Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.

Gli ambasciatori fiorentini passarono a Lucca dov'era il re, ma non ottennero udienza, e furono costretti di seguirlo a Pisa. Colà il padre Savonarola apostrofò il vittorioso monarca con quel tuono autorevole, ch'era accostumato a prendere in faccia al suo uditorio. Non era il deputato d'una repubblica che parlava ad un re, ma l'inviato di Dio, quegli che aveva predetta la discesa dei Francesi in Italia, che ne aveva lungo tempo minacciati i popoli, come fosse un castigo del cielo, e che adesso parlava a colui che il dito di Dio aveva guidato, per indicargli come doveva terminare l'opera di cui lo aveva incaricato la Provvidenza.

«Vieni, gli disse, vieni adunque pieno di fiducia, vientene lieto e trionfante, perciocchè colui che ti manda è quello stesso che per la nostra salute trionfò sul legno della croce. Pure, ascolta le mie parole, o cristianissimo re! e fanne tesoro nella tua mente. Il servo del Signore, cui queste cose vennero per parte di Dio rivelate.... ti avvisa che sei stato mandato da sua divina Maestà, perchè, seguendo il di lui esempio, tu debba usare misericordia in ogni luogo, ma in particolare nella sua città di Firenze, nella quale, benchè sianvi molti peccati, conservansi altresì molti fedeli servitori tanto nel secolo che nella religione. In grazia loro tu devi risparmiare la città, acciocchè essi preghino per te, e ti secondino nelle tue spedizioni. L'inutile servo, che ti parla, ti avverte di più in nome di Dio, e ti esorta a difendere con tutta la tua possanza l'innocenza, le vedove, i pupilli, gli sventurati, e sopra tutto il pudore delle spose di Cristo che sono ne' monasteri, onde tu non sia cagione di moltiplicare i peccati, perchè per cagione di questi si fiaccherebbe la somma potenza datati da Dio. All'ultimo per la terza volta il servo di Dio ti scongiura in nome suo a perdonare le offese. Se tu ti credi ingiuriato dal popolo fiorentino, o da qualche altro popolo, loro perdona, poichè peccarono per ignoranza, non sapendo che tu sei l'inviato dell'Altissimo. Ricordati del tuo Salvatore, che appeso in croce perdonò a' suoi carnefici. Se tu fai, o re, tutte queste cose, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti farà dovunque vittorioso; e finalmente ti riceverà nell'eterno suo regno de' cieli»[148].

Il re aveva appena udito alcun cenno della fama del Savonarola, ed altro in lui non ravvisò che un buon religioso; il suo ragionamento parvegli una predica cristiana, e senza voler entrare nell'argomento, promise che, subito giunto in Firenze, aggiusterebbe ogni cosa con soddisfacimento del popolo[149]. Pure egli aveva di già violato il trattato conchiuso con Pietro de' Medici, e con l'inconsiderato suo procedere erasi posto in tale imbarazzo, da cui più non potè uscire con onore.

Erano di già ottantasette anni che Pisa trovavasi sotto il dominio de' Fiorentini[150]. I Pisani avrebbero potuto aspettarsi che ne' primi anni della loro servitù il popolo vincitore facesse loro sentire il peso di un risentimento che non era ancora spento, ed una diffidenza, tenuta viva da fresche ingiurie. Ma d'altra parte dovevano sperare dal tempo la fusione de' due stati in un solo, poichè la prosperità del paese conquistato era necessaria a quella del vincitore. Pure accadde tutt'all'opposto; ne' primi anni che tennero dietro alla conquista, l'amministrazione de' Fiorentini fu assai più moderata che quella degli anni successivi. Il primo commissario fiorentino mandato a Pisa, Gino Capponi, era un uomo giusto e moderato, ed aveva cercato di cattivarsi gli animi. Quando due anni dopo i Fiorentini offrirono Pisa alla Chiesa per adunarvi il concilio che doveva terminare lo scisma, cercarono di procurare a questa città pecuniarj vantaggi e di richiamarvi con tal mezzo i cittadini che emigravano. Pistoja colla dolcezza era stata guadagnata per sempre alla sorte della repubblica fiorentina, e gli Albizzi avevano bastante accorgimento per approfittare di questo domestico esempio. Ma la rivoluzione del 1434, diminuendo la libertà fiorentina, scemò pure la liberalità della sua condotta rispetto ai popoli sudditi. I diritti politici del popolo vincitore erano a tanta ristrettezza ridotti, che, paragonandosi ai vinti, egli non sarebbesi trovato in nullo modo avvantaggiato, se questi stessi non fossero stati privati di que' diritti civili che mai non dovrebbero essere violati. La politica fiorentina rispetto alle città suddite si ristrinse ad un proverbio, che giustificava i falli de' magistrati, trasformandoli in massime di stato. Pisa, dicevano, si deve tenere colle fortezze, Pistoja col tener vivi i partiti[151]. In fatti i Fiorentini fabbricarono in Pisa due fortezze che signoreggiavano la città; e contando sopra questa mal sicura catena, crudelmente abusarono del loro potere. A gravose imposte si aggiunsero private esazioni, ed i rubamenti di tutti gli agenti del governo; furono esclusi i Pisani dagl'impieghi, da ogni pubblica funzione, ancora da quelle che le leggi riserbavano agli stranieri, e furono offesi continuamente col disprezzo, coll'odio o colla derisione. Per altro maravigliati di trovare negli spiriti una resistenza proporzionata a questa violenza, e volendo pure domare ciò che chiamavano l'orgoglio de' Pisani, risolsero, per farli poveri, di attaccare nello stesso tempo la loro agricoltura ed il loro commercio.

Tutto il Delta dell'Arno, esposto alle inondazioni, e non avendo verso il mare un facile scolo, era non pertanto stato preservato dalle acque stagnanti, e guadagnato al lavoro ed alla salubrità dalla industria e dalla costante attenzione della repubblica pisana nel conservare liberi tutti i canali che attraversano il piano. Questi canali vennero dai Fiorentini abbandonati[152]. Bentosto le acque stagnanti infettarono le campagne colle loro esalazioni; le malattie distrussero la popolazione e restituirono al deserto que' campi che l'industria gli aveva rubati. Anche la città fu spopolata dalle febbri maremmane; ed all'ultimo gli edificj ed i sontuosi palazzi che l'avevano renduta la più superba tra le città d'Italia, provarono ancor essi l'influenza dell'aria senz'elaterio, dell'umidità e della putrefazione.

D'altra parte i Pisani, che si erano sollevati col commercio, che avevano coperto il Mediterraneo di flotte, ed introdotte i primi nell'Occidente le arti degli Orientali per mezzo delle giornaliere loro corrispondenze con Costantinopoli, colla Siria e coll'Affrica, trovavansi assoggettati alla gelosa amministrazione di un governo di mercanti, che credevano di arricchirsi con tutti i rami del commercio che loro toglievano. Alcune leggi privarono i Pisani delle manifatture delle sete e delle lane; il commercio all'ingrosso venne, quale esclusivo privilegio, riservato ai soli Fiorentini, ed in tal modo Pisa fu ridotta ad un tale stato di miseria e di spopolazione, che formavano la vergogna dei suoi padroni[153].

Ma in questo stato d'abbassamento l'orgoglio del nome Pisano e l'antico amore di libertà non erano spenti nei generosi discendenti de' cittadini di Pisa. I gentiluomini, siccome il popolo, erano animati da uno stesso sentimento; tutti erano disposti a sagrificare per la patria quella vita e quelle ricchezze delle quali appena credevano esser possessori, poichè la volontà arbitraria de' loro padroni poteva loro rapirle ad ogni istante. All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa, e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava all'armata, e questi ajutò i Pisani nel più difficile istante coi consiglj e col favore che godeva presso la corte[154].

Tra i gentiluomini pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo odio contro i Fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile giogo[155]. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' Fiorentini. Egli recossi al palazzo dei Medici ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani, della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò, parlando dei Fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il vocabolo di libertà, il solo che di tutto il suo discorso avessero potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà[156].