Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia, viva la libertà, eccheggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati Marzocchi, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente repubblica[157]. Per una straordinaria combinazione il 9 novembre, nello stesso giorno in cui i Fiorentini avevano ricuperata la loro libertà colla cacciata dei Medici, i Pisani riavevano la loro, cacciando la guarnigione fiorentina.
Intanto Carlo VIII mostravasi incerto di credersi legato verso la repubblica fiorentina dal trattato stipulato con Pietro de' Medici. La più celebre città dell'Occidente per commercio e per ricchezze tentava la cupidigia della sua armata; egli avrebbe avidamente colta l'occasione di riprendere le ostilità. Dopo d'avere posta una guarnigione francese nella nuova fortezza di Pisa, e data l'antica ai Pisani, egli s'avanzava coll'armata alla volta di Firenze senza aver dato risposta agli ambasciatori della repubblica, e senza pure voler prendere determinazioni intorno ai successivi movimenti, finchè non sapesse quali progressi avesse fatti in Romagna l'armata sotto gli ordini di Daubignì, e quali risoluzioni avesse prese Ferdinando, che colà comandava l'armata nemica[158].
Don Ferdinando aveva saputo impedire al Daubignì di avanzarsi colla felice scelta delle posizioni: ma quando i Colonna avevano prese le armi nelle vicinanze di Roma, era stato forzato ad indebolire la sua armata per mandar gente a suo padre; il quale aveva unite le sue truppe, e quelle mandategli dal figliuolo, alle armi del papa, ed aveva, sebbene senza successo, vigorosamente attaccati i Colonna. Intanto Ferdinando più non si trovò abbastanza forte per tener testa al Daubignì, e non potè impedire che questi prendesse il castello di Mordano, nel contado d'Imola, i di cui abitanti furono tutti barbaramente trucidati[159]. Tanta crudeltà atterrì tutti i piccoli principi della Romagna, che Ferdinando più non aveva bastanti forze per proteggere; Catarina Sforza, la prima di tutti, trattò separatamente con Daubignì e gli aprì gli stati del figliuolo. Nello stesso tempo seppesi in Romagna che Pietro de' Medici aveva date in mano al re le fortezze della Toscani, onde il principe arragonese conobbe di non potersi più mantenere nella sua posizione, e ripiegò sopra Roma, mentre don Federico, suo zio, ricondusse la sua flotta ne' porti del regno di Napoli[160].
Carlo VIII, informato della ritirata di don Ferdinando, ordinò al Daubignì di raggiugnerlo a Firenze cogli uomini d'armi francesi, cogli Svizzeri e con trecento cavalleggeri del conte di Cajazzo, mentre ch'egli licenzierebbe gli uomini d'armi italiani al suo soldo, e quelli del duca di Milano. Dopo ciò Carlo VIII si fermò alla Villa Pandolfini, presso di Signa, lontana otto miglia da Firenze, per dar tempo d'arrivare al Daubignì, onde entrare in Firenze in più imponente maniera[161].
Il vescovo di san Malo, Briçonnet, il siniscalco di Belcario, e Filippo di Bresse, fratello del duca di Savoja, i tre uomini ch'erano più avanti nel favore del re, gli rappresentarono, che Pietro de' Medici non erasi perduto che a motivo de' servigj renduti ai Francesi. I suoi nemici nulla gli rinfacciavano con tanta amarezza quanto la cessione delle fortezze dello stato, e non eransi fatti arditi che allorquando Pietro si era allontanato per venire a trovare il re. Questi tre signori andavano dunque incitando il re a rimettere Piero de' Medici in Firenze, e questi infatti gli spedì un corriere a Bologna per farlo ritornare. Ma Piero, disgustato dal freddo accoglimento fattogli dal Bentivoglio, era passato a Venezia[162], e quando ricevette il messaggio del re, si credette in dovere di darne parte alla signoria, per chiederle consiglio. Supposero i Veneziani, che, rimettendo i Medici a Firenze, il re terrebbe quella città in una più assoluta dipendenza; e, siccome di già cominciavano ad essere aombrati dalla sua potenza, vollero privarlo di questo mezzo di consolidarla. Consigliarono perciò Pietro a non darsi in mano di un monarca da lui offeso, e per essere più sicuri della sua docilità lo circondarono segretamente di guardie, che mai non lo perdevano di vista[163].
Non avendo Carlo VIII ricevuta da Bologna la risposta che desiderava, fece il suo ingresso in Firenze per porta san Friano, il 17 di novembre in sull'avvicinare della sera. Fu alla porta ricevuto sotto un baldacchino dorato, e portato dalla nobile gioventù fiorentina: il clero lo circondava cantando inni, e tutto il popolo mostrava di accoglierlo con affetto e con piacere. Pure lo stesso Carlo non risguardava quest'ingresso come affatto pacifico; portava la lancia sulla coscia, lo che in appresso spiegò come un simbolo della conquista che faceva del paese; lo seguivano tutte le truppe colle armi alzate, ed in minaccioso apparato; il linguaggio straniero e l'impetuosità dei Francesi, le lunghe alabarde degli Svizzeri, non ancora in Toscana vedute, e l'artiglieria volante, che i Francesi erano stati i primi a rendere mobile come le loro armate, non inspiravano meno terrore che curiosità e maraviglia[164]. I Fiorentini, che con animo inquieto ricevevano questi barbari ospiti entro le loro mura, non avevano trascurati tutti i mezzi di difesa. Ogni cittadino aveva adunati nella sua casa in città tutti i suoi contadini, tenendoli apparecchiati a difendere colle armi la libertà, quando suonasse la campana del comune. Eransi pure chiamati entro la città coi loro soldati i condottieri al soldo della repubblica; sicchè a lato all'armata francese, che aveva preso gli alloggiamenti in Firenze, si era segretamente formata un'altra armata, apparecchiata a tenerle testa.
Tostocchè il re si trovò nel palazzo dei Medici che gli era stato destinato dalla signoria, cominciò a trattare coi suoi commissarj. Ma le sue prime domande non cagionarono minore sorpresa che spavento: dichiarò, che, essendo entrato in città colla lancia sulla coscia, Firenze era sua conquista, che ne riteneva la sovranità, e che altro omai non trattavasi che di vedere se vi ristabilirebbe i Medici per governare in suo nome, o se acconsentirebbe di dare la sua autorità alla signoria sotto l'ispezione dei suoi consiglieri di toga lunga, che intendeva di aggiugnerle. Risposero i Fiorentini con rispettosa fermezza, che avevano ricevuto il re come loro ospite, che non avevano voluto prescrivergli un ceremoniale intorno al modo di entrare fra di loro, ma che gli avevano aperte le porte pel rispetto che nudrivano verso di lui, e non per forza; e che mai non sarebbero per rinunciare nè in grazia sua, o di altri, alla menoma prerogativa della loro indipendenza o della loro libertà[165].
Sebbene fossero di così opposti sentimenti, nè l'una parte, nè l'altra desiderava di venire alle mani. I Francesi, maravigliati della straordinaria popolazione di Firenze, di que' solidi palazzi che sembravano altrettante fortezze, e del coraggio mostrato dai cittadini nello scuotere il giogo dei Medici, temevano di azzuffarsi nelle strade, ove si troverebbero oppressi dalle pietre scagliate dall'alto dei tetti e dalle finestre; i Fiorentini, contenti d'imporne ai loro ospiti, non bramavano che di acquistar tempo, aspettando l'istante in cui al re piacerebbe partire. Frattanto continuavano le conferenze, ed il re si era ridotto a domandare una somma di danaro, ma tanto esorbitante, che, quando il suo segretario reale ebbe terminata la lettura di ciò che dichiarava essere l'ultimatumdel suo signore, Pietro Capponi, il primo de' segretarj fiorentini, gli strappò di mano la carta e stracciandola, gridò: «Ebbene! quand'è così, voi suonate le vostre trombe, e noi suoneremo le nostre campane;» e uscì subito di camera. Tanto impeto e tanto coraggio intimidirono il re e la sua corte; supposero che i Fiorentini avessero grandissimi mezzi, poichè ardivano di parlare tant'alto, e richiamarono il Capponi. Allora presentarono più moderate proposizioni, che vennero subito accettate. La prima era di portare a cento mila fiorini il sussidio che pagherebbero i Fiorentini per concorrere all'impresa di Napoli. Questa somma doveva essere pagata in tre termini, il più lontano dei quali spirava nel susseguente giugno. D'altra parte il re si obbligava a restituire le fortezze che gli erano state consegnate, o tosto che avesse occupato Napoli, o quando che avrebbe terminata la presente guerra con una pace o tregua di due anni, o finalmente quando per qualsiasi ragione avrebbe abbandonata l'Italia. Carlo VIII stipulò, a favore de' Pisani, il perdono delle loro offese, purchè tornassero sotto il dominio de' Fiorentini; a favore de' Medici la nullità del sequestro posto sui loro beni, e l'abolizione del decreto che taglieggiava le loro teste; per ultimo, a favore del duca di Milano, che richiamava a nome de' Genovesi la restituzione di Sarzana e di Pietra Santa, chiese che i rispettivi diritti su queste città venissero giudicati da arbitri. A tali condizioni dichiarò di rendere ai Fiorentini la sua protezione e tutti i privilegj di commercio, di cui in addietro godevano in Francia[166]. Questo trattato fu pubblicato nella cattedrale di Firenze il 26 di novembre mentre celebravasi la messa: e le parti si obbligarono con solenne giuramento ad osservarle. Frattanto il Daubignì consigliava il re ad approfittare di un tempo prezioso; onde due giorni dopo la pubblicazione della pace, il re partì con tutta la sua armata, prendendo la strada di Poggibonzi e di Siena, e sollevando così i Fiorentini dalla più mortale inquietudine che avessero da lungo tempo provata[167].