Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il 19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero, Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà, avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove fu splendidamente accolto[121].

Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de' cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani, figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo, alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì il cammino alla volta di Piacenza[123].

Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente, che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].

In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca, che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de' concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici, ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le loro forze nella Romagna[129].

Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che, quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio, aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].

La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra, attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza, mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra, ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto. Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132]. Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere a verun soldato[133].

Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro giusti timori.

L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi, ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante opinione.