Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore, doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.
Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este. Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de' Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze fisiche, prodotto da una severa astinenza.
Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.
Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel 1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco, dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma, fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.
La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi miracoli.
L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione; risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini: malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta l'assoluzione[27].
Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28]. Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo sotto cui erano caduti.
Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi, d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno, nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati della repubblica[29].
Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato, non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto il favore popolare[30].