva di già stretta d'assedio Ostia per disfarsi del cardinale Giuliano della Rovere che caldamente perseguitava; questi, non ignorando la sorte che gli era riservata se cadeva in mano ai suoi nemici, fuggì d'Ostia il 23 d'aprile a tre ore di notte, e si fece sopra un brigantino trasportare a Savona, di dove passò a Lione presso Carlo VIII[88]. Dopo la di lui fuga la sua fortezza non fece lunga resistenza. Alessandro VI voleva pure adoperare le truppe napolitane per sopprimere i Colonna. Prospero e Fabrizio due capi di quest'illustre casa avevano di già acquistata molta riputazione nelle armi stando al soldo del re Ferdinando, ma eransi aombrati de' favori ultimamente prodigati a Virginio Orsini, capo di una casa rivale, e s'erano segretamente obbligati a prendere servigio sotto il re di Francia; intanto, finchè loro si presentasse l'opportunità di passare sotto le sue bandiere, si erano ritirati ne' loro feudi col cardinale Ascanio Sforza, cercando di guadagnar tempo con false negoziazioni intavolate col papa e col re di Napoli[89].
L'inimicizia del papa contro i Colonna obbligò Alfonso a dividere l'armata. Rinunciò alla risoluzione di condurla egli stesso in Romagna, e ne affidò il comando a suo figlio Ferdinando; ma prima ne staccò trenta squadroni di cavalleria, che tenne ai confini degli Abruzzi, onde coprire lo stato ecclesiastico ed il suo, ed una parte de' suoi cavalleggeri, che diede a Virginio Orsini con dugent'uomini d'armi del papa, onde accantonarsi ne' contorni di Roma e tenere in dovere i Colonna. Ferdinando, duca di Calabria, valoroso principe, in età di venticinque anni, non meno caro ai sudditi che ai soldati, doveva entrare in Romagna con settanta squadroni, ed il rimanente della cavalleria leggiera, riunire alla sua armata le compagnie degli uomini d'armi promesse dal Riario e dal Bentivoglio, tentare di promovere una rivoluzione in Lombardia, e, non potendo ciò ottenere, chiudere almeno ai Francesi fino all'inverno la strada della Romagna.
Non supponevano gl'Italiani che si potesse guerreggiare in tempo d'inverno, e, se potevano guadagnare sei mesi, non dubitavano che l'attacco de' Francesi, intrapreso con leggerezza, con eguale leggerezza non fosse abbandonato[90]. Gian Giacopo Trivulzio, guelfo milanese, il conte di Pitigliano della casa Orsini, ed Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara, furono dati per consiglieri al giovane principe. Promise Pietro de' Medici d'incaricarsi della difesa della Toscana, e delle gole degli Appennini; ma con una inconcepibile imprudenza non si procurò truppe straniere.