Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale, Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri. Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a Livorno[103].
Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo, ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì, della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri, ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera, che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di Ferdinando[106].
In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto, onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco. Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli oltremontani[107].
Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano, attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del ben pubblico, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].
Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e nell'Austria[109].
Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità; il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli, ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111]. Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de' piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna. Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494, prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che scontrasse verun ostacolo[112].
L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia, dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo, Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet, vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano, avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua corte[115].
Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì dalla politica di Bianca[117].