Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando, condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de' Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in cui veniva attaccato Sarzanello[137].
Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando, conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito: e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al loro stato[139].
I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana, s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo, suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni. Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola, approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura, ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].
Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi, sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici, e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a quest'estremo[142].
Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza; stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de' servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua famiglia: Palle! Palle! ma questo grido altre volte così caro al popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini, ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due fratelli negli Appennini[143].
Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna, invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori. La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì, ma condusse i suoi giorni in esilio.
Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi cui si estendeva il loro commercio[145].
La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e scambiarono il nome di Medici in quello di Popolani[146].