La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità che per diritto gli apparteneva[41].

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè conservava la potenza e la pompa della sovranità.

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido; mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà, e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a' signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti»[47].

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà, nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di maggiore gloria che non poteva sostenerne.

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso, ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino, morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova. Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme, siccome impresa riservata al valor francese[49].

Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino, che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de' suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano. Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de' Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato, cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito da questa invasione di barbari[52].