Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso, duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini. Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro ad vincula, non aveva voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de' Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a così caro prezzo[67].

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra, futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace. I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte. Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti, tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante riconosciuto per suo successore[69].

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari, politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria, quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo, e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere: tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello, circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti. Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà; gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati contadini del suo regno[70].

CAPITOLO XCIII.

Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de' Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di Firenze; esilio dei Medici.

1494.

Alcune di quelle grandi rivoluzioni che cambiano la faccia del mondo, fanno conoscere tutte le forze dello spirito umano; vengono calcolate negli attacchi e nelle difese tutte le più accorte combinazioni; tutti gli accidenti sono preveduti, e tutti gli ostacoli, dagli uni ingranditi coll'arte, vengono rimpiccoliti dall'altrui accortezza. La fortuna, che non si può escludere dalle cose umane, è stata in parte corretta da una costante antiveggenza; e la giusta confidenza in sè medesimo, che si acquista facendo uso di tutte le proprie facoltà, si comunica dai capi ai subordinati; tutti hanno fatto il dover loro come cittadini o come soldati, ogni ordine fu eseguito come fu dato, e quegli ancora che rimangono perdenti possono non pertanto vantarsi di essere stati alla migliore scuola della guerra e della politica. Ma altre rivoluzioni, egualmente importanti nei loro risultati, vengono alcuna volta condotte a fine con mezzi affatto diversi; l'imperizia si oppone all'imperizia; l'errore, che perdere dovrebbe un partito, non lo perde, perchè viene compensato da un altro più grande commesso dalla contraria parte. L'umana previdenza non può allora calcolare le vicende d'una tal lotta; perchè si possono bensì assoggettare al calcolo gli umani interessi, ma non mai le follie degli uomini; a petto di un savio partito incontransene mille di sragionevoli, e l'impero della fortuna è prodigiosamente esteso, quando vi si trova compreso lo stesso concatenamento delle idee. La sorte dell'Italia si decise nel 1494 con una lotta di simile natura tra l'incapacità e l'inesperienza: l'una e l'altra parte, isolatamente considerate, pareva che dovessero essere perdenti, e vedendo la condotta del re di Francia, e quella del re di Napoli, sembrava ugualmente impossibile che Carlo VIII potesse conquistare l'Italia, e che Alfonso II potesse impedirlo.

Due ore dopo la morte di Ferdinando, Alfonso II, siccome era l'uso d'Italia, aveva corse a cavallo le strade di Napoli, e le sei piazze o seggi, ove si adunavano la nobiltà ed il popolo per le cose del governo municipale; era stato accolto in mezzo agli applausi popolari, e, dopo avere preso possesso della corona nella cattedrale, si era fatta dare la guardia de' castelli[71].