Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].
Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore. Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484, e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.
Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri, siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa. L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].
Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso. Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema politico dell'Italia[34].
Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino, parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia, assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non approvare la vendita d'Anguillara[36].
Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493, malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].
Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti, cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse, entrarvi[38].
Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso, perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote, Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel 1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano, soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e, sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano a suo nome occupato il supremo potere.
Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo, e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza, e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro. Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi. Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia; la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni pubblica amministrazione.