Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli, ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani; era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella, re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492 convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis, del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers, che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali diritti[54].

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di gennajo del 1493[55].

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia. Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria. Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere ajuto e consiglio pel re suo padrone. Risposero i Veneziani che sarebbe presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso, mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche; ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua amicizia[57].

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII, che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi stati[61].

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli, aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza; gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis, Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato, staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de' Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate francesi penetravano una volta in Italia[65].